Beth Orton: 'Basta elettronica, mi interessano le canzoni'

Beth Orton: 'Basta elettronica, mi interessano le canzoni'
Piaceva ai nightclubber di tendenza, ai tempi delle collaborazioni con William Orbit e Chemical Brothers, e ora la rivista Mojo le rende omaggio paragonando addirittura il suo nuovo disco “Comfort of strangers” a quelli che Joni Mitchell e le altre lady del (Laurel) Canyon californiano confezionavano nei primi anni ’70. Un bel salto di corsia, si direbbe, quello effettuato da Beth Orton nell’arco di quattro album solisti e una quindicina d’anni di carriera. Lei ringrazia lusingata per i complimenti, ma si dice d’accordo solo fino a un certo punto: “Stavolta avevo ben chiara in testa la volontà di fare un disco completamente analogico, suonando dal vivo in studio con una band per conservare tutta l’energia della performance. Ma anche il primo album, ‘Trailer park’, era stato registrato così, anche se in quella occasione ero stata costretta a reincidere quasi tutte le parti vocali. Fu un’esperienza strana, stavolta ho voluto evitare anche quello: e pazienza se l’esecuzione non era perfetta”.
L’idea di tornare a un suono rigorosamente “naturale” (nel disco nuovo ci sono anche il dulcimer a martelletti della tradizione folk, la fisarmonica e un’armonica molto younghiana), racconta Beth, è nata come reazione alla sua insoddisfazione nei confronti dell’album precedente, “Daybreaker”. “A posteriori, quel disco non mi era piaciuto proprio perché lo trovavo sovraprodotto. Avevo concepito le session come una specie di party di fine anno, invitando a partecipare tutti i miei collaboratori e amici musicisti. Sul momento mi era sembrata una buona idea, ma alla fine è stato proprio quello a uccidere le canzoni. Mi sono detta che non sarei più ricaduta nello stesso errore, e quando ho avuto in mano i pezzi nuovi ho pensato di produrmeli da me. Mi sembravano già pronti per essere ascoltati e desideravo conservarne l’onestà di fondo. Poi ho incontrato Jim O’Rourke e ho capito che lui mi avrebbe potuto aiutare a mantenere quella integrità. Abbiamo condiviso da subito l’idea che nel disco ci sarebbero stati gli strumenti e gli arrangiamenti necessari a rendere il miglior servizio alla musica, niente di più”. E i beat elettronici dei primi tempi che fine hanno fatto, scomparsi per sempre? “Non rinnego le cose che ho fatto, anzi ne sono orgogliosa. Nel mescolare chitarre acustiche ed elettronica credo che pochi abbiano ottenuto risultati altrettanto buoni. Ma l’ho fatto solo su ‘Trailer park’, già col secondo album ‘Central reservation’ avevo preso un’altra strada. Del resto, non è che ascolti molto spesso musica dance anche se mi piace ancora andare a ballare. William Orbit? E’ passato tanto tempo, non credo lavoreremo ancora insieme. Quel che mi è sempre piaciuto davvero sono le canzoni, le belle canzoni”. L’unico brano che, complice il suono più orchestrato, sembra far da ponte col recente passato della cantautrice del Norfolk è proprio il primo singolo, “Conceived”: “Forse perché si tratta di una canzone piuttosto vecchia”, concorda Beth. “Credo che risalga più o meno a sei anni fa. E’ rimasta nell’aria per tutto questo tempo ma prima di questo album non aveva mai trovato una sua dimora”. L’ha eseguita recentemente a Top Of The Pops, e in quell’occasione la Orton è sembrata divertirsi sul serio. “E’ vero, non c’ero mai stata prima ed è stato buffo. Sono cresciuta con quel programma e così mi sono ricordata di tutte quelle volte che ci trovavamo in gruppo a guardarlo, urlando come matti in segno di approvazione o disapprovazione di questo o quel cantante”. “Comfort of strangers”, che intitola il disco, è l’altro pezzo recuperato dal passato, riarrangiato per l’occasione per adattarlo alle atmosfere prevalentemente acustiche del disco: “Non era mia intenzione intitolare così l’album, all’inizio. Ma una volta che è stato completato mi è sembrato un titolo appropriato, riassuntivo dei suoi contenuti. Hai presente quando incontri su un treno uno sconosciuto che non vedrai mai più in vita tua e ti senti improvvisamente libero di raccontargli la tua vita per filo e per segno? Qualcosa del genere…Con questo disco mi sono sentita come avvolta da un involucro protettivo, un invisibile soprabito musicale che mi permette di dire quel che voglio in piena libertà. In un certo senso anch’io sono una straniera, un’estranea totale, nei confronti di chi mi ascolta, e il pubblico può percepire nella mia musica la stessa forma di accoglienza. Sono le due facce della medaglia, in un certo senso. Ma questo è solo un modo di intendere il significato: io, per esempio, gli attribuisco anche delle sfumature più oscure, e mi piace lasciare la porta aperta ad altre possibili interpretazioni”.
Strano che una ragazza inglesissima come lei suoni così tanto americana, oggi, nella sua musica. “E’ vero, considerando anche il fatto che in America non c’ero mai stata, prima di fare la musicista professionista. Qualche frammento di Inghilterra sopravvive, nella mia musica, ma nel complesso entro molto più facilmente in sintonia con l’universo della musica popolare americana. Quella tradizione mi parla direttamente al cuore e non so spiegare neppure io perché. Certo non si tratta di una scelta deliberata”. Americani, in maggior parte, sono anche gli autori a cui attinge quando vuole interpretare una cover: il Phil Spector cantato dalle Ronettes (su “Trailer park”), il cantatutore del Village anni ’60 Fred Neil (sull’ep “Best bit”) e ora il Tony Joe White la cui “Did somebody make a fool out of you” compare nella limited edition del nuovo cd. “L’ho presa da un’antologia che ho in casa, semplicemente perché la trovo bellissima. La canzone delle Ronettes, ‘I wish I never saw the sunshine’, me l’aveva fatta ascoltare un mio amico a casa sua. ‘Dolphins’ di Fred Neil l’ho conosciuta attraverso la versione di Tim Buckley”. Quel brano segnò anche l’apice di una breve ma intensa collaborazione con il soul jazzman Terry Callier. “Sì, e sarebbe bello prima o poi tornare a fare qualcosa insieme. Ma ora sono concentrata sul disco nuovo e comunque non pianifico mai le collaborazioni. Capita, viaggiando, di incontrare qualcuno con cui scoppia improvvisa una scintilla artistica”. Il “comfort of strangers” di cui si diceva, appunto.
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