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NEWS   |   Pop/Rock / 10/03/2006

Placebo: 'Siamo romantici e dark, per questo piacciamo ai latini'

Placebo: 'Siamo romantici e dark, per questo piacciamo ai latini'
Non ne possono più, i tre Placebo, di sentirsi chiedere dai giornalisti italiani del famoso “Sanremo incident” di cinque anni fa (vedi News), e non hanno neppure un ricordo piacevole della loro ultima esibizione al Jammin’ Festival di Imola nel 2003, quando fecero inferocire i fan dei Metallica abbozzando provocatoriamente il riff di “Master of puppets” (“Succede, quando ti tocca suonare prima di un gruppo che ha un grosso seguito di fan ‘hardcore’, stronzi che sono lì solo per vedere i loro idoli, pronti a gettare addosso di tutto a chiunque altro si presenti sul palco. Siamo finiti sotto un fuoco incrociato, ma il vero errore fu accettare di esibirci. Eravamo troppo stanchi ed esauriti”). Mettiamo da parte i poco graditi souvenir d’Italie, allora, e da Stefan Olsdal e Steve Hewitt, rispettivamente bassista/chitarrista e batterista della band, ci facciamo raccontare le origini di “Meds”, il nuovo album che a due anni di distanza da “Sleeping with ghosts” e a seguito della raccolta di singoli “Once more with feeling” esce in questi giorni nei negozi. Il primo ascolto conferma le anticipazioni: tornano le chitarre, diminuisce il tasso d’elettronica, spariscono o quasi i ritmi dance e hip hop in favore di un suono più rock. “E’ così”, spiegano i due mentre Brian Molko è impegnato altrove. “Questo è un disco basato principalmente sulle nostre performance, il gruppo che si riunisce a suonare le canzoni nella maniera più essenziale, batteria, basso, chitarra e, qualche volta, pianoforte, facendo molto meno affidamento sul sequencing e sulle moderne tecnologie”. Lo hanno inciso nel Sud della Francia (appena fuori Cannes, ma non si lasciano scappare indiscrezioni sul luogo preciso…), con Dimitri Tikovoi, produttore franco-russo e relativamente sconosciuto alla console. “In Costa Azzurra eravamo andati a registrare qualche canzone da inserire nell’antologia. Siccome ci trovavamo nello stato d’animo giusto abbiamo scritto più pezzi di quelli che ci servivano, e alcuni sono finiti in questo nuovo album che copre un arco temporale piuttosto lungo: ci sono brani che abbiamo scritto sei anni fa e altri che hanno sei mesi di vita. Alcuni titoli erano rimasti fuori dagli album precedenti perché finora non avevano trovato la giusta collocazione”. Sì, ma Tikovoi? “Aveva lavorato con noi sulla cover di ‘Running up that hill’ di Kate Bush, su alcuni lati b e nell’album ‘Black market music’ per cui aveva curato gli arrangiamenti d’archi. Siamo diventati amici, lo stimiamo molto e siamo convinti che in futuro si parlerà molto di lui. E’ un produttore giovane e affamato, con noi ha avuto la sua prima grande chance di lavorare con un gruppo famoso ed era fermamente determinato a fare di questo disco il miglior lavoro della sua ancora giovane carriera. Lavorare con un produttore poco conosciuto è stato stimolante, ci siamo potuti permettere di essere più intrepidi ed estremisti nelle scelte. Dimitri ci ha spinti a dare il meglio: conoscendoci ormai da una decina d’anni sa guardare alla nostra musica da angolazioni insolite e portare idee fresche. Certo la nostra è stata una decisione inusuale, molte altre band al nostro posto e nella nostra posizione avrebbero scelto probabilmente di lavorare con un grande produttore rock americano. Ma siccome ci chiamiamo Placebo, siamo andati esattamente nella direzione opposta! E abbiamo fatto bene…”.
Il nome celebre non manca, però: Michael Stipe, amico dai tempi del film “Velvet goldmine”, firma con la sua voce inconfondibile una delle tracce più affascinanti del disco, “Broken promise”. “Quella canzone aveva bisogno di una seconda voce, e siccome il pezzo parla di infedeltà e di promesse non mantenute ci è sembrato che il duetto tra due uomini sarebbe stato più intrigante. Con Stipe non ci vedevamo dai tempi del film, ma circa un anno fa ci siamo ritrovati per caso nello stesso hotel parigino dei R.E.M. mentre entrambi eravamo in giro per tournée. Ci siamo guardati e ci siamo detti: perché non chiederlo a Michael? In fondo lui è stato uno dei nostri primi ispiratori, ha influenzato molto il nostro modo di fare musica e il modo di cantare di Brian. Ha risposto di sì e ci siamo precipitati in studio a registrare. E’ stato gentilissimo, molto professionale e concentrato a dare il meglio di sé. Siamo molto soddisfatti del risultato”. Nella title track la voce ospite è invece quella di VV dei Kills: “Jamie (Hince, l’altra metà del duo noto col nome d’arte di Hotel) è amico di Brian dai tempi in cui frequentavano lo stesso college, una quindicina di anni fa. I Kills hanno aperto i nostri concerti ai tempi del tour di ‘Sleeping with ghosts’, ed è in quella occasione che abbiamo conosciuto VV. Per ‘Meds’ abbiamo subito pensato a lei: è americana e ha una voce rauca, dark e sexy. E’ arrivata in studio con una bottiglia di Jack Daniels e abbiamo fatto tutto in un paio di take”. Dipendenza farmacologica, depressione, droghe e sbornie post party: i Placebo continuano a cantare il lato oscuro della condizione umana… “Decisamente. Riusciamo a parlare di questi argomenti con chiarezza, probabilmente grazie alle nostre esperienze personali! Con ‘Cold light of morning’ abbiamo citato la nostra ‘Pure morning’ pensando a Leonard Cohen. La canzone racconta di un tipo che passa la notte a un party a impasticcarsi. Quando torna la luce del sole, si sente ovviamente una merda e si maledice per esserci ricascato. Anche musicalmente è una specie di omaggio a Cohen, è un pezzo acustico e malinconico”. Ci sono classici giri armonici alla Cure, in altri episodi: del resto Robert Smith, salito con loro sul palco della Wembley Arena il 5 novembre del 2004, è un altro degli eroi dichiarati dei Placebo. “E’ stato fantastico, perché oltre ad avere un gran talento è una persona deliziosa. Nei camerini ci osservava mentre provavamo ‘Boys don’t cry’. A un certo punto ci ha fermato chiedendoci: ‘Ma che c… state facendo?’. Gli accordi erano tutti sbagliati. Quando scrivi musica è un po’ come se volessi ricreare il suono delle band che hai amato di più. Ma in studio cerchiamo di liberarci di questi pensieri e cerchiamo solo di essere noi stessi, altrimenti c’è il rischio di farsi fuorviare”. Vengono fuori così, forse, pezzi strani e originali come “Space monkey” che sembrano provenire da un altro pianeta: “Quello è stato una specie di esperimento, un miscuglio sporco di space music, dub e funk. Abbiamo cominciato a suonare senza sapere dove saremmo andati a parare e il risultato sembra un po’ un incontro tra i Deftones e Kate Bush, in un’altra dimensione…”. Una parentesi, perché altrove prevale una forte attenzione alla melodia: “Forse questo è il primo disco in cui sviluppiamo linee melodiche a canzone già iniziata, è qualcosa che non avevamo mai fatto prima. Ancora una volta dobbiamo tirare in ballo le nostre influenze e i nostri gusti: il pop dei Blondie e degli Abba, o il post punk di gruppi come Sonic Youth e Pixies che hanno sempre avuto una forte impronta melodica. Abbiamo un lato dark ma anche una spiccata sensibilità pop. Un po’ come i Depeche Mode, con cui condividiamo un certo romanticismo oscuro”. E il successo, per qualche verso misterioso, in Sud America, dove i Placebo riempiono gli stadi e provocano ai concerti scene di isteria collettiva. “Sinceramente non ne capiamo la ragione neanche noi, forse il merito va ai capelli di Steve… In America latina c’è una specie di infatuazione per certa musica inglese, Morrissey, i Cure, i Depeche Mode. Forse perché, essendo di indole così allegra, le popolazioni locali hanno bisogno di deprimersi di tanto in tanto. E’ incredibile, in Cile ci è capitato di suonare allo stadio davanti a diecimila persone. Forse il motivo è che siamo popolari nel Nord della Spagna, una regione che dedica grande attenzione al rock alternativo e indipendente. E molti paesi sudamericani guardano alla Spagna come a un modello culturale da imitare. Sembra esserci una specie di travaso, un incrocio di culture”. Ma i Placebo si sentono indipendenti? In fondo incidono per una major… “Vero, ma la Virgin interviene su marketing e promozione mentre per il resto siamo liberi, abbiamo il pieno controllo degli aspetti creativi. La casa discografica spende volentieri su di noi perché sa di avere un ritorno. Certo per un gruppo nuovo è tutto più difficile…”. Eppure oggi ne escono a valanghe, di “guitar band” di belle speranze che scalano le classifiche: “E’ sempre successo, in fondo. Gruppi che spuntano fuori a Londra e nel resto d’Inghilterra e da lì attraversano la Manica per raggiungere gli altri paesi. E’ questione di cicli, il rock che spodesta il pop e viceversa. Ci piacciono molto i Bloc Party, una delle band migliori uscite fuori nell’ultimo paio d’anni. Sono stati loro a chiederci il permesso di remixare ‘Because I want you’” (il singolo inglese, mentre in Italia e nel resto d’Europa la scelta è caduta su “Song to say goodbye”, accompagnato da un video paradossale e toccante che il regista Philippe Andre ha diretto citando esplicitamente le tematiche del film “I am Sam” con Sean Penn). “La cosa bella della tecnologia è che permette a un numero maggiore di persone di realizzare musica di buona qualità, anche se questo non basta per acquisire il talento o l’abilità di scrivere una bella canzone. E’ come Internet, che ti permette di condividere informazioni e di diventare in qualche modo imprenditore di te stesso: è uno strumento di democrazia, pensa a MySpace e alle possibilità che ti dà di farti conoscere. Siamo contenti dell’aria che si respira oggi sul mercato musicale, è bello rivedere in testa alle classifiche etichette indipendenti e gruppi che decidono da sé quel che vogliono fare”.
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