Richard Ashcroft: 'Credo nella musica anni '70 e nella mia famiglia'

Richard Ashcroft: 'Credo nella musica anni '70 e nella mia famiglia'
L’ex Grande Ombroso del pop inglese arriva all’appuntamento spingendo una carrozzella da cui spunta il faccino del suo secondogenito. Il premuroso papà è magro e nervoso come sempre, fuma e sorseggia camomilla nel salotto elegante dell’albergo milanese in cui incontra i giornalisti, ma è cordiale, loquacissimo, molto meno dark e imbronciato di come vorrebbe la sua vecchia immagine pubblica. L’altro suo “parto” recente, il terzo disco solista “Keys to the world”, è prossimo all’uscita nei negozi (il 27 in Italia, qualche giorno prima in Inghilterra), e l’autore ne parla con evidente orgoglio: giustificato, perché si tratta in effetti di un bel disco. Ad uso della platea italiana, racconta di nuovo l’episodio che gli ha suggerito il titolo dell’album: “Ero a Roma in vacanza, ai tempi di ‘Bittersweet symphony’. Tutto accadde per una specie di reazione a catena, quando fuori dal mio albergo si radunarono trecento ragazze che aspettavano Leonardo Di Caprio. Di lui neanche l’ombra, e allora qualcuno nella folla riconobbe me decidendo di cambiare bersaglio…Mi ritrovai a correre giù per la gradinata di Piazza di Spagna inseguito da questa orda col risultato di finire in bocca ad altre trecento persone che guardavano incuriosite giù in basso. Riuscii a trovare riparo in un negozio e da una finestra, con mia moglie, diedi un’occhiata a quello che succedeva in strada. Ora posseggo le chiavi del mondo, mi ritrovai a pensare, ma che uso posso farne? Subito dopo, ricordo, presi un taxi per sfuggire ai paparazzi, e il tassista mi disse che sua figlia era venuta lì apposta per me! Come faceva a sapere della mia presenza, mi domandai? E che fine aveva fatto la mia privacy? La notte chiesi al personale dell’albergo di farmi dormire nel bagno. Ma anche da lì potevo vedere i teleobiettivi delle macchine fotografiche che cercavano di spiarci. E’ stato il mio primo incontro ravvicinato con la celebrità e l’isterismo divistico…Da lì arriva il titolo, ma né nella canzone né nel disco ci sono altri riferimenti a quell’episodio”. A quell’epoca, quando i Verve erano ancora in auge, risale anche la canzone più vecchia di questo nuovo album, “Simple song”: “Inizialmente pensavo di metterla su ‘Urban hymns’ ”, rivela Ashcroft. “Non c’è niente di strano, anche nel nuovo disco di Kate Bush ci sono canzoni scritte nel ’97…Le altre canzoni invece sono nuove. ‘Why not nothing?’, per esempio, è un pezzo che non avrei potuto scrivere otto anni fa. L'ho composta come reazione all’uso distorto che gente come Bush e, in misura minore, Blair fa di una religione fondamentalmente pacifica e tollerante com'è quella cristiana per invadere altri paesi e commettere violenze. Esprime un senso di disillusione, mio e dei milioni di persone che hanno marciato per la pace in Inghilterra. Come sappiamo, petrolio e petrodollari, oggi, sono alla radice di tutti i mali del mondo. La canzone è la mia risposta a questo stato di cose: e se non ci fosse niente, dopo, se ci fosse un vuoto, cosa stiamo facendo noi per colmarlo e perché ci comportiamo in questo modo? Ai politici di oggi la cristianità interessa perché è capace di unire le persone. Succede dai tempi di Gesù Cristo, anche le sue idee e i suoi principi vennero sfruttati a fini utilitaristici dall’establishment politico e religioso”.
L’attacco a certe forme di religione organizzata non impedisce all’ex leader dei Verve di irrobustire la sua nuova musica con forte corrente sotterranea di spiritualità, traendo ispirazione da alcuni maestri del genere: Curtis Mayfield per primo, una cui frase strumentale ha campionato per un brano intitolato, per l’appunto, “Music is power”. “La musica di Mayfield, ma anche quella dei Beatles o di Marvin Gaye”, spiega, “parla d’amore e di trascendenza. Questo è il motivo per cui nella sequenza del disco questa canzone arriva subito dopo ‘Why not nothing?’. E’ quasi il frutto di una conversazione con me stesso. Se non c’è altro in cui credere, cosa mi resta? La mia famiglia, per fortuna, e la musica. Forse è questa la mia fede, la mia religione. Proprio ieri, qui in Italia, una ragazza mi ha consegnato una lettera sorprendente in cui mi raccontava di essersi risvegliata dal coma grazie all’aiuto delle mie canzoni… Questo è un caso limite, ma capita spesso che qualcuno ti scriva dicendoti che la tua musica lo ha aiutato a stare meglio, a guarire da qualche malessere anche psicologico. Vale anche per me, naturalmente, e non è detto che per curare la malinconia o la depressione si debba per forza ascoltare soltanto ‘Dancing queen’ degli Abba. Proprio la musica più triste e deprimente può avere un effetto catartico”. Per esempio? “Io sceglierei i Big Star, soprattutto ‘I am the cosmos’ di Chris Bell. E’ una di quelle canzoni capace di condensare in uno stesso istante una sensazione di euforia e di disperazione, come se camminasse perennemente in equilibrio su un filo. Ci sono altri esempi…l’album ‘Pacific ocean blue’ di Dennis Wilson, ‘No other’ di Gene Clark che da almeno cinque anni è il mio disco preferito. E poi Gram Parsons: quando ho letto del suo sogno di realizzare una grande sintesi della migliore musica americana, il gospel con il soul, il country e il blues, ho capito che anch’io volevo essere un musicista che trae ispirazione da tutte le fonti possibili. Non da un solo genere o addirittura da un solo disco come certe band di oggi che vanno in un negozio, pescano dallo scaffale un album classico di fine anni ’70 o primi anni ’80 e lo riproducono fino allo sfinimento. Amo un po’ tutti i dischi dei primi anni ’70, l’epoca in cui i musicisti sperimentavano con le droghe in cerca di spiritualità e di Dio raggiungendo uno stato mentale strano e irripetibile. Non avevano timore di usare la loro immaginazione in uno studio di registrazione, e i risultati si sentivano. Sono stato fortunato ad avere un’educazione musicale eclettica. E’ questione di fortuna, degli incontri cruciali che fai quando hai quindici, sedici anni. Credo che sia stata la musica degli Smiths ad incamminarmi su questa strada: la Rickenbacker di Johnny Marr mi ha fatto prendere coscienza dei Byrds, e tramite loro sono arrivato ad aprire tante altre porte. Uno dei più bei ricordi della mia adolescenza è quello di girare per il paese a bordo di un van Ford Transit, il veicolo per eccellenza delle band rock. Il papà del nostro manager di allora aveva applicato delle casse alle pareti e un impianto hi-fi, e noi ce ne andavamo in giro per l’Inghilterra con questa colonna sonora a tutto volume a farci compagnia. Anch’io ho cominciato ad ascoltare musica mentre facevo conoscenza con le droghe, e queste due esperienze combinate mi hanno cambiato per sempre. Nelle influenze puoi anche perderti, annegarci dentro. Ma se sei abbastanza fortunato da trovare una via di uscita finisci per sviluppare una tua identità. Bisogna sempre guardare al passato, alla storia, per fare dei passi avanti. Oggi, anche quando scrivo e registro in studio, è come se avessi un iPod virtuale nella testa. Deriva dal fatto che da giovane non avevo i soldi per comprarmi i dischi: così mi immaginavo da me le canzoni, fantasticavo di sentirle alla radio e alla fine venivano fuori sul serio”. Quelle di oggi, spiega, guardano al passato come all’attualità. “Sweet brother Malcolm”, per esempio, uno dei momenti più teneri e toccanti del disco: “Lo studio dei caratteri l’ho preso da ‘Eleanor Rigby’, lo spunto da episodi di cronaca come quello di un ragazzo che ha rubato un’automobile per schiantarsi contro un muro. Quando qualcuno muore in un incidente stradale, amici e familiari nei giorni successivi lasciano sul posto omaggi floreali. Ho immaginato la scena vista dall’alto: il giardino di casa della famiglia della vittima, le parabole satellitari, i fiori, la polizia, i giornalisti che ficcano le telecamere in faccia ai parenti per coglierne le lacrime in diretta e poi scompaiono alla caccia della prossima notizia lasciandoli soli con il loro dolore. Spesso storie di omicidi o di suicidi si nascondono dietro le apparenze più normali, dietro una vita apparentemente tranquilla o magari un’uniforme. Ho cercato di grattare sotto la superficie per mostrare il lato scuro della normalità”.
Arrivano puntuali le domande sul Live 8, e su quella lode sperticata che Chris Martin dei Coldplay, dal palco, fece alla sua voce, definendola “la migliore del mondo”. Richard se l’è sentita fare spesso, da allora, ma non si sottrae alla risposta: “Appena prima di salire sul palco”, racconta, “Chris mi prese da parte e mi sussurrò: ‘Faremo ‘Bitterswet symphony’ come secondo pezzo’, mentre era previsto che fosse l’ultima canzone in scaletta. Il mio lato paranoico mi indusse subito ad arrovellarmi sul perché di questo cambio di programma. E quando mi presentò in quel modo pensai, oh merda, e che succede ora se apro bocca e comincio a cantare nella tonalità sbagliata? Non è una cosa facile, a me è successo una volta soltanto per il nervoso al mio primo concerto da solista. Eravamo al Madison Square Garden di New York, aprivo per gli Oasis e attaccai ‘The drugs don’t work’ sbagliando completamente. Dopo la presentazione di Chris, quell’episodio mi è tornato in mente come un flash: per questo, io che sul palco normalmente sono tranquillo, ero agitatissimo, continuavo a ripetermi che non potevo permettermi di vomitare in diretta dalla tensione davanti a tre miliardi telespettatori. Comunque è stato molto gentile da parte sua dire quella frase, anche se naturalmente non corrisponde a verità. Come fa un ragazzo bianco di Wigan a competere con Aretha Franklin? Tornando a ‘Bittersweet symphony’, credo fosse una delle poche canzoni il cui testo avesse attinenza con il senso del Live 8, con il motivo per cui eravamo lì quel giorno. La canzone parla di gente schiava del denaro. Ma in Africa sono piuttosto schiavi della morte che non porta nessuna ricompensa. In alcuni paesi i debiti sono stati effettivamente cancellati, e noi occidentali che viviamo in una specie di regno fantastico forse ci aspettavamo che il giorno dopo qualcuno avrebbe annunciato che il problema dell’Africa era stato debellato per sempre. Invece sono arrivati gli attacchi terroristici a Londra, e l’umore del paese intero è cambiato completamente nell’arco di pochi giorni. Tutto quello che avevamo fatto su quel palco è stato cancellato, ci è stato ricordato che prima di guardare fuori dobbiamo guardarci dentro casa e riflettere”. Con i Coldplay Ashcroft ha suonato anche all’Arena di Verona, e anche questo è un ricordo su cui si sofferma volentieri: “Non sarò certo il primo a dire che è uno dei posti più affascinanti in cui possa capitare di suonare. E trovarsi in un camerino fatto di pietra scolpita, con quelli che siamo stati abituati a frequentare…Ti esibisci lì e percepisci subito che si tratta di un’occasione speciale. Ricordo una gran reazione del pubblico, il che non è facile quando si apre per un gruppo così popolare. Mentre me ne andavo e i Coldplay dovevano ancora cominciare a suonare un ragazzo mi si avvicinò sventolando il biglietto. Hai visto?, mi disse, sono venuto qui solo per te e ora me ne vado! Stupefacente…L’Italia e il Giappone, Inghilterra a parte, sono stati i primi paesi a riservare un’accoglienza calorosa ai Verve. Non so perché ma c’è un filo che lega l’Italia al rock&roll inglese, è successo anche agli Oasis e a tanti altri”. A proposito dei Verve, tornano a galla i suoi antichi proclami di gloria per il gruppo, che ai tempi in molti bollarono come eccessivamente arroganti. Oggi Ashcroft corregge un po’ il tiro: “Siccome andò davvero così, c’è il rischio che ti prendano per Nostradamus. Solo dopo ti rendi conto che tutto accade per una combinazione di fattori che in gran parte sfuggono al tuo controllo: la fortuna, il momento giusto e così via. A noi è stato concesso del tempo extra per arrivare dove siamo arrivati, e oggi questo non capita più. Se non hai successo al primo album ti rescindono immediatamente il contratto, noi abbiamo potuto aspettare fino al terzo. Il problema, secondo me, non sta nel fare dichiarazioni che possano apparire arroganti, ma nel non avere niente alle spalle che possano sostenerle. Oggi è diventato un cliché, quello del giovane rocker proveniente dal Nord dell’Inghilterra che parla della sua musica e della sua band come se fosse la migliore nel mondo…Io l’ho fatto perché ho sempre vissuto la mia carriera come una battaglia: contro l’industria musicale e la stampa, che diede addosso ai miei primi due album solisti solo perché non ero più con i Verve. Sapevo che era inevitabile, è nella umana natura prendersela con chi è debole e in quel momento io ero come un animale azzoppato. E non confondiamo la celebrità con il vendere milioni di dischi, per favore: non ho mai visto Neil Young farsi fotografare all’uscita di un evento mondano, e la Bbc ha inseguito Bob Dylan per dieci anni cercando di fare un documentario che lui gli ha sempre negato. Ai loro tempi la fama era un sottoprodotto dell’essere grandi artisti e fare grande musica. Se vai oggi da un giovane cantautore dicendogli che vuoi fare un documentario su di lui, come minimo si mostra disponibile a mostrare il culo in pubblico e a mettersi nudo in strada per le telecamere. Aveva ragione Andy Warhol, a proposito della celebrità: solo che oggi dura molto meno dei quindici minuti di allora…La cultura odierna si basa esclusivamente sull’essere famosi, pensa ai reality show musicali in cui quel che ti chiedono è di rinunciare a essere originale, ti impediscono di scriverti le canzoni da te e di parlare nelle interviste. Pensiamo a tutto noi, ti dicono, tu preoccupati solo di firmare qui sotto…Loro si fanno un sacco di soldi, tu sei fortunato se pubblichi un singolo e un album prima di sparire. E’ una filosofia completamente sbagliata: io farei esattamente il contrario, darei alla gente chitarre e pianoforti e la incoraggerei a essere se stessa”.
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