Concerti 'slow' per i Marlene Kuntz: 'C'è più dinamica e calore'

Concerti 'slow' per i Marlene Kuntz: 'C'è più dinamica e calore'
E’ uno dei principi elementari della musica dal vivo, quasi un riflesso pavloviano indotto nel pubblico: si alza il volume delle chitarre o il ritmo della batteria, e la gente immediatamente si scalda, si agita, si mette a urlare e a ballare. Per il loro “S-low tour 06”, 13 date già programmate (altre sono in arrivo) con partenza il 2 febbraio all’Hiroshima di Torino, i Marlene Kuntz hanno deciso di andare in direzione opposta, scegliendo ad arte un repertorio di ballate e “rock lenti” (non è un ossimoro, a dispetto di Celentano) dal bpm espanso, rallentato, bradicardico, ma con il respiro teso, elettrico, intenso di molte pagine del loro catalogo. Un’idea figlia di “Bianco sporco”, l’ultimo album dei cuneesi che ha aperto nuovi orizzonti stilistici, lirici e strumentali alla loro musica? “Sì e no”, dice Cristiano Godano, frontman del trio che sul palco, come sul disco, sarà accompagnato da Gianni Maroccolo al basso. “L’idea”, racconta, “mi frullava in testa da tempo, e a convincermi che non era campata in aria ha provveduto la puntata di ‘Storytellers’ che abbiamo registrato per Mtv. Volevo trovare un modo per valorizzare ulteriormente il lato più intimista della nostra produzione. E’ un aspetto che ci accompagna dagli inizi, del resto: magari non dai tempi di ‘Catartica’, perché allora eravamo giovani e impazienti e le cose andavano più veloci; ma già ‘Come stavamo ieri’, su ‘Il vile’, incarnava un’altra faccia della nostra musica accanto a quella più arrembante e aggressiva. ‘Bianco sporco’ ha portato il discorso alle estreme conseguenze, essendo un disco che nella sua globalità accentua più degli altri questa dimensione introversa, ‘non veloce’ della nostra musica”. Vien da pensare che, innestando le marce più lente, il gruppo avrà anche occasione di mettere ancora di più al centro della scena e della rappresentazione i suoi testi, così importanti per Godano e i Marlene. Saranno concerti di parole, oltre che di musica, quelli che iniziano tra pochi giorni? “Non ci avevo neanche pensato, ma in un certo senso è così. Il pubblico non potrà mettersi a pogare, e questo non mi dispiace affatto. Io mi sentirò costretto a cantare meglio, e so che se sul palco tutto funzionerà a dovere potrò ricavarne anche più calore e soddisfazione del solito. E poi un concerto di questo tipo offre un potenziale dinamico superiore a quello di uno show tirato dall’inizio alla fine. Partendo da zero, quando il suono cresce cresce per davvero, se invece partissi con il riff di ‘Festa mesta’ la gamma sarebbe molto più ridotta. La scommessa sta nel richiedere al pubblico un’attenzione particolare. Per farlo, puntiamo sulla forza e anche sul blasone che certe canzoni del nostro repertorio hanno conquistato nel tempo”.
Godano ci tiene a non far passare la scelta per eccentrica: “Concerti di questo tipo sono frequenti nel circuito underground, uno dei più belli a cui mi sia capitato di assistere negli ultimi tempi è stato quello dei Low, lentissimo ma di enorme intensità. E tra i miei preferiti ci sono sempre stati parecchi artisti che fanno musica intimista: il Neil Young di ‘Harvest’ e ‘After the gold rush’, il Nick Cave delle ballate, Leonard Cohen e lo stesso Dylan. Uno dei miei dischi preferiti di questi ultimi anni è l’album acustico di Bonnie 'Prince' Billy, amo il songwriting puro e semplice”. Il concerto dei Marlene Kuntz sarà, al contrario, elettrico: una scelta imprescindibile per la band piemontese? “Finché non impareremo a suonare bene le chitarre acustiche…Le canzoni da bivacco, le sei corde suonate col plettro e le accordature aperte non sono il nostro pane. Se facessimo un ‘unplugged’ ci piacerebbe inserire accordi storti e un po’ dissonanti, e questo richiede tempo e applicazione”. Quel che è certo è che, nelle intenzioni sue e dei suoi compagni, non si tratta di un progetto estemporaneo: “Non fa male inventarsi cose nuove, ogni tanto, anche nei riguardi del pubblico. Al circuito dei club siamo debitori di quanto abbiamo raccolto fino ad oggi, e lungi da noi lamentarcene. Ma non sono certo il primo o l’unico a sottolineare che l’Italia è piccola, che dopo un po’ si finisce per suonare sempre negli stessi posti e che la nostra scena underground ha anche dei risvolti negativi”. Dunque? “Dunque sarebbe bello riuscire ad aprirsi degli spazi nei teatri, per esempio. Le poche volte che ci ho suonato, con i Marlene o come ospite dei PGR, ne ho ricavato delle belle sensazioni, i palchi hanno un’acustica molto gratificante”. A teatro, intanto, i MK ci sono arrivati rielaborando su invito del regista canadese Robert Carsen un brano per un allestimento dell’opera brechtiana “Madre Coraggio e i suoi figli” allestita al Teatro Strehler di Milano. “E’ stata un’esperienza curiosa ed eccitante”, racconta Cristiano. “Ci hanno chiamati all’ultimo momento, dandoci non più di un paio di settimane per completare il lavoro. Ci siamo messi le gambe in spalla, tra Natale e Capodanno abbiamo mandato una prima prova, ma ci sono stati dei problemi: Maddalena Crippa, che doveva interpretare il pezzo, non ci si ritrovava e abbiamo dovuto confrontarci, apportare delle modifiche. Nello spettacolo ci sono molti attori, e con nostra sorpresa molti sono dei nostri fan: a loro il pezzo è piaciuto molto e questo è stato molto gratificante”. E dopo il tour, che succederà? “Di solito, quando ne finiamo uno, passa un mese, un mese e mezzo, prima che riusciamo a combinare qualcosa di buono. Ma ieri ho passato tutta la giornata a canticchiare un paio di cose che avevo buttato giù un paio di giorni prima. E’ un segnale, vuol dire che sto entrando pian piano nel mood, nel mondo di un nuovo disco”.
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