Jamie Cullum live in Italia: 'Sul palco mi ispiro a Pete Townshend'

Jamie Cullum live in Italia: 'Sul palco mi ispiro a Pete Townshend'
Le etichette, come si sa, lasciano il tempo che trovano: con la genìa dei nuovi crooner, i Michael Bublé e i Peter Cincotti, Jamie Cullum ha davvero poco da spartire. A vederlo agitarsi sul suo pianoforte, mentre percuote tasti e martelletti come un ossesso, sembra piuttosto l’antitesi dell’interprete “cool” e confidenziale, e se ne saranno accorti gli spettatori del suo primo minitour italiano, lunedì sera al Vox Club di Nonantola e martedì al Rolling Stone di Milano. Di persona, lo scricciolo inglese dimostra anche meno dei suoi 25 anni di età. E non ha nulla della spocchia che si potrebbe subodorare in chi, improvvisamente, passa dal circuito underground dei pub e dei club di provincia a due blockbuster discografici come “Twentysomething” e “Catching tales” (non male anche le vendite italiane: circa 20 mila copie a testa), forte di un chiacchierato contratto da un milione di sterline con la Universal. “Ma non è che quei soldi mi siano arrivati direttamente in tasca”, premette, “sono stati stanziati dalla casa discografica per il budget di produzione e promozione dei miei dischi. A dirla sinceramente, non hanno cambiato il mio modo di vivere e di pensare. Può sembrare ingeneroso, me ne rendo conto, ma i miei obiettivi sono differenti: voglio crescere e diventare un grande musicista, è questo che mi interessa. E non voglio pormi nessun limite”. L’ultimo disco, “Catching tales”, ne è una dimostrazione: standard e pop moderno, collaborazioni con Dan The Automator (Gorillaz) e il cantautore Ed Harcourt, una cover dei Doves e improvvisazioni jazz. “Tutte le tracce base delle canzoni”, spiega Jamie con orgoglio, “sono state registrate in un colpo solo, un’unica take: voce, piano, basso e batteria incisi tutti insieme nello stesso momento”. Dagli inizi di gennaio ha ripreso a proporle in concerto: “Praticamente sono sette anni filati che sono in tour…”, sospira divertito. “E mi sto abituando alla follia di questa vita, ogni sera un posto diverso dove suonare, fare un soundcheck, rilasciare interviste, stringere la mano a persone nuove. Ma certo non mi lamento, mi guadagno da vivere facendo quello che mi piace di più, suonare. Dunque più follia c’è, meglio è”. Di sicuro lui e la sua band, sul palco, sembrano non annoiarsi: “E’ dal vivo che si testa la qualità delle canzoni. Una buona melodia è come una bella automobile, la puoi mettere da parte per un po’ e poi rimetterti al volante. Sul palco ci piace manipolarle, le canzoni, tirarle da una parte e dall’altra per portarle in posti nuovi. Ovviamente la gente vuole ascoltare quello che conosce e io sono qui per intrattenerla. Ma ogni sera è diverso, io introduco materiale nuovo, cambiamo la set list, la sequenza, suoniamo i pezzi in modo sempre differente. A volte mentre stiamo per salire sul palco gli altri mi chiedono con cosa cominciamo: e io gli rispondo che non ne ho la minima idea”. Bisogna avere una fiducia speciale in se stessi e nei propri musicisti? “Ma no, è il mio lato jazz che si manifesta e che mi spinge a fare di tutto per conservare freschezza alla musica. Per strano che possa sembrare, per me è un po’ la conseguenza dell’essere cresciuto con il punk. Il jazz, per me, riguarda più l’atteggiamento che l’etica musicale: se non ti poni dei limiti puoi creare musica più interessante. Sono cresciuto ascoltando musica che i miei genitori odiavano, punk, rock e heavy metal, Rage Against The Machine, Nirvana, Sepultura…Mi hanno sconvolto, come mi ha sconvolto sentire il primo assolo di Herbie Hancock senza avere la minima idea di chi fosse. Sono stati i sample dei musicisti hip hop, i dischi di A Tribe Called Quest, Pharcyde e Cypress Hill, a farmi scoprire il jazz. E poi i gruppi elettronici, Massive Attack e Roni Size. E uscire con mio fratello (Ben, bassista della band), e frequentare i dj. Ma mi piacciono anche i cantautori, amo molto i dischi di Sufjan Stevens, Rufus Wainwright, Devandra Banhart, Fiona Apple. Sono un fan della musica, compro un sacco di dischi e ne ascolto almeno il doppio. E non disprezzo neppure il pop più commerciale, Britney Spears o le Pussycat Dolls! Il jazz? Mi piace quello che arriva dalla Scandinavia, i musicisti che incidono per la Jazzland sono tutti molto interessanti, progressisti e avanti sui tempi. Adoro lo stile pianistico di Brad Mehldau, mi piacciono ancora molto Keith Jarrett e Wynton Marsalis, soprattutto quando suona in piccoli ensemble. Molti jazzisti bollano il pop come musica frivola e sciocca, a me sembra che invece la combinazione dei due generi possa produrre risultati interessanti. Mescolare l’atteggiamento del musicista pop con l’abilità strumentale e la propensione all’improvvisazione del jazzista, ecco quello che cerco di fare. Io sono un autodidatta, ho cominciato a suonare piano e chitarra più o meno quando avevo tredici anni. E ancora oggi non so leggere la musica, mi riprometto di imparare”.
Intanto, dopo essersi fatto le ossa sugli standard (“Sono loro a scegliere me, piuttosto che il contrario. Cerco sempre di interpretare quelli che avrebbero potuto essere stati scritti anche oggi, che non rimandano necessariamente agli anni ‘40”), si è messo a scrivere come un ossesso e dice di avere in mente non uno ma due dischi nuovi. “Sì, ogni momento è buono per scrivere e il mio piccolo studio portatile è sempre con me. Proprio ieri ho registrato la traccia base di una nuova canzone. Ho cominciato a scrivere spontaneamente, senza averlo progettato. La prima volta che dopo tanto tempo ho avuto modo di fermarmi per tre mesi, dopo ‘Catching tales’, ho accumulato 28 canzoni che probabilmente saranno il punto di partenza del nuovo album. Ma chissà, per quanto ne so oggi potrei anche incidere un disco di evergreen o di cover degli AC/DC”. E da dove arriva, quel modo singolare e un po’ selvaggio di suonare il piano? “Arriva dal rock&roll, da Pete Townshend che sfascia la chitarra sul palco, dal modo in cui Elton John e Ben Folds suonano il piano. Ma non è un trucco da palco: che tu ci creda o no, suono così anche quando sono a casa”.
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