NEWS   |   Pop/Rock / 24/01/2006

Il blues secondo Eric Burdon: 'Troppo sincero per passare di moda'

Il blues secondo Eric Burdon: 'Troppo sincero per passare di moda'
Un altro piccolo miracolo di longevità artistica. La voce più nera della musica inglese anni ’60 ruggisce come ai bei tempi nel nuovo album “Soul of a man”, che l’etichetta tedesca SPV (Audioglobe in Italia) pubblica il 30 gennaio di questo mese: una collezione di blues e rhythm&blues classici e moderni, standard di Howlin’ Wolf, Blind Willie Johnson e Mississippi Fred McDowell affiancati a pezzi firmati da David Munyon, Eric Bibb, John “Rabbit” Bundrick (il noto tastierista aggiunto degli Who) e guarniti con ciliegine gospel, rock e latin funk. Eric Burdon, giramondo che oggi si nasconde sui monti californiani che stanno in prossimità del Joshua Tree Monument, li ha dedicati tutti a New Orleans e alle vittime dell’uragano Katrina. “Quando abbiamo finito di produrre il disco”, ci racconta al telefono dalla sua abitazione con l’inconfondibile vocione che non ha perso l’intonazione inglese, “mi sono reso conto che le persone colpite dalla tragedia potevano relazionarsi facilmente con i temi di molte canzoni. Io ho vissuto quell’evento come si vive una scomparsa, un trapasso dopo il quale nulla sarà più come prima. Non voglio essere pessimista e pensare che il Sud del paese non si risolleverà dalla catastrofe, ma certo si è trattato di un sommovimento terracqueo imponente, la stessa mappa geografica degli Stati Uniti ne è uscita diversa da quella che era prima”. Nelle note di copertina il leggendario cantante degli Animals rende omaggio ad altri scomparsi illustri e recenti, Ray Charles e John Lee Hooker. “In Inghilterra, da ragazzo, compravo un mensile musicale che si chiamava Jazz e che conteneva una sezione dedicata al blues e all’r&b. Attraverso la rivista venni a sapere di un concerto che Ray Charles avrebbe tenuto di lì a poco ad Antibes, in Costa Azzurra. Avevo più o meno diciassette anni: telefonai al numero indicato per comprarmi il biglietto, feci l’autostop da Newcastle, poi mi fermai a casa di Alexis Korner per un paio di giorni. E quando arrivai finalmente a destinazione tutto era già successo e lui se n’era già andato. Insomma, la voce di Ray Charles è stata il motivo che mi ha spinto ad andarmene di casa e a viaggiare per il mondo. Hooker invece l’ho incontrato la prima volta nel 1964, credo, in occasione di un suo spettacolo a Newcastle. A me assegnarono il compito di farlo sentire a suo agio e di badare alle sue esigenze mentre si trovava in città. Non posso dire che diventammo amici, ma mi lasciò il suo indirizzo. Lo rividi quando fu il mio turno di andare in tournée in America”.
Ma come ha messo insieme, Burdon, la scaletta del disco? I brani passibili di inclusione non devono essere stati pochi… “E’ stato un lavoro abbastanza complicato, in effetti, assemblare un insieme di canzoni che rappresentassero tutto ciò che il blues significa dal mio punto di vista. Volevo dar conto del fatto che si tratta di un genere di musica ancora in evoluzione: ‘Rabbit’ Bundrick, per esempio, è nato in Texas ed è cresciuto suonando quella musica, anche se poi come molti di noi si è dedicato ad un genere di rock più commerciale. Trovo che le sue canzoni siano toccanti e al passo con i tempi; la sua ‘I don’t mind’ è un pezzo che ho avuto in mente di incidere su un mio disco fin dalla prima volta che me l’ha fatta ascoltare. Eric Bibb non l’ho mai incontrato personalmente, credo che viva in Svezia. Con David Munyon, invece, siamo amici da una decina d’anni e ci sentiamo spesso. Oltre ad essere una gran persona, per me è uno dei pochi cantautori moderni a scrivere del blues autentico. E poi è un personaggio, la sua è stata una vera vita da bluesman! Ecco perché non ho scritto neanche una canzone per il disco: non ce n’era bisogno, ci avevano già pensato altri. Il gospel? Il latin rock? Il nostro obiettivo era di fare un album vendibile, non per puristi. Con Tony Braunagel, il produttore, volevamo evidenziare i legami con il mio passato musicale, trasmettere una specie di codice cifrato che forse solo i fan più puri e duri possono intendere… ‘Como se llama mama’ ricorda il mio periodo con i War, è vero. Dal vivo, quel brano è probabilmente destinato a sfociare automaticamente in ‘Spill the wine’…”.
Altro piccolo miracolo: questa musica sembra avere sette vite, e non suona mai datata. Come mai? “Le mode vanno e vengono, e così i nuovi idiomi musicali. E quando questi svaniscono il blues torna immancabilmente a galla, tanto che la gente parla periodicamente di revival. Per me non è così, il blues non è mai scomparso e mai scomparirà perché riflette l’intero spettro delle umane esperienze: la politica, il sesso, la gioia e la tristezza. E’ musica sincera, in un certo senso è diventata musica folk come lo è diventato il rock&roll, se per folk music si intende letteralmente la musica della gente. Ricordo una accesa discussione, anni fa a Londra, con un noto musicista folk il quale sosteneva che la vera folk music nasce solo nel momento in cui due persone si siedono davanti a un bivacco imbracciando le chitarre. Non sono d’accordo, anche i Beatles allo Shea Stadium sono folk music, secondo me”.
Le classiche dodici battute della “musica del diavolo”, in pezzi antichi e nuovi come “Red cross store”, “Feeling blue” e “Devil run”, servono a Burdon per commentare quel che accade intorno a lui. Lo ha sempre fatto, almeno dai tempi di “San Franciscan nights” e “Monterey”. “Ho scritto anche dei libri a riguardo. Di uno prestai una copia a Nina Simone, una volta, e lei se lo tenne per un paio d’anni…Non pensavo che lo avrei più rivisto, invece una sera a un suo concerto me lo restituì dicendomi che mi considerava un cronista musicale, e che avrei dovuto continuare su quella strada. Sono sempre stato un suo grande fan e ho preso alla lettera il consiglio. Per questo ho sempre scritto di quello che succede nel mondo, ad esempio quella vecchia canzone sul festival di Monterey: fu uno scossone epocale pur senza essere un evento mediatico, perché allora i mass media non erano ancora stati inventati. E’ una fortuna che qualcuno avesse le cineprese accese e che abbia potuto filmare quel che succedeva. Se guardi il Dvd, oggi, ti rendi conto che il pubblico era composto in maggioranza da ragazzi dai capelli corti: la diffusione di massa del movimento hippie non era ancora cominciata, molti spettatori erano militari provenienti dalle basi aree e navali vicine che la settimana successiva sarebbero stati spediti in Vietnam. Fu un’esperienza altamente spirituale, per me. Il mio weekend religioso!”. Ma anche la fine dell’età dell’innocenza, aggiunge: “Nel periodo in cui gli Animals se ne andarono per la prima volta da Newcastle, diciamo tra il ’67 e il ’68, tra i musicisti, soprattutto quelli inglesi, esisteva ancora un forte senso di cameratismo. Ma quando cominciò a circolare il denaro le cose cambiarono, e così l’atteggiamento delle persone. Fino a quel momento tutti noi avevamo vissuto concentrati in pochi isolati nel West End di Londra; di lì in avanti, a causa dei tour sempre più frequenti, venimmo sparpagliati in ogni angolo del mondo. Finimmo per perderci di vista con persone che fino ad allora vedevamo tutti i giorni. Eravamo cambiati noi ed era cambiata la musica, era cominciata la guerra per il successo commerciale. Fu eccitante vedere Jimi Hendrix e gli Who a Monterey, la musica inglese che tornava alle sue radici americane (Hendrix, statunitense di nascita, aveva iniziato a Londra la sua scalata all’olimpo del rock). Il lato scuro della medaglia, almeno per me, fu vederli entrare in competizione tra loro, Jimi che dava fuoco alla sua chitarra per superare l’effetto spettacolare che gli Who producevano distruggendo gli strumenti sul palco. Una volta fatto quello, non c’era modo di tornare indietro. Ricordo l’espressione attonita di Ravi Shankar che assisteva all’esibizione di fianco a me, non riusciva a capacitarsi che qualcuno mandasse in fiamme il suo strumento. Per Hendrix, in effetti, fu un punto di non ritorno: da quel momento il pubblico avrebbe voluto vedere la stessa cosa tutte le sere, non si sarebbe più accontentato della musica”. Brandelli di storia del rock, raccontati da un protagonista. Sulla scena musica attuale, invece, Burdon sembra abbastanza disilluso: “E’ tutto frammentato. Succede sempre quando crollano le ideologie, la gente tende a raccogliersi al centro e si costruiscono templi dove una volta c’erano chiese. La destra e la sinistra sfruttano la musica a loro vantaggio, la usano per trasmettere i loro messaggi alle giovani generazioni. Una volta i gruppi di estrema destra reclutavano le masse negli stadi, oggi ci si è accorti che si può raggiungere lo stesso scopo più velocemente con la musica e i Cd”.
Come i suoi contemporanei, lui non ha nessuna intenzione di mollare: i Rolling Stones sono in tour, gli Who lo saranno presto, e lui ha deciso di sventolare un’altra volta la bandiera degli Animals. “Quel nome”, spiega, “è stato trascinato nel fango, tirato da una parte e dall’altra. Tutti si sentono in dovere di accamparci sopra dei diritti, ex membri originali della band e anche gente che ha suonato con me per un paio di anni soltanto. Agli inizi degli anni ’90 ho cominciato a chiedermi perché non riuscivo a trovare ingaggi a Copenhagen, oppure in Svizzera o in Russia, per quale motivo il mio campo d’azione si stesse assottigliando. E la risposta era che in qualunque posto volessi andare aveva già suonato una band chiamata Animals, gente che aveva lasciato il music business da anni e che ora aveva deciso di ricominciare a suonare nei weekend. Così mi sono deciso a riutilizzarlo anch’io. In fondo le popolazioni colpite dall’uragano Katrina non volevano lasciare le loro abitazioni per non abbandonare i loro animali domestici! E’ solo un gioco di parole, naturalmente… è che dall’inizio la gente ha mal interpretato il nome della band, soprattutto in America. John Lennon, che come noi veniva dal Nord dell’Inghilterra, ha raccontato una volta che quelli del Sud all’inizio ci chiamavano animali. Ed è esattamente quello il senso che avevo voluto attribuire al nome della band: noi eravamo gli outsider, quelli che stavano ai confini del mondo, i non londinesi. Pur nelle diversità musicali, con i Beatles abbiamo condiviso origini sociali e opinioni politiche. La stampa europea, e quella francese in particolare, capì che cosa volevamo dire: con il termine Animals si definivano i duri di una gang da strada, o di una banda di motociclisti. E nella cerchia di amici che frequentavo nei weekend c’era questo personaggio, il più colorito del gruppo, che tutti chiamavano The Animal…Gli americani non ci arrivavano, nelle conferenze stampa ci chiedevano chi di noi fosse il leone e chi il topolino, come fossimo dei cartoni animati della Disney”. Il ruolo del “leone” di Newcastle sarebbe comunque toccato a lui: non fosse altro, appunto, per quella voce ruggente che ancora lo contraddistingue. Come ha fatto a conservarla integra? “Nessun segreto, cerco soltanto di riposarmi quando ne ho occasione. E ogni giorno mi do da fare per raggiungere la serenità mentale”.
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