Ritorna Skin: 'Ecco perché amo il rock e odio la dancehall'

Ritorna Skin: 'Ecco perché amo il rock e odio la dancehall'
Nerovestita, a parte le catene argentate che le ciondolano dalla cintura, la pantera di Brixton ti passa accanto frusciando, leggera e felina come una Catwoman del rock. Da sola, come si dice, riempie una stanza. Cattura lo sguardo ed è un modello, parte naturale parte coltivato, di “coolness”: anche quando parla e si lascia andare, dopo le domande di routine sul disco nuovo, a ricordi e aneddoti divertenti. Non si scompone neppure quando la prima curiosità dei giornalisti, a freddo, riguarda i suoi rapporti attuali con gli altri ex Skunk Anansie. “Mark, il batterista, ha suonato in un paio di canzoni e ha pure fotografato un mio show”, risponde senza battere ciglio. “Cass, che aveva suonato su ‘Fleshwounds’, si sta occupando di accessoriare la mia automobile. Ed Ace è diventato papà e quindi ha poco tempo per dormire. In ogni caso, nessuno dei tre mi ha autorizzato a parlare dei loro progetti futuri”. Noi, infatti, siamo qui per chiacchierare di “Fake chemical state”, il secondo disco solista, primo per la nuova etichetta V2, che esce questo mese e che Skin promuoverà in concerto, in Italia, ai primi di maggio (date già sicure a Milano, Modena e Treviso). Un album piuttosto diverso, anche dopo pochi ascolti, dal precedente “Fleshwounds”: “Il primo disco solista”, spiega lei, “coincise con un periodo delicato della mia vita. Per questo aleggia quell’atmosfera un po’ spettrale, introversa, e le parole delle canzoni, spesso, sono così aggressive. Ero in un periodo di transizione, anche musicale, mentre con questo disco ho cominciato a definire davvero i contorni della mia musica. ‘Fleshwounds’ mi ha dato modo di sperimentare, anche di commettere degli errori. Poi, dal vivo, sono tornata al rock, ho ricominciato ad urlare”. E se i suoni delle nuove canzoni sono più curati e calibrati, aggiunge, il merito va anche al produttore Gordon Raphael, l’uomo che ha accompagnato gli Strokes fino ad un pezzo del cammino del terzo album: “Eravamo già piuttosto avanti con la preproduzione quando, d’accordo con la mia manager, abbiamo deciso di provare a coinvolgerlo”, ricorda Skin. “Avevo dei demo e le idee già piuttosto chiare su quello che volevo fare. Sottoporglieli è stato come fare un test: se gli fossero piaciuti, come è successo, sarebbe stato il caso di proseguire la collaborazione, altrimenti meglio lasciar perdere. Gordon ha lavorato con estrema velocità, non ha cercato di coprire inutilmente tutti gli spazi né era interessato a cospargere di miele le mie canzoni. E poi è un ragazzo molto composto, piacevole, rilassato. Insomma, è riuscito a fotografare nitidamente i suoni che avevamo in mente”. E quello strano titolo, “Fake chemical state”? “E’ nato così per caso, in modo abbastanza sciocco come spesso succede. Stavo mettendo dischi in un locale, una sera. E a un certo punto, non ricordo se sul piatto c’erano i Chemical Brothers o Basement Jaxx, mi finisce sulla console questo tipo completamente fatto. Mi sono irritata, l’ho insultato dicendogli che era un drogato, in evidente stato di alterazione chimica. Solo dopo mi sono venute in mente le implicazioni sociali di quel discorso: negli Stati Uniti ci sono stati dei reportage televisivi che hanno dimostrato come alcune malattie vengano create artificialmente per permettere alle case farmaceutiche di vendere i loro medicinali”.
Il singolo che lo anticipa, il grintoso “Alone in my room”, è stato reso disponibile in anteprima ma solo in download. Un buon pretesto per parlare di Internet e del futuro della musica. “In questo momento la Rete è come un libro aperto, ci si può scrivere sopra quel che si vuole. Siamo in un momento di passaggio e si procede a tentoni, intuitivamente. Storicamente, gli artisti sono stati costretti ad accettare compromessi con le case discografiche, a firmare contratti raramente vantaggiosi dal loro punto di vista. E adesso, grazie al Web, possono riacquistare il controllo della loro creatività e dei loro destini artistici. Non voglio dire che le case discografiche debbano scomparire, ma che è il caso di impostare d’ora in poi i rapporti su basi nuove. L’importante, con Internet, è non averne paura. E forse ci vorranno ancora un paio d’anni prima che abbia davvero un impatto forte. Anche se il caso degli Arctic Monkeys sembrerebbe dimostrare il contrario”. A proposito, che ne pensa un’artista già navigata come lei di questa generazione imberbe di rockers che da qualche tempo sta spazzando le coste inglesi e non solo? “Tutto il bene possibile. Il fatto è che arriviamo da anni di fottuto ‘Pop idol’ e questa è una sana reazione a tutta la spazzatura che ci siamo sorbiti dalla fine degli anni ’90. E’ vero, non siamo riusciti a uccidere i Westlife e i Take That stanno per tornare. Ma la nuova scena è vibrante. Ci sono i Bloc Party, e il loro disco è il mio preferito tra quelli usciti l’anno scorso. E poi I Clap Your Hands Say Yeah, e i Razorlight. Il fatto che gli Arctic Monkeys abbiano venduto 118 mila copie in un giorno solo è una gran notizia. Vuol dire che hanno riportato la gente nei negozi e magari va a finire che si compra anche il mio, di disco! Intendiamoci: non è che tutte le nuove band siano eccezionali. E’ successo anche all’epoca del Brit Pop, abbiamo avuto gli Oasis, i Radiohead e gli Suede. Ma anche gli Sleeper. O i Blur…beh, no, perché l’ho detto? Non ho nulla contro di loro”.
Tra i suoi beniamini ci sono anche i nostrani Marlene Kuntz, che ha voluto di nuovo accanto a sé dopo il duetto che il gruppo cuneese incluse cinque anni fa sull’album “Che cosa vedi”. “Li aspettavo al varco per farmi restituire il favore”, è la versione di Skin. “Li ho invitati a Londra per lavorare su un pezzo già pronto, ‘Take me on’, ma per cui ero alla ricerca di una vibrazione differente. Abbiamo fatto le cose in fretta, tre o quattro ore, così ci è rimasto del tempo libero. Magari non saranno contenti di quello che sto per raccontare… ma insomma, siccome erano elegantissimi e ben vestiti ho deciso di portarli ad un party. Abbiamo mangiato e bevuto in abbondanza, e siamo finiti in un locale gay dei sobborghi, ad Hoxton, con la gente accalcata sul dancefloor a ballare e cantare canzoni dozzinali. Loro, con il loro caratteristico aplomb, all’inizio se ne stavano molto sulle loro, immobili e, almeno così sembrava, anche un po’ preoccupati. Ma dopo un po’ si sono scatenati in pista. E siccome io ad un certo punto ho dovuto abbandonarli per tornare a lavorare, è rimasto un grosso punto interrogativo sul come abbiano finito la serata…”. Ad essere inappuntabile ed elegante ci tiene molto anche lei, e la sua biografia ufficiale racconta che ha fatto recentemente la modella per Gucci e Alexander McQueen. “Ah si? Devo farlo togliere perché non è vero. Mi sono solo esibita durante uno show chiamato Fashion Rocks, l’anno scorso, e in quell’occasione mi hanno vestita con i loro abiti per rendermi più sfavillante che mai. Il fatto poi che fossi attorniata da splendidi ragazzi è stata la ciliegina sulla torta. Ma no, la carriera di modella non mi interessa”. A ispirarne il look e lo stile, racconta, sono stati altri, molto più remoti incontri. “Il primo modello è stata Deborah Harry, quando l’ho vista in tv a Top Of The Pops. Tutte le settimane stavo incollata al televisore per guardare la trasmissione, e quando fu la volta dei Blondie quel suo abitino bianco e nero a strisce mi colpì molto. In seguito rimasi affascinata anche da Chrissie Hynde. Gli altri miei idoli? Bob Marley, l’Elvis di Giamaica, e guai a chi ne parla male. Angela Davis, anche se all’inizio, lo ammetto, fui colpita più dalla sua capigliatura che dalle sue idee politiche. E Nina Simone, comprai ‘My baby just cares for me’ come scusa per attaccare bottone con un ragazzo che mi piaceva e che vendeva per strada dei 45 giri evidentemente rubati da qualche parte. Il problema è che in casa nostra il giradischi era presidiato dai miei fratelli maschi. Il maggiore aveva un suo sound system piuttosto famoso con cui partecipava regolarmente al carnevale di Notting Hill. Faceva serate, tornava a casa a notte fonda e regolarmente le buscava dai nostri genitori. Se accettava tutto questo per la musica, pensavo tra me e me, doveva crederci sul serio a quello che faceva. Ma, accidenti, suonava quei maledetti nastri tutto il giorno, avanti e indietro, ossessivamente. Da quel momento non ho mai avuto un buon rapporto con la dancehall, mi è sempre andata di traverso”. E ora vanno d’accordo, lei e il fratello? “Adesso mi vuole bene, sì. Perché gli allungo dei soldi. E’ triste ma è la verità”.
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