C'è una canzone di Francesco Guccini che, riletta oggi, sembra chiedere di essere ascoltata non come un testamento personale, ma come un'ultima requisitoria. Non è una delle più note, da "Vedi cara" a "L'avvelenata", passando per "Cirano" e "Farewell". Si intitola "Il testamento di un pagliaccio" ed è considerata dai gucciniani uno degli ultimi capolavori del Maestrone, scomparso giovedì all'età di 86 anni. Il brano, contenuto nell'album "L'ultima Thule" del 2012, è il racconto del funerale di un saltimbanco, ma in forma di atto d'accusa contro la società.
La democrazia che muore avvelenata, i politici corrotti, le celebrità e le damigelle di regime, i servi pronti a svendersi per trenta denari, i mafiosi riciclati, i fascisti che si travestono da democratici: c'è questo e molto altro, nel testo della canzone. C'è tutta la rabbia di Guccini contro un potere capace di cambiare linguaggio, abito e faccia senza cambiare natura. «È una canzone di satira politica e il pagliaccio siamo noi cittadini, umiliati da situazioni sconcertanti», diceva Guccini della canzone.
Nel testo, Guccini cantava: «Vi vuole tutti, amici, al funerale / con gli abiti migliori come a festa / sarà civile, ma ci vuole in testa / sei politici servi e un cardinale / vaniloqui ed incensi siano attorno / promesse non risolte, altri rumori / non lesinate amici peccatori / qualche laica bestemmia per contorno». E ancora: «E per chiusura del mesto corteo / noi tutti fingeremo un'orazione / ricordando quel povero coglione / cantando in gregoriano "marameo"».
Il pagliaccio della canzone non è un eroe, ma un uomo che si ostina a conservare le proprie utopie mentre tutto intorno sembra averle messe in vendita. La sua sconfitta è anche la sua ostinazione: muore con i suoi sogni, ma non li rinnega. Il finale, infatti, è tenero: «Ricorderemo forse quel pagliaccio / e la sua lotta ingenua e così sia».
È questa la ragione per cui oggi, all'indomani dei funerali di Guccini, che si sono svolti in forma privata nella casa in cui ha vissuto in questi ultimi anni a Pavana, questa canzone può tornare a parlare, ultimo saluto a un uomo che, per tutta la vita, ha difeso il diritto di essere fuori moda quando essere fuori moda significava ancora avere un'idea, una convinzione, un'utopia.