Martha Wainwright: gioie e dolori di una famiglia musicale

Martha Wainwright: gioie e dolori di una famiglia musicale
L’albero genealogico, prima di tutto. Il papà di Martha Wainwright, Loudon III, è un cantautore statunitense di culto, apprezzato per le sue caustiche osservazioni in musica su vizi privati e pubbliche nequizie. La mamma, Kate McGarrigle, è una canadese francofona del Quebec e, insieme alla zia Anna, una delle voci più pure e angeliche espresse dalla canzone nordamericana di ispirazione folk. E il fratello Rufus, naturalmente, uno dei talenti più originali e raffinati emersi dall’ultima ondata di cantautorato giovanile. Il suo destino, insomma, era scritto in qualche modo nel patrimonio genetico (che pure le ha creato i suoi bei problemi di identità). E non stupisce che il suo primo disco da solista, uscito nel corso del 2005, sia in un certo senso anche una riunione di famiglia: una di quelle a cui Martha è abituata a partecipare, in salotto tutti intorno al pianoforte (Loudon escluso…), fin dalla tenera età; un richiamo naturale a cui non si sottrae neppure oggi, dopo la fuga da casa e una bella dose di travagli esistenziali. “Ci viene spontaneo cantare insieme”, ci ha spiegato poco prima di una breve esibizione acustica al Goganga di Milano. “Ho partecipato come corista ai primi due dischi di Rufus e sono stata in tour con lui. Ho continuato a cantare nei dischi di mia madre e di mia zia, inclusa l’ultima raccolta di canzoni natalizie; con loro e con mio fratello abbiamo anche tenuto dei concerti, di recente, in Australia e in Inghilterra”.
Da quasi otto anni, però, vive per conto suo nella città dov’è nata, New York. “Quando ha cominciato ad esserci troppo rumore intorno a Rufus, che aveva appena firmato per la DreamWorks trasferendosi a Los Angeles, ho pensato che era meglio cambiare aria. A New York ci sono le case discografiche e lì credevo che avrei avuto qualche possibilità in più per la mia carriera”. Non che le cose siano andate subito d’incanto, e oggi Martha parla francamente di quel periodo sospeso nel limbo e degli scontri a muso duro con il padre, preoccupato della sua inconcludenza e della piega che stava prendendo la sua vita. Da lì nacque la canzone più esplicita e rabbiosa del disco, “Bloody motherfucking asshole”: un titolo che più che alle armonie celesti di “Heart like a wheel” fa pensare alle incazzature di una Liz Phair o di una PJ Harvey. “Diciamo che sto a metà strada”, puntualizza lei con una risatina nervosa. “Il titolo di quella canzone effettivamente è ispirato ad un litigio che ebbi con mio padre. Da anni vivevo a New York come una bohémienne, dandoci dentro con l’alcool e con le droghe, e lui mi aveva messo di fronte a un ultimatum: se vuoi davvero fare la musicista, mi aveva detto con una tipica espressione gergale americana, ‘shit or get off the path’, datti una mossa o lascia perdere. Si era beccato in risposta il sonoro epiteto del titolo, ma credo di aver scritto la canzone rendendomi conto che forse aveva ragione. In retrospettiva la vedo come il mio grido di battaglia, il momento in cui mi sono resa conto che potevo farcela con i miei mezzi. A Londra, durante un concerto, ho spiegato com’era nata la canzone, e ai giornalisti presenti non è parso vero di trovarsi per le mani qualcosa di succoso da scrivere. Appena sono usciti i giornali è arrivata una telefonata di mia madre... Ho imparato a mie spese cosa significa non tenere la bocca chiusa davanti alla stampa!”. Un altro figlio di musicisti divorziati e amici stretti dei suoi genitori, il Teddy Thompson secondogenito di Richard & Linda, è diventato nel frattempo uno dei suoi migliori amici: tanto che i due (e dopo di loro Linda Thompson) si sono affidati allo stesso produttore, il giovane, riservato e ancora poco noto Brad Albetta. “Io e Teddy”, conferma la Wainwright, “abbiamo molto in comune, ci capiamo al volo perché abbiamo vissuto esperienze simili. Abbiamo più o meno la stessa età, siamo cresciuti all’ombra dei nostri genitori, entrambi scriviamo canzoni da anni ma abbiamo faticato parecchio a far funzionare le cose, a trovare la necessaria fiducia in noi stessi. Oggi vivo molto meglio tutta questa situazione. A un certo punto maturi e smetti di pensare ai tuoi fottuti genitori. Anche se mi rendo conto che un nome conosciuto aiuta e che se fossero state delle rock star il fardello sarebbe stato ancora più pesante”. E Albetta, il produttore, quando entra in questa storia? “Non trovavo un contratto discografico perché venivo considerata troppo difficile da etichettare. E poi avevo una reputazionze di ragazza un po’ folle… O meglio, mi sono fatta la fama di una che non sa quello che vuole realmente. Il fatto è che per anni ho incontrato discografici e produttori che mi facevano venir voglia di scappar via proprio quando si arrivava al dunque. Gente che, sapendo dei miei genitori, voleva farmi incidere un disco folk. O altri che al contrario volevano metter mano alle mie canzoni, lasciarci sopra la loro impronta, aggiungerci dei ritornelli accattivanti per farle diventare più pop. Non sapevo che fare, mi sentivo confusa e intimidita dalla storia dei miei familiari, Rufus compreso. Sentivo addosso parecchia pressione, e avevo paura di uscire con un disco che non fosse all’altezza. Scrivevo canzoni da almeno otto anni, da quando mi ero trasferita a New York. Avevo una band e dei musicisti di cui mi fidavo… ma intanto il tempo passava, io invecchiavo, non avevo i soldi per pagarmi uno studio di registrazione e non stavo andando da nessuna parte. Avevo bisogno di un altro bassista ed è allora che ho incontrato Brad. A New York lui possiede un bellissimo studio di registrazione, Monkey Boy, e lì mi ha permesso di incidere gratis. Ho dovuto spiegargli che non me la sentivo di fare un disco in due settimane, e infatti alla fine ci ho messo oltre un anno a completarlo. Brad è stato paziente e mi ha lasciato fare a modo mio. Quando ascolti l’album, ti rendi conto che non ha il tipo di suono che avrebbe un disco manipolato da un produttore di nome o da una grossa casa discografica. Infatti lo abbiamo completato senza avere nessun contratto in mano. Mentre lo incidevamo, avevo provato a mandare in giro dei provini ma sembrava non interessare a nessuno. E intanto io pensavo che dovevo qualcosa come 50 mila dollari a Brad…”.
Alla fine però il contratto è arrivato, il disco è uscito e Martha ha trovato finalmente la sua strada. “La cosa strana, per certi versi, è che anch’io, come Teddy, sono rimasta fondamentalmente fedele alla musica che fanno i miei genitori. Né io né lui ci siamo messi a suonare punk rock, ma si tratta comunque di affermare la propria individualità. Mio fratello Rufus ci è riuscito rifugiandosi nel suo amore per l’opera, per la canzone teatrale a forti tinte melodrammatiche. Io ho seguito una strada diversa, le mie canzoni sono più crude e hanno più a che fare con le mie esperienze personali. Amore, solitudine, difficoltà nell’accettare se stessi… concetti con cui molte persone possono identificarsi, quando passano dall’adolescenza alla maturità. Mi rendo conto che se voglio avere una carriera lunga non potrò continuare a scrivere fissando il mio ombelico, a parlare soltanto di me stessa. Mi piacerebbe scrivere di quanto odio il presidente, ma non lo so fare e preferisco lasciare le canzoni di protesta a Billy Bragg. Per il momento cerco di usare la poesia, le metafore e le immagini per rendere quanto più possibili universali e interessanti canzoni autobiografiche come queste. La ricchezza dei dettagli, auspicabilmente, serve a farle durare nel tempo”. Poesia, appunto: ci sono anche i versi nobili di Robert Louis Stevenson, adagiati sulle musiche del compositore classico inglese Ralph Vaughn Williams, in “Whither must I wander”, il titolo che chiude l’edizione americana del disco. “Sono parole meravigliose”, spiega Martha, “e io a un certo punto mi ero stufata di cantare canzoni così personali. Credo di avere una bella voce, in qualche modo senza tempo e adatta a ogni genere di repertorio. Mi piace cantare il jazz e gli standard non troppo conosciuti… Scegliendo quel pezzo volevo aprire in qualche modo la biblioteca musicale, tornare indietro di altri 20 o 30 anni, e ci tenevo a rappresentare nel disco anche questo altro aspetto della mia personalità musicale. ‘Whither must I wander’ è un pezzo classico moderno che mi ha insegnato mia madre. In casa, lei e zia Anna suonavano al pianoforte le canzoni che avevano imparato dai loro genitori, cose degli anni ’20 e ’30. E io sono cresciuta con questa inclinazione per la musica vecchio stile”. Non dimentica neppure le sue radici affondate nel Quebec quando, in “This life”, rievoca in lingua francese un vecchio canto marinaro che, spiega, “pur arrivando dalla Francia viene cantato anche in Louisiana, nell’area francofona del Sud degli Stati Uniti. E’ una canzone popolare molto famosa, la storia di un giovane marinaio che durante il suo primo viaggio sull’Atlantico si trova su una nave rimasta senza scorte di cibo: a quel punto tutti i membri dell’equipaggio prendono una pagliuzza per decidere chi dovrà essere mangiato dai compagni, e a lui tocca quella più corta…”. La canzone francese è decisamente nelle sue corde, come dimostra riprendendo (nelle bonus track dell’edizione europea del cd) “Dis, quand reviendras-tu?”, un classico della chanteuse esistenzialista Barbara. “E’ un vantaggio, per me, poter cantare in francese senza strani accenti e capendo esattamente il senso delle parole. Barbara aveva un enorme seguito in Quebec… Trascorrendo a Montreal la mia adolescenza, frequentando le scuole francesi ed essendo di discendenza francofona, sono cresciuta ascoltando gli chansonnier franco-canadesi, Claude Dubois e Richard Desjardins. Essere allevata a Montreal, a pensarci bene, è stata una bella fortuna. Mia mamma viveva in una antica casa vittoriana, bella per quanto un po’ cadente, e ho potuto frequentare delle buone scuole. A New York sarebbe stato molto diverso. E’ una città molto più spietata e difficile, anche se alla fine ci si fa l’abitudine. Ed è bello tornarci, dopo che sei stato in giro: si apprezzano lo skyline, i ristoranti, i cinema”. In mancanza di Loudon, racconta Martha, Rufus è stato un po’ il suo genitore adottivo nonché educatore musicale. “Quando avevo 13 o 14 anni mi ha fatto ascoltare Nina Simone… Da allora è rimasta una delle mie interpreti preferite, un modello da imitare per l’espressività e il modo che aveva di porgere la canzone. Da piccola ho ascoltato molto anche Edith Piaf, anche se non ho mai cantato con quel senso di abbandono. E per contrasto apprezzo molto Chrissie Hynde, che invece ha un gran controllo vocale E poi Marianne Faithfull, PJ Harvey e Stevie Nicks: ho ascoltato ‘Rumors’ fino allo sfinimento”. Adora, e lo aveva già detto in altre interviste, Leonard Cohen, che ha avuto anche modo di conoscere: “Avevo sì e no tredici anni quando ho ascoltato per la prima volta una copia promozionale di ‘I’m your man’, prima che il disco uscisse. A quell’epoca mi piacevano Cyndi Lauper e Prince e questo era qualcosa di completamente diverso. Ci ho messo del tempo a capirne il senso: finché, a forza di ascolti, ci sono arrivata, quel meraviglioso mondo di musica e poesia mi ha aperto le sue porte”. Ancora Rufus è stato il suo tramite verso il mondo del cinema, passione giovanile, con il cameo nel kolossal “The aviator” di Martin Scorsese: “Mi trovavo in un bar di Londra con una mia amica aspirante attrice”, ricorda Martha, “a fumare, bere vino e raccontarcela sul come le nostre vite non stessero andando da nessuna parte. All’improvviso suona il telefonino: è Rufus che dal set del film mi dice che stanno cercando una ragazza in grado di interpretare canzoni degli anni ’40. E così, senza neanche rendermene conto, mi trovo sul primo volo di prima classe diretto a New York. Mi sono sentita subito a mio agio con Martin, Garth Hudson e Levon Helm che avevano lavorato con lui in ‘The last waltz’ me ne avevano parlato bene e sapevo che era un conoscitore di musica. Per me è stato facile come bere un bicchier d’acqua, in fondo dovevo solo cantare, fare quel che faccio abitualmente. Così ero completamente rilassata, nel mio sfavillante abito di scena, mentre gli attori si rosicchiavano nervosamente le unghie ripassando la loro parte. Se mi piacerebbe scrivere musica per il cinema? Certo che sì, credo che le mie canzoni siano adatte perché amo raccontare per immagini e le concepisco come piccoli cortometraggi movimentati”. Intanto, ne ha già di nuove nel cassetto? “Qualcuna, ma sono in giro per concerti da un anno e in questa situazione non riesco a scrivere. Difficile farlo quando condividi tutto il tuo tempo e tutti i tuoi spazi con sette maschiacci un po’ puzzolenti… Io poi in queste cose sono molto timida, non mi va di prendere in mano una chitarra e provare qualcosa di nuovo se ci sono troppe orecchie intorno. Finché non le ho finite e messe a posto, le mie canzoni mi sembrano tutte orribili”.
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