Torniamo al presente. Le canzoni nuove De Gregori le ha confezionate a casa sua, nella dimora umbra di Spello che aveva già utilizzato per incidere “Il fischio del vapore” con Giovanna Marini, affittando tutte le apparecchiature all’uopo necessarie. “Non è che io sia così orso, ma quando sono concentrato nel lavoro preferisco non incontrare nessuno. Che so, Gigi D’Alessio o qualcun altro che registra nello studio accanto. Preferisco farmi gli affari miei insieme con la mia band”. Col nuovo produttore, Guido Guglielminetti, le cose anche stavolta hanno funzionato bene, e si sente. “E’ un uomo molto meditativo, dotato di grazia e discrezione, un uomo capace di grandi silenzi ma anche molto, molto cocciuto. Io non sono capace, da solo, di creare un suono. E lui riesce a portarmi sulla sua strada senza che neanche me ne accorga. Lo paragono spesso a un cane maremmano: quelli che non ti danno mai una zampata ma si appoggiano a te, piano piano, fino a che ti spostano”.
C’è molto Dylan, in questo disco, inutile negarlo: nel galoppo di “Va in Africa, Celestino!” e nel rock blues sferragliante di “Numeri da scaricare” c’è non poco dello Zimmerman elettrico e febbrile di metà anni ’60. “Non lo nego, ma non mi pongo il problema. Quattro anni fa ho portato tutta la band a vederlo in azione, a Brescia. Ascoltate come suona con la sua band, ho detto ai miei, cerchiamo di fare la stessa cosa. Quando un musicista ti piace cerchi di rubargli tutto, è un espediente per arrivare a sviluppare qualcosa di tuo. In questo disco c’è anche un po’ di Leonard Cohen, nelle melodie di ‘La testa nel secchio’ e in ‘Parole a memoria’, per esempio. E c’è un suono distorto di chitarra elettrica che viene da una combinazione di U2, Jimmy Cliff e di tante altre cose”. A proposito di Dylan: anche lui, elusivo com’è, adesso ha sentito il bisogno di raccontarsi con una biografia. Cos’è, il tempo che passa funziona da ammorbidente? “Ti riferisci al fatto che oggi concedo tante interviste? E’ vero, ho meno paura di raccontarmi a ruota libera, di dire magari anche qualche cazzata. Il lavoro con Giovanna Marini mi ha spinto per la prima volta fuori dal guscio, volevo che la gente sapesse che era in circolazione e di cosa si trattava. Da allora ho capito che non ho più timori di essere frainteso. Fondamentalmente, oggi me ne frego”. Nel flusso di rock, di blues e di ballate chitarristiche che scandisce il ritmo della raccolta la penultima canzone in scaletta, “Nemo”, sembra quasi un’anomalia… “Può ricordare molte cose, in effetti. A me ricorda ‘Fenestra ca luciva’, ma ci sono dentro anche Bellini, ‘La barcarola’, le romanze che mia madre ascoltava alla radio quando ero bambino. Mi piacerebbe venisse ascoltata così come è stata collocata nella sequenza del disco. E’ l’unica remora che ho nei confronti dell’abitudine sempre più diffusa di comprarsi su Internet le canzoni che si preferiscono. Per la musica il digitale è una rivoluzione pari a quella che il telaio a vapore ebbe all’epoca dell’industrializzazione, ed è anche un grande stimolo per gli artisti: tutti noi siamo incorsi nella pratica immorale di mettere in commercio quattro canzoni buone per venderne dieci”
Sembra rinfrancato, De Gregori, di poter parlare di musica piuttosto che di politica e di massimi sistemi. Ma come si fa, con uno come lui, ad evitare di entrare dentro l’anima delle canzoni e della realtà che ci circonda? “Le canzoni di questo disco mi sono uscite in fretta”, premette, “molte negli ultimi sei mesi. La copertina, come vedi, è un puzzle senza disegno: una volta risolto non ti trovi niente in mano e questa è una buona chiave di lettura del disco. Io stesso non so a quale interpretazione dare più credito. I ‘pezzi” del titolo potrebbero essere le tessere di un mosaico da ricomporre, oppure i detriti di qualcosa che si è rotto o è esploso: pezzi di aereo, di grattacielo…Dentro ci stanno le torri gemelle, Beslan. C’è, per forza, la realtà che stiamo vivendo anche se ho sempre odiato la parte di me stesso che voleva fare della cronaca un cavallo di battaglia. Lo considero un vizio brutto, ai limiti della necrofilia. Ma non posso essere immune da quel che mi succede intorno. Per questo nel disco ci sono ‘Il panorama di Betlemme’, ‘Il vestito del violinista’, ‘Gambadilegno a Parigi’, un sogno che si sviluppa quasi come uno stream of consciousness: canzoni piene di immagini di guerra, di dopoguerra e dopobomba, di bambini soldati, di soldati morti e feriti. Non è un artificio poetico, è la realtà. Ricordo il terrore ai tempi della crisi dei missili a Cuba: allora per noi la guerra era l’eccezione, oggi è la normalità, ce l’abbiamo fuori dalla porta di casa. Prima del Kosovo non avevo mai visto coi miei occhi i soldati italiani partire per un fronte di guerra”.
Realtà, appunto: “Tempo reale” ne offre una fotografia nitida anche se non cronachistica, quasi come una canzone dei Gang… “Conosco il loro lavoro, ma sono più giovani e più schierati di me. E poi anche se oggi faccio il cantante di un gruppo io nasco come cantautore, con i pregi e i difetti che ne derivano. In quella canzone ho enunciato una serie di dati di fatto da cui non si scappa: questo è il paese dei ricchi e degli esuberi, delle tasse pagate dai poveri, della gente che muore per strada nell’indifferenza della gente”. Tra i pezzi d’Italia e di mondo che De Gregori elenca nella canzone d’apertura, “Vai in Africa, Celestino!” ci sono anche i “pezzi di vetro” di “Rimmel”. Giusto trent’anni fa… “Mi piace autocitarmi, l’avevo già fatto in ‘Povero me’. ‘Rimmel’ è stato l’unico mio disco ad essere penetrato nelle orecchie di tutti. Nacque felicemente, con delle belle intuizioni suonate bene. Fu il mio primo disco consapevole, forse, quello in cui per la prima volta presi in mano le redini della produzione. Ero un ventiquattrenne fiero e pieno di vita che finalmente riusciva a dirigere la banda. Arrivò anche nel momento giusto, prima del ’77 e della grande bufera del terrorismo. Ma erano già tempi politicizzati, c’erano stati il referendum sul divorzio e Piazza Fontana, le manifestazioni di piazza e la sinistra giovanile: le condizioni migliori perché a un disco come quello potessero partecipare tutti. Certo non avrei immaginato che trent’anni dopo saremmo stati qui a parlarne. Non sono un nostalgico, al me stesso di allora guardo con dolcezza. Mi rivedo giovane e potente, alto e bello come San Giorgio che uccide il drago. Ma allora non mi sentivo affatto così”.
Ci sono altre parole e immagini ricorrenti, nei testi: si parla spesso di treni, di pane, di acqua. Di sale, soprattutto. “Me lo hanno fatto notare a disco finito e se avessi potuto sarei tornato indietro a correggere qualcosa. Non è bello ricorrere a ripetizioni per risolvere un problema estetico…ma sale è una parola che ho usato già in altri dischi. Mi affascina perché per me rappresenta un termine a doppio taglio. Significa amarezza, delusione, sofferenza, ma poi c’è anche il sale della terra di cui parla il Vangelo. Anche ‘Passato remoto’ ha un duplice significato: è un addio alla vita ma anche alla donna amata. Le parole sono belle, importanti, evocative. Ho letto che Jovanotti ha intitolato il suo prossimo disco ‘Buon sangue’. Che invidia, avrei voluto pensarci io! Con un titolo così avrei un altro disco di canzoni già bell’e pronto”.