Financial Times: 'Con il digitale la discografia deve reinventarsi'

Financial Times: 'Con il digitale la discografia deve reinventarsi'
L’industria discografica del 2000? E’ nelle stesse condizioni di quella del carbone degli anni ’70, di quella dell’acciaio degli anni ’80 e di quella televisiva degli anni ’90. Lo sostiene, in un interessante articolo pubblicato sul Financial Times e ripreso dal sito americano HITS, l’editorialista Adam Singer. “Il suo problema”, sostiene il giornalista inglese, “non è la spesso citata pirateria, la durata dei periodi di protezione dei copyright o il declino delle vendite dei cd. Il punto sostanziale è se gli intermediari tra artisti e pubblico sono in grado di modificare la loro struttura di costi per adattarsi a questo nuovo mondo”.
Nel suo articolo Singer ricorda come il potere nel settore si stia spostando “dagli aggregatori ai navigatori. In altre parole, coloro che raccoglievano le opere dell’ingegno occupando una posizione intermedia tra il creatore e il pubblico – studios cinematografici, enti radiotelevisivi, case discografiche – stanno perdendo la loro supremazia a favore di coloro che ci aiutano a trovare i contenuti che desideriamo”. Anche la tecnologia digitale, secondo l’editorialista del Financial Times, va a favore del piccolo anziché del grande, perché apre le porte “a un maggior numero di media e a più opzioni di scelta da parte di più fornitori, con la conseguenza che ciascun prodotto costa di meno. Nel vecchio mondo i ricavi erano profondi, concentrati e sostenevano le cattedrali dei media. Quelli del nuovo mondo sono poco profondi, distribuiti e sostengono un maggior numero di istituzioni più piccole e indipendenti. Nell’era di Google i benefici tradizionali del marketing su grande scala sono meno rilevanti”.
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