Musica dal vivo in Italia: nel 2005 mercato stabile

Musica dal vivo in Italia: nel 2005 mercato stabile
Lo si era capito già da qualche anno: la musica dal vivo, in quanto esperienza irriproducibile meccanicamente e socialmente aggregante, continua a difendersi con onore dall’erosione del potere d’acquisto degli italiani e dall’impatto che le nuove tecnologie hanno sui modelli di consumo. Non più di tanto, perché sono tempi difficili per tutti; ma quanto meno l’industria del “live” riesce a tenere le posizioni. Gli incassi restano stabili: 112 milioni e 203 mila euro di fatturato nel 2005 (+ 0,60 % sull’anno precedente), stando alle cifre diffuse dall’associazione di categoria Assomusica che come ogni anno tiene conto soltanto degli eventi a pagamento organizzati dai suoi associati (un centinaio circa: quasi tutti i maggiori produttori di spettacoli dal vivo, con l’eccezione per ora di qualche importante agenzia indipendente). Crescono nel frattempo anche il numero degli eventi organizzati, 2.721 (139 in più dell’anno precedente) e quello degli spettatori, 4 milioni 590 mila (+ 0,88 %). Il tutto grazie anche ad una lieve flessione nel prezzo medio dei biglietti, 24,45 euro a ingresso (- 0,24 %): ottenuto, sottolinea il presidente dell’associazione Ilaria Gradella, “a dispetto di un forte incremento registrato anche l’anno scorso nei costi di produzione. Mi sembra di poter dire che, in questo contesto, le imprese aderenti ad Assomusica si siano assunte la responsabilità sociale di non incidere più di tanto sulle tasche dei consumatori”. Tutto vero e verificato, per carità. Ma a chi ha appena acquistato i tagliandi per assistere alle prossime esibizioni di David Gilmour o dei Rolling Stones (tanto per fare due esempi) sembrerà una barzelletta… “Il prezzo”, risponde Gradella, “dipende sempre da una combinazione di fattori diversi: cachet degli artisti, costi di produzione degli spettacoli, capienza dei locali dove questi vengono allestiti. Non dimentichiamo che ogni volta che deve organizzare un concerto, un impresario si trova a dover modificare l’assetto urbanistico del luogo destinato ad ospitarlo, si tratti di palasport o di altro. Sono spese importanti che incidono per forza sul prezzo di ingresso. Le cose cambierebbero se esistessero impianti dedicati o anche solo una legislazione quadro del settore che ci metta finalmente a disposizione non dico dei contributi ma gli strumenti normativi per lavorare in modo corretto”. Per esempio? “La sistemazione degli aspetti previdenziali riguardanti tutti i lavoratori dello spettacolo, artisti, tecnici e maestranze, o la detraibilità dalla dichiarazione dei redditi delle spese di viaggio e trasferta che sono una costante per chi fa un lavoro per sua stessa definizione intermittente e itinerante come il nostro”.
Intanto si assiste anche a una ulteriore concentrazione degli eventi nelle grandi aree metropolitane del centro Nord, dove ha avuto luogo nel 2005 il 73,15 % degli spettacoli contro il 68,54 % dell’anno prima (Milano è al primo posto con oltre un quarto degli eventi nazionali, seguita da Bologna, Roma, Venezia e Firenze). Un altro segnale negativo? “Certo, ma anche in questo caso il legislatore avrebbe la possibilità di porre rimedio a questa situazione di disparità con le aree del Sud (dove ha luogo il 10,51 % degli eventi). Sarebbero fondamentali, ancora una volta, gli interventi in materia urbanistica. Non esiste un film che non sia proiettabile in un cinematografo, non esiste spettacolo di prosa o opera lirica che non abbia un teatro deputato alla sua rappresentazione. Mentre noi della musica da vivo continuiamo a non avere una nostra casa… Una vacatio normativa in questo campo non è più tollerabile, non è più pensabile che un’attività come questa sia tutta nelle mani di imprenditori privati. Ci vuole un intervento statale, in termini di supporto normativo e non certo di assistenzialismo, che noi rifiutiamo”. I politici continuano a fare orecchie da mercante? “In questo periodo di campagna elettorale no, tutti si mostrano attenti e sensibili”, sospira il presidente di Assomusica. “Noi non facciamo favoritismi di sorta, ma resta il fatto che il governo in carica non ci ha ascoltato. Ricordo una dichiarazione dell’on. Carlucci riportata sul Giornale dello Spettacolo e riferita al fatto che Tremonti non voleva defiscalizzare la musica dal vivo perché temeva che si sarebbe innescato un processo di false fatturazioni. Le nostre sono imprese serie che occupano più di 250 mila addetti e che movimentano un indotto di tutto rispetto, coinvolgendo professionisti di altri settori come architetti, ingegneri, albergatori, ristoratori, società di noleggio. E’ grave che un ministro faccia un’affermazione del genere”. E non deve essere neppure facile far fronte comune, dovendo rappresentare un mondo notoriamente litigioso e individualista come quello della musica da vivo… “La nostra forza, credo, sta nel far convivere nella stessa associazione due figure professionali diverse, quella del produttore e quella del local promoter, che tra loro sono legate anche da rapporti contrattuali. Nel settore vige il libero mercato, e la concorrenza. Ma finché si mantengono lealtà e correttezza nei rapporti anche la conflittualità interna va bene perché stimola la riflessione e il confronto”.
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