William Orbit: prima un disco, poi un altro. 'Come Dr. Jekyll e Mr. Hyde'

William Orbit: prima un disco, poi un altro. 'Come Dr. Jekyll e Mr. Hyde'
Madonna lo ha lanciato nell’Olimpo dei produttori/remixer più à la page, i manipolatori del suono a cui ci si rivolge per rivoltare i destini di un brano musicale, di un album, a volte di una carriera. Blur e U2 lo hanno sdoganato anche presso la fetta più “modernista” del pubblico rock. Il discusso “Pieces in a modern style”, che cinque anni fa scalò le classifiche rileggendo audacemente in chiave elettronica pagine importanti della musica seria firmate Beethoven, Ravel, Mascagni, Satie, Barber, Cage, Gorecki, lo ha imposto al pubblico di massa come musicista dotato di dignità artistica autonoma. E ora rieccolo, William Orbit, con un disco che lo conferma artefice di un’elettronica morbida, spaziosa, amante della melodia, sospesa tra ambient e pop, pezzi strumentali e canzoni dal ritornello facilmente memorizzabile. Esce nei prossimi giorni e il suo titolo, “Hello waveforms”, è tutto un programma: Orbit concepisce la musica – e la vita – come una successione di sequenze e di frequenze, movimenti magari impercettibili a occhio (o orecchio) nudo che si condensano nell’arco di una breve porzione di tempo, di spazio, di suono. “Con questa musica”, spiega, “ho cercato di materializzare una dimensione onirica, uno spazio dove sia possibile muoversi fluttuando, galleggiando. Un po’ come fa un bimbo nel ventre materno. I moti ondosi a cui ho voluto intitolare il disco non riguardano solo il mare la natura o la musica, ma anche i bioritmi, i cicli dell’esistenza umana. La nostra esperienza sensoriale, la mia perlomeno, è fatta di cicli, di onde che occupano punti diversi dello spazio e assumono forme differenti. Alcune montano lentamente, a poco a poco, altre hanno una grande forza d’urto. La musica, come l’acqua dell’oceano, non si sposta linearmente ma in avanti, indietro e di lato: in una piccolo segmento di spazio o in un piccolo arco temporale si produce un gran movimento anche quando tutto in apparenza resta fermo. Suoni e ritmi si propagano secondo traiettorie ellittiche, noi li percepiamo e con loro possiamo entrare in sintonia”. Onde gentili e cullanti, quelle di “Hello waveforms”, distanti dagli hard beats dei vecchi tempi, dei Bassomatic. “Quella è l’altra faccia della medaglia, e la esplorerò in un disco parallelo che dovrebbe uscire tra un paio di mesi. Per me sono come il flusso e il riflusso, due poli opposti, frequenze alte e basse che ruotano intorno allo stesso perno. Sono il mio yin e il mio yang, in un disco sono Dr.Jekyll e nell’altro Mr. Hyde”. Ci sarebbe anche un terzo progetto, in realtà: un disco di arie d’opera che Orbit ha in cantiere da tempo e che resta nei suoi programmi futuri. Intanto qui ha incluso “Humming chorus”, la cui melodia ha “rubato” alla “Madama Butterfly” pucciniana. “Non era ancora pronta all’epoca del disco precedente e non vedevo l’ora di pubblicarla. Per me Puccini è un compositore pop e poi mi piaceva questa melodia bella e triste, che la protagonista canta al suo bambino aggrappandosi alla vana speranza che il marito, sposato in America a un’altra donna, faccia ritorno per mare”. In altri momenti William dà sfogo alla sua sensibilità più moderna e canzonettistica: soprattutto quando ingaggia le Sugababes (“Spiral”) per rinverdire i tempi delle All Saints di “Pure shores” e “Black coffee”. “Entrambe, e le Sugababes soprattutto, sono dei puri ensemble vocali, gruppi di ragazze che amano cantare insieme per il puro piacere di farlo. E’ merce rara, oggi che di solito le armonie vocali si costruiscono pezzo per pezzo in studio di registrazione e non grazie ad un insieme di persone che cantano simultaneamente le loro parti vocali. Le Sugababes non hanno soltanto un look da modelle come qualche altra pop star in circolazione. Hanno talento e sono ancora molto giovani. In quella canzone hanno cantato benissimo, regalandole una freschezza speciale”. E le All Saints? Si sono riformate da poco, potrebbe essere l’occasione di una nuova collaborazione? “Chissà. Io nel frattempo ho mantenuto i contatti soprattutto con Shaznay”. E anche con Beth Orton, una delle sue prime muse: “Ci vediamo periodicamente, anche se ora non lavoriamo insieme. Abbiamo inciso un sacco di pezzi che non sono mai stati pubblicati, alcuni ora si trovano sul mio Website. Beth è molto prolifica, lavora velocemente. Ho sempre amato il suono della sua voce”. Con quelle femminili, in effetti, la musica di Orbit sembra andare a nozze. “Beh, ho lavorato con soddisfazione con Damon Albarn e con Bono. Ma è vero, sembra che in qualche modo le voci femminili si adattino meglio alla mia musica: mi piace il modo che hanno di armonizzare, mi piace lavorare con loro sugli arrangiamenti vocali. E poi c’è anche un aspetto pratico, in giro ci sono più cantanti donne che uomini disposti a collaborare. Spesso gli uomini fanno i frontman in una band, mentre ci sono molte cantautrici che cercano qualcuno disposto a fornirle una base strumentale”.
All’ultimo album di Madonna, però, non ha collaborato: che ne pensa? “Mi piace. E’ un disco che mantiene quel che promette, senza ambiguità. E’ esuberante e vivace, e complimenti a Stuart Price che ha fatto un ottimo lavoro. ‘Ray of light’ è uno dei lavori di cui sono più orgoglioso, insieme ai dischi che ho inciso con Laurie Mayer (già con Orbit negli Strange Cargo, in “Hello waveforms” è tornata al suo fianco per cantare, suonare il piano e il sintetizzatore). Lavorare con Madonna mi ha dato l’opportunità di far ascoltare la mia musica ad un pubblico molto più vasto di prima. E contribuire a realizzare ‘Ray of light’ è stata un’esperienza straordinaria: duro lavoro quotidiano, e molta interazione con l’artista”. Il successo gli ha aperto da allora molte altre porte, facendolo diventare uno dei remixer più richiesti sul mercato. A proposito: esiste, secondo Orbit, un’arte del remix, e in cosa consiste? “Certo che esiste. E consiste essenzialmente nell’infrangere le regole dopo averle imparate a puntino. Non voglio sembrare troppo schematico: esiste anche gente, ne conosco, che distrugge le convenzioni senza avere la minima base musicale, senza neppure rendersi conto di quel che sta facendo, e ottiene lo stesso risultati straordinari. E altri che invece ti fanno venire voglia di urlare dalla rabbia... Ma in generale, quando si scombinano le strutture melodiche di una canzone, quando si altera una sequenza di accordi, bisogna sapere cosa si fa, tenere in qualche modo il processo sotto controllo: altrimenti i risultati possono essere deleteri. La chiave è avere una qualche forma di comprensione del pezzo che si sta remixando, sul piano intuitivo se non strettamente musicale, e assumersi la piena responsabilità di quel che si sta facendo. Solo così si può anche spogliare completamente una canzone, riproporla in una veste molto più semplice e radicale, e ottenere comunque un gran risultato. Purtroppo però il mondo è pieno di remix fatti con evidente pigrizia, senza applicazione. Capire la melodia di una canzone, sviluppare una sorta di empatia, è un buon punto di partenza per non cadere in questo genere errore”. Sul suo sito, William invita i suoi fan a manipolare la sua, di musica, mettendogli un software apposito a disposizione: non soffre evidentemente di gelosie nei confronti delle sue opere. “No, niente affatto. Anzi, può capitare che qualcuno faccia un lavoro migliore del mio, che non avendo lo stesso tipo di familiarità e di coinvolgimento con la composizione non ci pensi due volte a eliminare il superfluo, ad assumere un atteggiamento più spavaldo e più coraggioso. Io, per esempio, sono teoricamente incline al minimalismo ma non sono mai stato capace di metterlo in pratica. Non c’è niente da fare, finisco sempre per aggiungere, per sovrapporre. Per un remix sono capace di usare otto tracce e non decidermi mai sul cosa scartare”. Viva il“fai da te”, allora, il bricolage musicale… “Certo, è sempre stata una forma vitale di espressione. Pensa agli anni ’30, al periodo della Grande Depressione. Nessuno aveva denaro e ci si arrangiava con quel che si aveva a disposizione. Non c’erano interessi di marketing e la musica poteva esprimersi nel modo più puro possibile”. Ma oggi sono tornate di gran moda le chitarre, e l’elettronica sembra meno “cool” di qualche anno fa… “Mah, non sono d’accordo. Tra l’altro la suono anch’io, la chitarra, anche se non posseggo una gran tecnica. Lo ritengo lo strumento che trasmette più emozioni, dopo la voce umana. Siccome non canto, per me diventa il mezzo più diretto di comunicazione con l’anima, e se sono in buona giornata posso anche combinare qualcosa di buono. La chitarra elettrica è una delle più grandi invenzioni della storia, ma lo stesso vale per il sintetizzatore. Sono onde parallele, per tornare al concetto iniziale, non due mondi che si escludono a vicenda. La musica elettronica, da come la vedo io, gode di ottima salute. Sai qual è il fatto? E’ molto più divertente stare in una band che nella propria stanza a giocherellare con un synth”.
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