Mike Francis (Mystic Diversions): 'Nessuna nostalgia per gli anni '80'

Mike Francis (Mystic Diversions): 'Nessuna nostalgia per gli anni '80'
A forza di compilation e di dischi firmati a proprio nome (il quarto, “From the distance”, esce il 31 di questo mese per l’etichetta Cool D-Vision della Energy Production), Mystic Diversions è oggi un marchio conosciuto a livello internazionale, familiare agli appassionati di sonorità in stile “Buddha Bar” e “Cafè del Mar” e a chi è solito perlustrare a caccia di novità gli scaffali “ambient” e “world music” dei megastore musicali di Londra o di New York. Una bella soddisfazione per Francesco Puccioni, che tutti conoscevano un tempo come Mike Francis: uno dei pochi reduci del boom musicale pop dance anni ‘80 ad essersi reinventato una nuova identità musicale negandosi al gioco un po’ patetico del revival. “E’ proprio quello il motivo per cui oggi uso così poco il mio vecchio nome d’arte”, spiega al telefono dalla sua abitazione romana. “Alla gente viene spontaneo associarlo a un tipo di musica che mi sono lasciato completamente alle spalle. E anche se ho un rapporto sereno con il mio passato, non ho nessuna nostalgia per quegli anni. Li ho sempre considerati poco creativi dal punto di vista musicale, e non condivido l’opinione di chi dice che in quel periodo sono usciti grandi dischi. Tutti facevano un uso smodato dei computer, col risultato che la musica suonava troppo fredda e pulita…Anche la dance non era ai livelli del decennio precedente, troppe batterie elettroniche e sequencer al posto delle melodie e delle belle canzoni. E quali grandi artisti si sono imposti in quel decennio? Pochi. Prince, i Police… Per questo mi fa piacere che oggi torni di moda la musica che si può fare col solo accompagnamento della voce e di una chitarra. Io continuo ad ascoltare Marvin Gaye ma apprezzo anche musicisti delle nuove generazioni: John Mayer, per esempio, e Jonatha Brooke”.
Non che i Mystic Diversions (un trio che oltre a lui comprende il fratello minore Mario, titolare dello studio di registrazione dove incidono, e l’autore e polistrumentista maltese Aidan Zammit) non facciano uso di campioni e di elettronica, anzi. “Ma ci piace combinarli con la strumentazione acustica e con la melodia” spiega Puccioni, un po’ infastidito dal fatto che al suo progetto musicale venga superficialmente appiccicata l’etichetta trendy del chill out. “Io parlerei piuttosto di influenze etniche. Il nostro primo disco in un certo senso era molto più africano, il secondo abbinava elementi di musica latina a sperimentazioni techno, nel terzo erano evidenti anche alcune componenti asiatiche. Stavolta le radici sono di nuovo latine, la musica di ‘From the distance’ è un mix di Italia, Spagna, America del Nord e del Sud. In un momento storico come questo ci siamo sentiti addosso una gran voglia di solarità, di calore, di positività, sentimenti e stati d’animo che io assoccio sempre a generi come la bossa nova. Un pezzo come ‘Winter’s gone’, che apre il disco, parla proprio di come ci si sente quando si esce anche metaforicamente dall’inverno, lasciandosi alle spalle cattivo umore e depressioni. Lo abbiamo curato con attenzione, questo disco, cercando di non ripeterci. Siamo entrati in studio il 23 agosto dell’anno scorso e siamo andati avanti fino a Natale…”. Tempi lunghi, che i Mystic Diversions applicano a tutte le fasi del processo: copertina e “packaging” compresi. “In effetti ci abbiamo lavorato quasi due mesi… Quella di ‘Crossing the liquid mirror’, il nostro primo album, la fece Regina Nenni, che poi è diventata attrice con Antonioni. Stavolta invece mi sono rivolto a Salvo Galano, un amico fotografo di Milano che come me ha radici ponzesi. Le foto sono state scattate in posti diversi e lontani tra loro, sull’isola di Ponza ma anche a Guadalupe e in Venezuela. Eppure sembrano quasi provenire dallo stesso posto, suggerendo che esiste sempre una vicinanza, un’armonia anche tra luoghi e persone che sono fisicamente distanti tra loro”.
In scaletta c’è anche “Josephine”, un pezzo cantato da…Mike Francis, alias Puccioni. O Francesko, come si firma nei crediti delle canzoni. “Mi è sembrato giusto così, perché quella è la mia voce. Il pezzo lo hanno prodotto Blank & Jones, con cui avevo già inciso la cover di ‘Someone like you’ di Van Morrison per il vol. 12 di ‘Cafè del Mar’. A loro mi sono rivolto anche per un altro album che pubblicherò quest’anno proprio con il nome di Mike Francis. Uscirà inizialmente in Germania e sarà un disco di canzoni dalle sonorità molto essenziali: l’idea era di fare musica che potesse essere eseguita anche da un quartetto di strumentisti. Ci saranno un paio di brani inediti e molte cover, r&b e West Coast anni ’70, con un pezzo di Sade e uno di Labi Siffre, un cantautore poco conosciuto ma molto bravo. Nel disco suono pochissimo, qualche parte di basso e di chitarra, ritagliandomi principalmente il ruolo dell’interprete. Lo canterò in inglese, semplicemente perché è al mercato internazionale che mi rivolgo. In questo senso assomiglio a pochi, in Italia: forse solo ai Gabin, miei amici e concittadini.”.
Il lavoro, spiega Francesco, è stato completato per tre quarti, ma intanto nei negozi c’è “From the distance”: lo porteranno anche in tournée, lui e i suoi due soci musicali? “Magari, ma è complicato. Le poche esibizioni che abbiamo fatto finora sono state in occasione di eventi organizzati da aziende commerciali che ci hanno sponsorizzato. Il problema è che i nostri dischi vendono, ma come gruppo non abbiamo un’immagine in grado di attirare un pubblico numeroso. A differenza di quella dei Gabin, la nostra non è musica che si adatta al formato del dj set, sul palco finiamo sempre per essere in dieci. E anche se non abbiamo grosse pretese in fatto di cachet i costi necessari a sostenere le spese dei musicisti, dell’organizzazione e del service finiscono necessariamente per lievitare. Accontentarsi di una soluzione di compromesso non farebbe felice nessuno”. Gli appassionati della loro musica continueranno ad ascoltarla su disco, dove i Mystic Diversions assumono le sembianze di una multinazionale musicale aperta alle più diverse collaborazioni. “Molto nasce dalle circostanze. La cantante Wendy Lewis, che è nativa di Chicago, si è trasferita a Roma, e romana è anche Barbara Parisi che canta in un brano del disco. I Farias sono originari della Patagonia ma stanno anche loro in città, così come il violinista rumeno Elvin Dhimitri che suona il tango in un club argentino della capitale. Il chitarrista Anthony Mazzella ha un nome che rivela le sue origini ponzesi. Marco Rinalduzzi è un amico così come Giovanni Imparato, che stavolta è assente per motivi assolutamente fortuiti”. Roma come incrocio di musicisti e laboratorio artistico ideale, dunque? “Macché, tutto il contrario. Qui tutti se ne stanno per conto loro e non collaborano volentieri, e i grossi nomi sono i primi a non dare il buon esempio. Non so perché ma è sempre stato così. Un vero peccato, noi siamo un’eccezione”.
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