Rockol incontra gli Afterhours

Rockol incontra gli Afterhours
Dieci anni dopo la svolta di “Germi”, primo disco tutto in italiano, gli Afterhours tornano alla lingua inglese per un album, “Ballads for little hyenas”, che è la versione internazionale del loro disco più recente e fortunato, “Ballate per piccole iene” (con l’aggiunta di una cover di Lou Reed, “The bed”, cantata in coppia con Greg Dulli). Il cd, pubblicato in Europa e prossimamente in Canada e Stati Uniti dalla One Little Indian, uscito anche in Italia, per la Mescal, il 27 gennaio scorso. Un cerchio che si chiude e si riapre, in un certo senso. E, chissà, forse anche un capitolo nuovo, una svolta importante nella carriera: l’occasione buona, insomma, per incontrare Manuel Agnelli e Giorgio Prette e parlare con loro, a ruota libera, anche di tante altre cose.


Viene spontaneo, oggi, il paragone con i vostri inizi e con i primi dischi cantati in inglese. Perché quella scelta, allora? Questione di gusti musicali, di ingenuità giovanile, o magari era ancora un certo senso di insicurezza a consigliarvi di nascondervi dietro una lingua che non tutti capivano?
No, questo no. Il desiderio di farsi comprendere da tutti, anzi, è stata la motivazione principale che ci ha spinto a passare ai testi in italiano. Certo, agli inizi cantare in inglese era un po’ naif: eravamo dei colonizzati, dal punto di vista culturale, ascoltavamo solo musica proveniente dai paesi anglosassoni. Ma è anche vero che per musica come la nostra, a quei tempi, in Italia non c’era un pubblico. E allora tanto valeva cantare in inglese per giocarsela alla pari con gli altri sul mercato internazionale. Noi apparteniamo alla seconda generazione della cosiddetta scena alternativa, siamo arrivati dopo i Litfiba, i Diaframma o i Neon. E quel paternalismo con cui venivano trattati solitamente i gruppi italiani non ci è mai andato giù. Lo abbiamo sempre considerato un cancro, un ostacolo allo sviluppo della creatività. La scelta di rivolgersi all’estero, oggi, nasce anche da questo.

Come sono state le vostre prime esperienze fuori confine?
Molto limitate, finora. L’esibizione al Midem di due anni fa, per dirla francamente, è stata una schifezza. Era uno showcase, e in quelle occasioni ci si sente un po’ come al supermercato. Ricordiamo con affetto, invece, il Berlin Independence Day del ’92, ai tempi di “Cocaine head”: una manifestazione bellissima, si suonava in locali suggestivi e caratteristici anche se magari davanti a cinquanta persone. E prima ancora, nel ’90, il New Music Seminar a New York, con un pubblico ancora più esiguo ma un’atmosfera straordinaria. Lì ci siamo accorti che gente che noi consideravamo delle rock star, i Mano Negra o i Buffalo Tom, suonavano in club da 800 persone, non di più. I numeri non sono tutto, ma con il tour che quest’anno ci porterà in Europa e poi in America speriamo di fare un passo avanti.

Ognuno ha il suo mentore, quando si tratta di tentare l’avventura all’estero. Cristina Donà ha avuto Robert Wyatt, voi avete Greg Dulli…
Rimase colpito quando ci vide suonare dal vivo per la prima volta. E quando ha lavorato in studio con noi ci ha spinto a ricreare un suono il più possibile simile a quello che sprigioniamo sul palco. E’ stato lui a caldeggiare il progetto di un disco in inglese, a convincerci che era il caso di provare a mettere il piede fuori casa. Ha fatto cadere le nostre ultime remore psicologiche, il suo entusiasmo ci ha fatto sentire molto più sciolti e fiduciosi.

Avete qualche timore, riguardo all’atteggiamento della critica angloamericana? A volte è piuttosto snob nei confronti degli “stranieri”.
No, lì i media specializzati non risparmiano nessuno ma non fanno neppure favoritismi. Anche l’ostacolo della lingua è un falso problema. Certo non puoi cantare in inglese come Mal cantava in italiano, bisogna evitare l’effetto grottesco, ma alla fine conta l’emozione che la canzone è in grado di suscitare. I dEUS, o gli Einsturzende Neubauten, hanno sempre avuto una pronuncia terribile, eppure il risultato è buono perché il cantato è espressivo e funziona comunque. Grazie soprattutto all’aiuto di Davey Ray Moor, un maestro in questo campo, abbiamo tradotto le parole delle canzoni in modo da preservarne il senso e l’emozione, più che il significato letterale.
Lo avete anche rimasterizzato, il disco. Perché? Non “suonava” abbastanza bene per il mercato internazionale? Siamo ancora lontani da uno standard accettabile?
I nostri ultimi dischi li abbiamo masterizzati tutti in Inghilterra, ma non siamo mai stati convinti fino in fondo dei risultati. Quel che ci interessava è che venissero rispettati i nostri missaggi e ottimizzate le nostre scelte. Questa volta abbiamo deciso di osare di più, la versione inglese è una specie di “senno di poi” dell’album in italiano. La masterizzazione iniziale era forse troppo claustrofobica e ‘intubata’, per un disco che è già scuro di suo. Abbiamo optato per una soluzione più ‘americana’, comprimendo i suoni in modo più violento, più cattivo. Ci siamo resi conto che in Italia ci sono fonici bravissimi e ottimi studi di registrazione. Basterebbe, come al solito, crederci un po’ di più.

Negli anni avete moltiplicato le collaborazioni con altri musicisti… E’ un atteggiamento piuttosto raro in Italia, dove ognuno tende ancora a coltivare il suo orticello, dove spesso si litiga furiosamente per il posto di “headliner” in cartellone…
Anche all’estero esistono i circoli chiusi, le invidie tra artisti… La differenza è che in America applicano una forma di meritocrazia spietata. Lì si parla poco e si lavora tanto, bisogna dimostrare sul campo quanto si vale e chi dice malignità sui colleghi alla fine è visto come uno sfigato. Da questo punto di vista si tratta di un sistema invidiabile, sostanzialmente sano. I musicisti sono incoraggiati a fare e ad osare, invece che a parlare: a differenza che in Italia, dove devi sempre preoccuparti di spiegare, di dare una ragione di ciò che stai facendo. I Rolling Stones da noi non avrebbero mai potuto nascere.

Janis Joplin lo diceva in una vecchia intervista televisiva, dopo essere stata in tour in Europa: invece di ballare, il pubblico se ne sta immobile a guardare e ascoltare…
Il che non è per forza un male. E’ una nostra caratteristica, c’entrano anche la politica e gli anni ’70. Questa propensione all’analisi ci è rimasta nel Dna e riguarda anche la musica, la valutiamo e scomponiamo ancora prima di averla ascoltata. Da noi il talento non manca, c’è voglia di fare, c’è fermento, c’è freschezza. Ma siamo bloccati di testa, siamo frenati dalla mancanza di legittimazione che chi fa il musicista all’estero è abituato a ricevere dalla stampa e dalle istituzioni. Pensa all’Inghilterra…

Gli Afterhours hanno versato sangue, sudore e lacrime sui palchi di tutta Italia, suonando in ogni dove. Resta l’unica strada praticabile, ora che la catena di montaggio del pop si è inceppata? Sembra difficile, oggi che i soldi scarseggiano, creare bisogni indotti nel pubblico attraverso il marketing…
Probabilmente sì, è l’unica strada. A dire il vero, ci saremmo anche risparmiati dieci anni in giro per l’Italia al ritmo di 120 date per stagione, la metà o meno sarebbero state sufficienti. In un paese piccolo come questo finisci per suonare sempre negli stessi locali, che una volta erano molto peggio di quello che sono oggi. Ci si consuma, a un certo punto subentra la routine. Abbiamo cercato di reagire cambiando forma agli spettacoli, facendo set acustici o semiacustici, variando le scalette per quanto possibile. Suonando in giro con i Mercury Rev abbiamo verificato che da una sera all’altra il loro show non cambiava di una virgola: ogni sera gli stessi, identici pezzi, gli stessi gesti e le stesse trovate sceniche. Li vedi una volta e pensi, accidenti come sono bravi: ma il fatto è che facendo le stesse cose per sei mesi di seguito si diventa abili come ballerini o saltimbanchi. Abbiamo fatto 60 concerti in cinque mesi, nel 2005: mai come adesso diventa vitale, per noi, passare il confine e vivere un’esperienza nuova e diversa. Le prime 20 date di un tour sono sempre fantastiche. Ma dopo di quelle, il punto di assuefazione arriva sempre più in fretta.

Molti gruppi che hanno una fan base solida come la vostra, soprattutto all’estero, si sono messi a fare tutto da soli, producendosi i dischi e distribuendoli on-line e nei negozi. Voi no: forse perché quell’esperienza l’avete già fatta agli esordi?
E’ una soluzione molto interessante, e moderna, quella che vede l’artista tornare padrone della propria musica. Probabilmente è la strada del futuro. Ma è anche una gran fatica, come abbiamo avuto modo di verificare. Con la nostra casa discografica, la Mescal, esiste un rapporto di vera collaborazione. Non si sono mai limitati a pubblicare i nostri dischi, si sono sempre dati da fare per mettere in pratica le nostre idee: il Tora! Tora!, naturalmente, ma anche i tour che ci organizziamo dove e quando vogliamo, e questo disco in inglese che arriva su richiesta di un’etichetta straniera ma che senza il loro contributo operativo e organizzativo sarebbe stato molto più difficile da realizzare.

Vi spaventa la diffusione di movimenti come il no copyright, che mette in discussione l’intera impalcatura del diritto d’autore?
Il problema morale esiste e il diritto d’autore è sacrosanto, ma la storia insegna che il proibizionismo non serve a frenare i cambiamenti. E le violazioni del copyright, da quanto vediamo, hanno per bersaglio soprattutto certi metodi di produzione e distribuzione della musica decisi dalle case discografiche multinazionali e che oggi si sono rivelati fallimentari. Non piangiamo per il crollo di quel sistema, anche se ci facciamo male anche noi: perché questo è comunque un periodo di grande libertà creativa e quei meccanismi erano già inquinati di per sé. La crisi sta facendo un sacco di vittime, ma era necessaria anche se in giro non si vedono ancora alternative valide. Internet non lo è, c’è troppa porcheria in rete e chi ha voglia di sbattersi per trovare qualcosa di interessante? La One Little Indian vorrebbe che ci iscrivessimo su MySpace. Ma queste cose richiedono un sacco di energie: non vogliamo fare i musicisti che se ne stanno rinchiusi in una torre d’avorio, ma bisogna anche pensare a concentrarsi sul lavoro creativo e trovare spazi per la propria vita privata.
Secondo alcuni, con Internet sta per diventare nuovamente obsoleto il concetto di album. Si tornerà al consumo di singolo brani, come nella prima metà degli anni ’60…
Mah, a noi non interessa passare per modernisti o per passatisti, ci interessa soltanto dar sfogo alle nostre urgenze creative. Ci piace incidere album, non ci sentiamo pienamente rappresentati da un singolo e se qualcuno pensa che non sia più di moda chi se ne frega. Continuiamo a pensare che ci siano due categorie diverse di ascoltatori, quelli da album e quelli da singoli, e noi ci identifichiamo con i primi. Non c’è niente di male a pensarla diversamente, ad ascoltare musica alla radio o scaricarla sul telefonino, ma è una cosa diversa. L’importante è che la gente possa fare le sue scelte, non che queste gli vengano imposte dal mercato. E’ questo il problema, quando si individua un nuovo strumento tecnologico o di comunicazione è lì che si concentrano gli investimenti e l’informazione dei media. E tutti finiscono per mettersi su quella strada: colpa anche nostra, di chi fa comunicazione e ci casca ogni volta. Oggi gente come Bowie mette i file audio su Internet in modo che i fan possano remixarli. Ma che senso ha? Cos’è questa smania di condividere i tuoi metodi di lavoro e i tuoi sentimenti più profondi con chiunque voglia metterci le mani sopra? La si spaccia per libertà di comunicazione, invece è frutto di scelte di mercato, è un tentativo di raggiungere il maggior numero possibile di consumatori.

Gli Afterhours, Manuel in particolare, sono diventati gli ambasciatori e i portavoce della scena indie italiana. Vostro malgrado, o è una missione che vi sentite di dover portare avanti?
Resto convinto delle cose che ho detto e credo di aver fatto bene a prendere certe posizioni. Abbiamo ritenuto utile condividere le nostre esperienze, raccontare quello che abbiamo vissuto. A noi questa trasmissione di conoscenza da parte della generazione precedente è mancata, e anche per questo motivo ci abbiamo messo più tempo a crescere, a maturare, a fare delle scelte. La nostra piccola illusione è stata quella di accorciare i tempi di maturazione di chi arrivava dopo di noi.

E sono arrivate le polemiche: con la stampa, le radio, i promoter…
Una persona adulta ha il diritto e il dovere di dire quel che pensa, di esprimere opinioni. Un’opinione ce l’hanno tutti: la differenza è tra chi te la dice e chi no. Facendo così mi sono tirato addosso un mare di merda, non solo da parte delle “istituzioni” ma anche di una certa fascia di pubblico che mal digerisce un cantante che si ritaglia questo ruolo. Ma chi l’ha detto che il musicista deve sempre starsene zitto e professare umiltà? Chi sale su un palco a raccontare le sue storie più intime difficilmente è una persona umile…E non c’è niente di male a non esserlo, questo è un altro retaggio della nostra educazione cattolica.

I gruppi italiani in effetti sono spesso accusati di scarsa umiltà. Esosi nelle richieste dei cachet, si dice, e così via…
E’ un discorso che non sta né in cielo né in terra. Chi chiede un cachet esagerato rispetto a quello che può offrire è destinato a pagarla sulla sua pelle nel giro di poco tempo. Ma come al solito pecchiamo di esterofilia: capita di pagare 40 euro per andare a vedere un gruppo straniero in un locale schifoso dove a fine concerto i buttafuori ti prendono a legnate, ma tutti se ne stanno zitti e buoni. Se c’è una regola etica, va applicata a tutti indistintamente.

Avete accennato al Tora! Tora!: che ne sarà in futuro?
Non lo so, il festival in questo momento vive una profonda crisi di personalità. E’ nato spontaneamente da un’esigenza artistica e da una domanda forte anche da parte del pubblico. Coinvolgeva gruppi e artisti che, pur essendo molto diversi tra loro, avevano un percorso in comune. Non vedo, nei nuovi talenti, lo stesso genere di spirito comunitario. Anche noi, del resto, ci abbiamo messo del tempo a perdere le nostre insicurezze, a sentirci così convinti del nostro percorso da accettare di condividere il palco con altri. Dalla seconda alla quarta edizione il Tora! Tora! ha realizzato perfettamente l’obiettivo che mi ero prefisso: ricordo molti gruppi, dagli Yuppie Flu ai Baustelle, da One Dimensional Band ai Giardini di Mirò, arrivare con fare guardingo, entrare man mano nello spirito del festival e andarsene via con un bagaglio di esperienze in più. Nell’ultima edizione non mi sembra che questo sia successo. Ho percepito un divario netto che forse è anche naturale che ci sia. Vedremo se saremo in grado di trovare una formula che abbia ancora un senso per il futuro oppure no.

Perché il rock è ancora un linguaggio vivo, dopo 50 anni di vita? In fondo i riff, da Chuck Berry e Keith Richards in poi, non sono cambiati di molto…
La musica, e non solo il rock, diventa immortale quando trasmette un’emozione, quando genera un’intensità particolare. Certo, gli aspetti eroici e romantici del rock – la ribellione, il confronto generazionale – sono scomparsi, e oggi in giro c’è soprattutto conformismo. Ma resta una musica viva, e se sei un ragazzino cresciuto con Chuck D ascoltare per la prima volta Jimi Hendrix è una rivoluzione, una cosa inaudita. L’hip hop, al di là dei suoni e dell’innovazione tecnologica, non tira fuori una vera novità da 25 anni. La scrittura dei pezzi è sempre uguale, ripetitiva. Mentre neppure Elvis Presley continuò a fare per tutta la vita le stesse cose che faceva nel ’54. Oggi poi è caduto l’ultimo velo, il rock è diventato una specie di corpo morto che si può prendere a calci da una parte e dall’altra. Non c’è più un’etica da preservare, e quando c’è assume risvolti grotteschi: pensa a quei gruppetti inglesi con le giacchettine e le chitarrine tutte uguali. Piacciono ai ragazzi perché per loro rappresentano una novità, ma sono la massima espressione del conformismo. Mentre il rock più stimolante oggi può contaminarsi con l’elettronica, con l’avanguardia…

E anche con le altre forme d’espressione artistica. Ultimamente tutti, anche voi, sembrano aver scoperto il cinema, Procacci della Fandango ha fondato un’etichetta…
Nel film (“Lavorare con lentezza” di Guido Chiesa) abbiamo semplicemente suonato una cover e interpretato una parte, non parleremmo di contaminazione. L’industria del cinema è concentrata a Roma, l’interazione si realizza soprattutto con i musicisti che vivono lì. E poi il cinema italiano, anche quello nuovo, resta ancorato fondamentalmente al genere della commedia, quel che gli serve sono musiche di tappezzeria o canzoni di successo. Manca un tipo di cinema diverso, più sperimentale, che potrebbe avere bisogno di altro: in quel contesto potrebbero davvero aprirsi prospettive interessanti. Il problema è che se la musica sta male il cinema non sembra essere in condizioni molto migliori. In entrambi i settori c’è una concentrazione editoriale, distributiva e di risorse che soffoca il pluralismo, la circolazione dei prodotti e delle idee. Ma, diciamolo, non si può darne la colpa alle multinazionali. La colpa è di noi artisti e degli addetti ai lavori. Non esiste nessuno capace di creare un sistema alternativo di produzione e distribuzione: non certo gli hobbysti che ci sono in giro, le cosiddette etichette “artistiche” che sfruttano i musicisti addossandogli tutte le spese e distribuendogli quattro copie nei negozi. Non c’è nulla di paragonabile a quanto accadeva negli anni ’70 o a fine anni ’80, con le iniziative di autoproduzione. Questo sarebbe il momento giusto per fare qualcosa. Ma tutti hanno paura di fallire, naturalmente. E’ più facile rifugiarsi nel proprio microcosmo confortevole e atteggiarsi a bohémienne.

E allora, finché le cose stanno così, che suggerimento dareste a chi emerge oggi dalla “garageland”, dalle cantine?
Andate a lavorare!

(Alfredo Marziano)
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