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NEWS   |   Italia / 21/01/2006

Viaggi, mostri, cori angelici e champagne: Capossela presenta 'Ovunque proteggi'

Viaggi, mostri, cori angelici e champagne: Capossela presenta 'Ovunque proteggi'
Un pezzo per violoncello, armonium, coro e theremin. Uno per voce e pianoforte solo. Un altro ancora con un trio dixieland di accompagnamento. E a seguire un mezzo bagno nello champagne, come sul podio di una competizione sportiva. Così Vinicio Capossela celebra l’uscita del nuovo disco “Ovunque proteggi”, nei negozi da ieri venerdì 20 gennaio. Siamo nel cuore di Brera, nella ex chiesa di San Carpoforo. “Io stesso”, spiega al microfono con un po’ di imbarazzo prima di eseguire il suo mini set per giornalisti e addetti ai lavori, “sono un ex profeta, e un ex marito. E qui dentro ci sono tanti ex voto”. “Confido nell’anno del Capricorno in cui siamo appena entrati come migliore auspicio per un’opera pelosa e cornuta come questa”, aggiunge, e sembra già di entrare nel mondo fantastico e visionario delle sue canzoni. Deve amarle tanto, perché a ciascuna dedica una frase, un aneddoto, un ricordo. “ ‘Dalla parte di Spessotto’ nasce più o meno trentacinque anni fa, a Bari, quando io di anni ne avevo cinque. Una notte sentii un tarlo nell’orecchio e pensai che sarei morto di lì a poco, troppo presto per essere in regola con la lista dei peccati da compiere e le successive espiazioni. Il giorno dopo, a scuola, capii la differenza che passava tra i bambini bravi e quelli che non hanno mai il fiocco e i capelli in ordine. L’hanno scelta come singolo, misteri della discografia. Io avevo proposto ‘Brucia Troia’: credo che avrebbe spopolato nei programmi di dediche radiofoniche”, butta lì tanto per sciogliere quel filo di gelo, anche climatico, che ancora aleggia nella antica navata della chiesa. Ed ecco le altre canzoni: “C’è un salmo dalle Scritture, ‘Non trattare’, e un pezzo techno, ‘Moska valza’ che in sei minuti racconta la preistoria russa e la realtà di una megalopoli moderna. C’è ‘Al Colosseo’, che è quasi come la colonna sonora di Ben Hur e che tratta un argomento sempre di attualità. C’è ‘Nel blu’, che è un pezzo di magia, danza e illusionismo sonoro. E c’è una canzone molto italiana, un po’ alla Rustichelli, sul mito della Medusa. Mi è nata dopo aver visto un quadro di una pittrice svedese mia amica”. E’ uno dei tanti “mostri”, draghi minotauri e ciclopi, che popolano questo disco visionario, ostico, affascinante. “E’ che mostri siamo anche noi umani”, spiega Vinicio, “creature perennemente divise a metà”. Poi continua a dare le sue indicazioni di rotta: “ ‘Pena de l’alma’ l’ho presa dai Los Lobos. Una sera che soffrivo particolarmente per amore la ascoltai quaranta volte di seguito. E intanto mi spegnevo sigarette sul braccio. ‘Lanterne rosse’ invece è una canzone d’attesa e di ombre. L’abbiamo registrata alle quattro di mattina alle Officine Meccaniche, sui Navigli, una sera di fine agosto. Come sul Golgota arrivò un nubifragio e mancò la corrente: e un po’ s’era spenta davvero la luce, quel giorno. Era morto Matteo Salvatore”. Un altro dei pezzi chiave, “La Ss. dei naufragati”, trae invece ispirazione da Melville e dal Capitano Achab, da Coleridge e dalla sua “Ballata del vecchio marinaio”: “L’avevo scritta per la Banda Ionica. Ci sono spettri e fuochi fatui; il violoncello del maestro Mario Brunello, qui, mi fa pensare ad un vascello che galleggia tra le tempeste dei marosi”. Fa parte del breve concertino, insieme con “Nutless” (“Una storia d’amicizia”) e “Ovunque proteggi”, la canzone. “Risale a tanto tempo fa, è una costola de ‘Il ballo di S. Vito’. Mi sembrava una melodia così forte che per tanto tempo non ho saputo metterci delle parole. L’ho intesa come un pezzo di genere abbracciante, di fine viaggio, quando ci si vuole ricongiungere con chi si è lasciato indietro. Perché se il prezzo di vivere è perdere la partita, quello dell’andare è lasciare. E se questo disco ha un tema, è quello del viaggio che ogni uomo intraprende nel corso della vita con tutte le separazioni che questo comporta”. In viaggio, “on the road” il disco stesso ha preso forma: Milano e Roma, gli studi di Rubiera (Reggio Emilia) e il Teatro delle Voci di Treviso. E poi Calitri, paese natale del padre di Capossela, la chiesa di Scicli, in Sicilia, e la grotta preistorica di Ispinigoli, in provincia di Nuoro. “Sì, è un disco nato nel segno della protezione e del pellegrinaggio, questo. Per strada, a tappe, e grazie a tutti quelli che alle mie richieste più assurde hanno risposto: te lo posso fare”. Li cita uno per uno, i pezzi, perché lui crede nel disco “come opera unitaria, anche se andiamo verso la frammentazione digitale. Se rompere l’unità è un peccato per gli ebraici lo è anche per me: il disco è un tutt’uno, dal cartoncino della copertina alla sua anima di ferro. E questo è da mandare giù tutto intero, magari poche volte nella vita”. Legge una poetica lettera aperta e sembra proprio ebbro di gioia, Vinicio, come il Cristo portato in processione di “L’uomo vivo”. Prosit.
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