Gavin DeGraw, l'antidivo: 'Sono un fan, non una pop star'

Gavin DeGraw, l'antidivo: 'Sono un fan, non una pop star'
E’ giovane ma non giovanissimo, con i suoi 29 anni appena compiuti. Carino ma non troppo. Ama la musica dei ’60 e dei ’70 molto più di quella di oggi. Ha registrato il suo disco di debutto a Los Angeles ma preferisce di gran lunga New York, la sua città d’adozione. E’ il beniamino delle hit radio (anche in Italia, con il singolo che dà il titolo all’album“Chariot”), piace ai registi di Hollywood che usano le sue canzoni in film e telefilm ed è già entrato nel giro dell’establishment musicale (c’è anche lui, nel plotone di artisti ingaggiati per la registrazione del singolo “Come together now”, scritto da Denise Rich e dalla star Sharon Stone in aiuto delle popolazioni colpite dall’uragano Katrina). Ma intanto si fa scrupolo di precisare che non ha nessuna intenzione di diventare una pop star di plastica manovrata da qualche occulto burattinaio… Ecco Gavin DeGraw, promessa del mainstream rock e del giovane cantautorato americano che dai piccoli locali del Village newyorkese si trova improvvisamente catapultato a notorietà internazionale grazie a un disco uscito già da tempo ma con ancora parecchia strada da percorrere, a quanto pare. Lui, tanto per chiarire di non essere un artista monodimensionale, ne offre due versioni distinte, oggi abbinate in una edizione speciale: la prima, elettrica e superprofessionale, è quella “ufficiale”, registrata a Los Angeles sotto la guida esperta del produttore Mark Endert (già al fianco di Fiona Apple); l’altra, “stripped”, acustica e spontanea, affastellata in una notte a New York con il suo gruppo di fedelissimi. “Me lo continuava a chiedere la gente ai concerti, di mettere in circolazione qualcosa di nuovo. E siccome un altro disco è di là da venire questo mi è sembrato un buon compromesso, il modo giusto per colmare il vuoto”, spiega ai giornalisti venuti a fare la sua conoscenza negli uffici milanesi della Sony BMG. “Questa nuova versione”, aggiunge, “è molto più ‘rootsy’, vicina al tipo di musica che suono dal vivo e che facevo prima di firmare il mio primo contratto discografico. Molto meno pensata, più calda, energica e mascolina. Come sul palco, appunto, che per me è la discriminante che separa il vero dal falso. Si viene influenzati dall’ambiente circostante, è normale fare musica più rude quando si trascorre tutta la giornata su un bus in compagnia esclusivamente maschile!”. Del periodo trascorso a Los Angeles, tre mesi circa, dice di non conservare gran bei ricordi. “Non è stata una mia decisione, quella di andare a incidere lì. Sono stati la mia manager e i miei familiari a suggerirmelo, in modo che potessi concentrarmi sul lavoro e non farmi distrarre da altre cose. Era un’idea sensata, ma non mi sono trovato tanto bene: a LA si passa troppo tempo a guidare in autostrada… Stavo in un appartamento al terzo piano, non abbastanza in alto per buttarsi giù o per godere di un buon panorama. Così ho capito che avrei dovuto andarmene al più presto. Ho riscontrato anche differenze sul piano musicale, tra le due città: a Los Angeles la musica è più neutra, forse più rispettosa della tua personalità, a New York tutti suonano con uno stile inconfondibile”.
Ammette che anche nella Grande Mela non è stato facile ambientarsi, per lui ragazzo di provincia proveniente dalla regione montuosa delle Catskills: “A un certo punto mi sono sentito sopraffatto dai miei sforzi di crearmi una carriera come musicista, la vita nella metropoli mi stava facendo ammattire. Me ne sono tornato per un paio di giorni nella mia città natale, ho riscoperto di colpo l’amore per la natura e le cose semplici che avevo dimenticato. Mi è venuta in mente quell’idea del carro di fuoco, ed è nata ‘Chariot’: ma non ha niente a che fare con l’immaginario religioso”. Quella canzone, e le altre del disco, rivelano i suoi amori musicali: evocati anche, uno per uno, nelle note di copertina. “Ho avuto la fortuna di avere dei buoni maestri. Quand’ero ancora minorenne, con mio fratello Joey ci esibivamo la sera nella palestra di un boxeur, papà del nostro batterista. E lui ci passava i nastri di Sam Cooke e di Ray Charles. Mi sussurrava che se avessi suonato quella musica al pianoforte le ragazze sarebbero accorse come mosche e avrebbero cominciato a fare delle strane cose…Poi ho scoperto Donnie Hathaway, Freddie King, Van Morrison, e naturalmente gli altri grandi pianisti cantanti, Elton John e Billy Joel. Billy l’ho incontrato personalmente una decina di giorni fa e l’ho trovato in gran forma, pienamente recuperato. Ha una voce così pura e impeccabile che la gente si dimentica della bellezza dei suoi testi. Cantasse in modo strascicato come Dylan tutti lo celebrerebbero per il grande paroliere che è. Artisti nuovi? Mah, non sono molti quelli che mi entusiasmano. Mi piacciono gli Switchfoot, alcune canzoni dei Lighthouse. E sono amico di Jesse McCartney, una persona deliziosa, un amante della musica e un ottimo cantante. Abbiamo suonato insieme durante uno show radiofonico a Kansas City. Le ragazzine lo adorano, gli tiravano i reggiseni sul palco. Io suonavo il pianoforte, e lui intanto ballava e dimenava il culo. Divertente. Amavo molto Chris Whitley: è morto senza un soldo in tasca, costretto a dormire sul pavimento dell’appartamento del papà. Che storia triste, un genio riconosciuto solo da qualche collega che scompare nell’indifferenza generale. E’ una storia che fatico a mandar giù”. Forse per questo ha confezionato un videoclip che sembra un avvertimento, per tante aspiranti rock star. “Non è autobiografico, ma ho cercato di mostrare quel che può succedere a un artista quando si viene messi sotto contratto per delle qualità che sono difficili da portare a un pubblico di massa. Un conto è funzionare nei bar o nelle sale da ballo, un altro sfondare in radio o in televisione: nel passaggio si rischia di far perdere ai musicisti quel che li rende speciali. Io l’ho visto succedere a un sacco di gente”. A lui, giura, è andata meglio. “Dopo che ho suonato per lui, Clive Davis (il leggendario boss della J Records) mi ha giurato che non avrebbe fatto nulla per cambiarmi. Il suo compito, mi disse, era di pubblicare un disco che stimolasse la gente a venirmi a vedere dal vivo. Gli ho risposto: tu sì che mi capisci… Avevo rifiutato diversi contratti discografici in passato, stavolta ho accettato per pura curiosità”. E intanto è arrivato il tempo di pensare a un disco nuovo: “Non appena torno a casa dopo questo giro interminabile. Scrivo continuamente, sul bus, tutte le sere dopo i concerti. Se sento pressione? Non così tanto, forse perché spendo denaro non mio… Ho già qualche idea sul tipo di suono che vorrei, qualcosa di autentico ma con molto ritmo, facendo attenzione a starmene lontano da quel genere di rock e di hip hop artificioso che ci propinano continuamente. Energia e belle canzoni: non è facile, di solito i pezzi migliori sono quelli più lenti”. Sembra sapere quel che vuole, Gavin, ed è convinto di avere una missione da compiere. “So di non essere il miglior cantante o il migliore autore del mondo, ma sono schierato dalla parte dei grandi. Non sono una pop star, non so ballare. Sono un fan, prima che un musicista professionista, e vorrei riuscire a diventare una specie di messaggero: se poi il mio disco non piace ma riesco a stimolare qualcuno a cercarsi buona musica in giro vorrà dire che avrò raggiunto comunque il mio scopo. Mi piacerebbe far provare a qualcuno lo stesso senso di eccitazione che ho sentito io scoprendo i dischi che hanno segnato la mia vita. Come l’altro giorno, a New York: dormivo nell’appartamento di mio fratello e sono stato svegliato dai miei vicini del piano superiore, due ragazzi che frequentano il college. Hanno ascoltato cinque volte di fila ‘Into the mystic’ di Van Morrison, e poi un vecchio disco di Cat Stevens. Ecco, ho pensato, qualcuno che ha appena scoperto della buona musica!”. Ama ancora suonare nei club come ai vecchi tempi, Gavin, ma ammette che la sua vita è cambiata. “Improvvisamente ho in tasca i soldi per pagarmi l’affitto, ma la cosa assurda è che sono sempre in giro e una casa non ce l’ho più. Però non mi dimentico che fino a qualche mese fa mi esibivo nei ristorantini e nelle stazioni del metrò. E poi ci sono i miei amici che mi riportano con i piedi per terra. Ora, quando torno nella mia cittadina, posso raccontargli di essere appena stato in Italia e in tanti posti meravigliosi. Ma loro non sembrano rendersi conto di quello che mi è successo, oppure non gliene frega niente. E continuano a chiedermi: allora, Gavin, che fai? Suoni sempre nei bar?”.
L'artista si esibirà stasera al Luminal di viale Monte Grappa a Milano.
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