Two Door Cinema Club: “Orgogliosi di non essere solo nostalgia”

La band torna in Italia per celebrare dal vivo i 15 anni di “Tourist History”: l'intervista

"Siamo molto orgogliosi di non essere soltanto un esercizio nostalgico. Credo che 'Tourist History' regga ancora oggi. Non mi sembra invecchiato", spiega a Rockol Kevin Baird, il bassista dei Two Door Cinema Club. La band nordirlandese ha appena dato il via al suo nuovo tour per celebrare i quindici anni dell'album di debutto, segnando il suo ritorno sui palchi dopo due anni lontana dal live. La tournée riporterà il gruppo anche in Italia a distanza di tredici anni dall’ultimo passaggio tricolore per due concerti in programma il prossimo 21 luglio al Festival Del Vittoriale Tener-A-Mente di Gardone Riviera e il prossimo 22 luglio al Cavea Auditorium Parco Della Musica Ennio Morricone di Roma.

Il ritorno dal vivo e in Italia

Quando i Two Door Cinema Club hanno deciso di tornare sul palco per celebrare i quindici anni di “Tourist History”, non hanno semplicemente pensato di riportare live un disco che ha segnato un'epoca. La band ha infatti deciso di recuperare così il momento in cui tutto è cominciato. Quel debutto pubblicato nel 2010, capace di conquistare le classifiche irlandesi, entrare nella BBC Sound of 2010 Poll e trasformare tre ragazzi di Bangor in protagonisti dei principali festival internazionali, rappresenta ancora oggi il punto di partenza di una storia che non si è mai davvero fermata. Per questo il nuovo tour dedicato all'album assume un significato particolare. Da una parte celebra canzoni diventate simboliche come “What You Know”, “Something Good Can Work” e “Undercover Martyn”, dall'altra arriva dopo un periodo lontano dai palchi e precede una nuova fase creativa della band. Nel mezzo ci sono quindici anni di musica, cinque album e una scena musicale profondamente cambiata. Al telefono, il bassista Kevin Baird racconta a Rockol il ritorno alle origini, il peso di un disco che continua a parlare a più generazioni e il rapporto con quell'etichetta indie-rock che ha accompagnato la loro carriera fin dagli inizi.

"È come andare in bicicletta, lo abbiamo fatto migliaia di volte", dice Kevin all'idea di tornare sui palchi dopo un paio di anni lontano: "C'è un mix di emozioni. Siamo entusiasti di tornare a fare concerti e penso che sia anche la prima volta che affrontiamo un tour con un tema così preciso. Questo ci ha costretti a guardare le cose da una prospettiva diversa ed è stato davvero stimolante".

Il ritorno coincide anche con quello in Italia, un Paese che i Two Door Cinema Club non visitano da oltre un decennio ma con cui hanno mantenuto un legame particolare. "Mi dispiace che a un certo punto abbiamo praticamente smesso di venire in Italia", afferma il musicista: "Nei primi anni ci siamo passati parecchie volte. Abbiamo suonato a Torino, Milano, Roma. Ricordo grandi concerti e grandi momenti. Siamo tutti appassionati della cultura italiana e del cibo italiano. Uno dei nostri manager è di Torino, quindi abbiamo sempre avuto una certa affinità con il vostro Paese. Anche quando non ero qui per suonare ci sono tornato per vacanza o per fare il DJ. È semplicemente un posto meraviglioso da visitare".

“Tourist History” e la prospettiva di un nuovo album

L'idea di costruire un intero tour intorno a “Tourist History” nasce quasi per caso. Nessuno nel gruppo aveva inizialmente pensato a una celebrazione vera e propria. È stata la risposta del pubblico a cambiare le prospettive. Kevin racconta:

"Avevamo semplicemente pubblicato qualcosa sui social per l'anniversario del disco e siamo rimasti sinceramente sorpresi dalla reazione delle persone. Non avevamo preso in considerazione l'idea di fare qualcosa di speciale. Quella risposta ci ha costretti a fermarci e a riflettere. Per noi è molto facile continuare a guardare avanti senza soffermarci mai su quello che abbiamo fatto in passato. Invece ci siamo resi conto di quanto questo album sia stato importante non solo per noi, ma anche per tantissime altre persone. Da lì abbiamo iniziato a pensare che forse fosse il caso di fare qualcosa di più. All'inizio eravamo indecisi perché non volevamo che sembrasse un giro d'onore o un tour d'addio. Volevamo celebrare quel momento per poi andare avanti verso la prossima musica. Adesso però siamo completamente coinvolti nell'idea e molto entusiasti".

Sul palco l'album verrà celebrato, ma non nel modo più prevedibile. "Sapevamo che avremmo suonato tutto 'Tourist History', quindi dieci canzoni erano già garantite", anticipa Kevin Baird: "Il problema è che il disco dura trentacinque minuti. Ce ne siamo resi conto molto in fretta. Se lo avessimo suonato dall'inizio alla fine e basta, il concerto sarebbe finito quasi subito. Ci siamo quindi imposti una regola: nessuna canzone verrà suonata due volte. Attorno all'album abbiamo costruito un contesto più ampio. Ci saranno due brani che non eseguiamo da tantissimo tempo, uno probabilmente manca da quindici anni e un altro quasi da venti. Ci sarà anche una parte che fungerà da sorta di best of del resto del repertorio. Stiamo ancora mantenendo qualche segreto, ma volevamo che lo spettacolo fosse qualcosa di più ampio rispetto alla semplice esecuzione del disco".

Tornare dentro quelle canzoni ha significato anche confrontarsi con una versione molto diversa di sé stessi. Non tanto dal punto di vista musicale quanto da quello umano. "Molte di quelle canzoni non sono mai uscite dalla scaletta perché restano i nostri brani più conosciuti", afferma il bassista: "Però ce ne sono alcune che non suonavamo da anni e tornare a impararle di nuovo ha riportato a galla tante cose. Mi è sembrato molto evidente che quell'album siamo noi prima che chiunque sapesse chi fossimo. C'è un'innocenza incredibile in quei brani. Eravamo convinti di avere tutto sotto controllo, di sapere esattamente cosa stavamo facendo, ma era semplicemente ingenuità giovanile. Quando riascolto quei testi mi rendo conto di quanto fossero piccoli i problemi che ci preoccupavano. Ci sono canzoni che parlano di amici che cambiavano casa e del fatto che forse non li avremmo più visti ogni giorno dopo la scuola. Non mi ero mai fermato davvero a pensare a quanto fossimo giovani quando abbiamo scritto quel disco. Sono semplicemente le canzoni di alcuni ragazzi".

Eppure guardare indietro non significa fermarsi. Anzi, il ritorno a “Tourist History” sembra aver acceso qualcosa anche in vista del futuro. Alla domanda se il tour ha fatto nascere nella band il desiderio di scrivere nuova musica dopo l'album "Keep on smiling” del 2022, Kevin fa sapere:

Sì, stiamo lavorando a nuova musica. Ogni tanto ci prendiamo delle pause quando sentiamo di averne bisogno, ma questo processo legato a “Tourist History” ha sicuramente acceso qualcosa. Ci ha permesso di riconnetterci con quel periodo della nostra vita, con il modo in cui scrivevamo canzoni e affrontavamo i concerti, e credo che da questo punto di vista abbia riacceso una scintilla creativa.

Aiuta anche il fatto che siamo ancora gli stessi tre ragazzi che hanno fatto tutto questo allora. A volte ci guardiamo e ci diciamo: “Ah già, eravamo noi tre a fare questa cosa”. Ovviamente non siamo più le stesse persone. Siamo cresciuti, ci siamo evoluti e, forse sotto alcuni aspetti, siamo anche regrediti un po'. Non sarà mai la stessa cosa e non riusciremo mai a ricreare esattamente quello che abbiamo fatto allora. Anzi, credo che provarci sarebbe un errore.

Quello che ci interessa è cercare di recuperare qualcosa di quell'essenza, di quello spirito e di quell'energia che avevamo all'epoca, senza però rimanere intrappolati nella tentazione di copiare ciò che abbiamo già fatto. Vogliamo portare con noi quel sentimento, ma continuando a guardare avanti.

"Oggi viviamo in una realtà completamente diversa"

Oggi “Tourist History” viene spesso citato come uno degli album simbolo dell'indie-rock dei primi anni Dieci. Un riconoscimento che Baird accoglie con orgoglio, ma senza trasformarlo in un monumento al passato. "Siamo molto felici di essere ancora qui e che le persone continuino ad apprezzare la nostra musica", afferma Kevin aggiungendo:

"Si parla molto di quel periodo e di quella stagione che oggi viene definita indie sleaze. Il nostro primo album faceva sicuramente parte di quell'ondata. Però siamo orgogliosi del fatto di non essere soltanto un esercizio nostalgico. Credo che quel disco regga ancora oggi. Non mi sembra invecchiato. Siamo orgogliosi di aver creato qualcosa che era importante allora e continua a esserlo oggi. E siamo orgogliosi di essere ancora qui a fare musica e a essere ancora attuali. È curioso perché, se all'epoca avessi chiesto a mille giornalisti quali sarebbero state le band destinate a durare, probabilmente nessuno avrebbe indicato noi. Molti di quelli che venivano considerati i futuri protagonisti dell'indie-rock oggi non esistono più. In qualche modo ci ha aiutato il fatto di non essere la band sulla quale tutti scommettevano. Siamo riusciti a passare sotto il radar e ad arrivare fin qui".

Quando il discorso si sposta sul presente, Kevin evita la tentazione di idealizzare il passato e sottolinea quando per lui il problema non è che le nuove generazioni abbiano meno talento o meno idee, ma che si trovino a operare in un contesto completamente diverso da quello in cui i Two Door Cinema Club hanno mosso i primi passi. "Credo che sarebbe troppo semplicistico limitarsi a dire che oggi le persone non fanno più le cose come una volta", afferma Kevin: "Bisogna riconoscere che viviamo in un'epoca completamente diversa, in un mondo totalmente diverso". Continua:

"Quando noi abbiamo iniziato, Internet era un posto pieno di speranza. Erano gli inizi dei social network, si entrava in contatto con fan e artisti dall'altra parte del mondo e c'era un grande senso di ottimismo. Oggi invece basta guardare alle polemiche che circondano band come i Geese, alle discussioni sul fatto che siano o meno un progetto costruito a tavolino, oppure a tutto il dibattito sulla necessità di manipolare la propria immagine per riuscire a battere gli algoritmi. Viviamo in un mondo piuttosto folle e, se oggi fai parte di una band con le chitarre, forse è proprio questo ciò che devi fare. Abbiamo creato un sistema che costringe gli artisti a comportarsi in questo modo. È una maniera completamente diversa di costruire un rapporto autentico con il pubblico e non può essere fatta nello stesso modo in cui la facevamo noi agli inizi. Per questo cerco sempre di essere molto comprensivo ed empatico nei confronti dei nuovi artisti. Bisogna capire che si muovono all'interno di una realtà completamente diversa dalla nostra"

Kevin coglie quindi occasione per aggiungere che, se qualcosa si è perso lungo la strada, è una certa forma di ostinazione. Spiega: "C'è forse una cosa che manca rispetto a quindici anni fa. Noi, e molte altre band della nostra generazione, non accettavamo un 'no' come risposta. Ci dicevano che facevamo schifo, che nessuna rivista avrebbe mai scritto di noi, che nessuna radio avrebbe mai trasmesso le nostre canzoni e che nessuna casa discografica avrebbe mai voluto ascoltarci. E noi rispondevamo semplicemente: 'Andate al diavolo'. E continuavamo. Continuavamo e basta. Non accettavamo quel rifiuto. Andavamo avanti ancora e ancora. Avevamo una fame e una determinazione incredibili. Noi non proveniamo da famiglie ricche e non avevamo grandi disponibilità economiche alle spalle. Abbiamo venduto tutto quello che avevamo pur di provarci. Oggi, però, è un mondo molto più costoso per chi vuole intraprendere lo stesso percorso. Nonostante questo, credo che si veda un po' meno quella determinazione assoluta ad andare avanti a ogni costo, quasi a imporre la propria presenza finché gli altri non possono più ignorarti. Forse è un atteggiamento che oggi si incontra meno spesso rispetto a un tempo".

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