I nuovi Strokes : 'Basta col passato, ora suoniamo musica del futuro'

I nuovi Strokes : 'Basta col passato, ora suoniamo musica del futuro'
Sono sempre molto trendy, nel loro modo apparentemente stropicciato e casuale, i cinque rampolli newyorkesi (come spiegarsi se no quel bizzarro ma vezzoso coordinato scarpa-calzino-sciarpetta sfoggiato dal cantante Julian Casablancas?). E pazienza se oggi sono altri, Clap Your Hands Say Yeah e Arctic Monkeys per fare due nomi, a contendersi il titolo di rock band più “cool” del pianeta. Loro, (di già) ex beniamini della stampa di tendenza, dicono di non farsene un cruccio. Anzi. “Per noi è un sollievo”, assicura il lungocrinito, efebico e longilineo chitarrista Nick Valensi. “Nessuno si mette più a esaminare al microscopio ogni nostra mossa come succedeva prima. I media sono molto meno interessati alla nostra vita privata, oggi, ed è meglio così: è più facile sorprendere la gente con la propria musica e i propri dischi quando non sei continuamente sotto osservazione. A essere sincero, anche il rock’n’roll lifestyle comincia a stancarmi”.
Sono maturati, gli Strokes? Di certo sono diventati più ambiziosi, e lo dimostra bene l’ascolto di “First impressions of earth”, il disco presentato in anteprima live nazionale ieri sera al Transilvania di Milano e prossimo alla pubblicazione (in Italia tre giorni prima che negli Usa, il 30 dicembre). “Volevamo un album che suonasse in maniera differente dai precedenti” conferma Valensi, il più giovane del quintetto con i suoi 24 anni (l’ “anziano” è Julian, che di anni ne ha 27). “Personalmente”, spiega, “non sono mai stato un grande fan del precedente ‘Room on fire’, e in generale non ero soddisfatto del modo in cui sono stati prodotti i nostri primi due dischi. Io li vedo come un album unico, la continuazione uno dell’altro”. Di qui la scelta di cambiare in corsa il produttore: da Gordon Raphael, ancora presente in tre tracce, a David Kahne. La differenza tra i due la spiega Casablancas: “Per Gordon andava sempre tutto bene, quel che contava era il feeling. Con David l’approccio al lavoro è, se vogliamo, meno mistico e molto più pragmatico”. Nick fornisce ulteriori dettagli: “David è un professionista di grande esperienza, ha prodotto moltissimi dischi e conosce gli studi di registrazione come le sue tasche. Questo vuol dire che anche da noi si aspettava un certo livello di professionalità e pretendeva di più: il che ha creato anche qualche tensione, quando qualcuno di noi si presentava svogliato o poco in forma alle session. Ci abbiamo messo molto più tempo del solito a registrare, e personalmente mi è capitato di incidere anche cinque assoli differenti per una sola canzone. David mi ha spinto a tirare sempre fuori il meglio di me stesso. Mi sedevo vicino a lui, nella sala mixer, e aveva sempre l’idea giusta da suggerirmi su come suonare le mie parti di chitarra: più staccato in quel punto, un’ottava più alta in quell’altro… Ha davvero una grande conoscenza della musica”. Dice di essere ispirato da Slash e da Hendrix, Valensi, ma anche da Ric Ocasek dei Cars e da Matthew Bellamy dei Muse (visto al concerto milanese di ieri sera). “I Muse mi piacciono molto, non sono d’accordo con chi li giudica dei Radiohead di serie B. E amo molto anche i System Of A Down: come noi, cercano di assomigliare solo a se stessi e di prendere le distanze da quel che si sente normalmente in radio”. Gruppi, i due ultimi citati, che hanno influenzato il nuovo suono della band: “Sì, se ascolti le chitarre ti rendi conto che sono molto più aggressive, stavolta. Gli altri ragazzi della band mi hanno lasciato più libertà nel suonare cosa e come volevo, anche le cose apparentemente più strane e diverse dal solito”. Sembra anche un modo di dire addio alla vecchia immagine di band rétro, proiettata indietro nel tempo verso i Velvet Underground, il garage punk anni ’60 o Iggy Pop (la cui influenza resta evidente in un pezzo come “Heart in a cage”, che sarà il secondo singolo). “Sì”, conferma Nick, “per me quella di ‘First impressions of earth’ suona come musica del futuro, roba avanti di dieci anni. C’è un po’ di Iggy Pop, è vero, e dell’elettronica anni ’80, soprattutto nei ritmi. E’ questo che mi piace del disco, il fatto che ci sono così tante cose che diventa impossibile etichettare l’intero album o anche una singola canzone. In tre minuti succedono un sacco di cose differenti”. Soddisfatto del risultato, il giovane Valensi, ma solo fino a un certo punto: “Il fatto è che stiamo ancora cercando di capire chi siamo, di scoprire il nostro vero potenziale. Ho la sensazione che ci stiamo avvicinando ma che non ci siamo ancora arrivati. Questo disco, per esempio, è troppo lungo…mentre i precedenti erano troppo corti. Abbiamo registrato molti pezzi con l’idea di metterli da parte come scorta per i lati b dei singoli, ma poi ognuno di noi aveva idee diverse su cosa scartare e cosa salvare. Il risultato è che ce li abbiamo infilati tutti, e con i lati b siamo al punto di partenza: come al solito non ne abbiamo neanche uno pronto”!
Il primo, “Juice box”, è già da qualche tempo in circolazione, accompagnato da quel video malizioso che Mtv ha pensato bene di tagliuzzare e censurare (vedi News). “Se non sbaglio, sul singolo è inlcusa la director’s cut (del regista Michael Palmieri) che si trova anche su Internet. Certo che questa storia mi fa incavolare… E’ un clip appena appena sexy e ne hanno fatto un affare di stato. Proprio a Mtv, poi, dove passano tutti i giorni quei video hip hop dove si vedono tette e culi che ballonzolano dall’inizio alla fine. Noi abbiamo fatto vedere due ragazze che si baciano ed è successo il finimondo”. “Fosse per me”, continua il chitarrista, “non li farei neanche i video. Che senso ha spendere 250 mila dollari se poi manco te li passano? E’ uno spreco di denaro e di energia”. Nel video “incriminato” gli Strokes scherzano anche sulla loro popolarità europea, tuttora molto superiore a quella americana. “I motivi mi sfuggono. Siamo popolari a New York, a Los Angeles, a Chicago. E, stranamente, anche in Texas. Ma nel resto degli Stati Uniti abbiamo più difficoltà, navighiamo a metà tra l’underground e il mainstream. Ma va bene così, io mi sento grato di quel che ho ricevuto finora”. La vita da rockstar ha alterato i rapporti tra di loro? “Non direi, sarebbe stato lo stesso se fossimo rimasti a New York a fare i baristi. A volte litighiamo, naturalmente, ma ci aiuta il fatto che ci conosciamo da tanto tempo e sappiamo come prenderci a vicenda. L’unica differenza è che quando eravamo più giovani ci capitava di dormire sui sofà a casa di uno o dell’altro, o magari di starcene seduti per strada a bere. Ora è tutto più educato e formale: andiamo a cena con le rispettive mogli o compagne, e si finisce sempre per parlare di musica e di lavoro…”. E il disco live mai uscito? “Sono sicuro che si trova, da qualche parte su Internet. Quel concerto a Londra era stato eccellente, e abbiamo pensato che sarebbe stato bello pubblicarlo. Ma noi pensavamo che fosse stato registrato in multicanale, e che dunque avremmo potuto remixarlo ed equalizzarlo un po’, a nostro piacimento. Invece si trattava di una registrazione stereo, il che lasciava poco spazio di azione. Così abbiamo deciso di metterlo in cantina. Ma un giorno spero davvero che avremo modo di pubblicare un live ufficiale”.
In conferenza stampa c’è ancora il tempo per qualche domanda a ruota libera. A Casablancas chiedono quale sia il miglior complimento mai ricevuto: “Robert Pollard dei Guided By Voices mi ha avvicinato a un festival e ha speso un sacco di parole di elogio per il gruppo. Chissà, magari era ubriaco”. All’altro chitarrista Albert Hammond Jr. come si divida i compiti con Valensi: “In modo assolutamente matematico”, scherza lui. “Un tanto a testa”. Il batterista Fabrizio Moretti parla del suo amore per New York: “Ora che siamo spesso in tour, ogni volta che torno a casa l’apprezzo ancora di più. E’ il posto migliore al mondo da cui trarre ispirazione, è una città che prende il meglio dell’arte, la cultura e la cucina del mondo per trasformarle in una cosa sua”. E da cosa dipende, quella strana staticità che il gruppo ha sul palco? “C’erano già i Guns N' Roses, che si muovevano meglio di noi, e mi sentirei ridicolo a danzare di qua e di là”, sibila il pacatissimo bassista Nikolas Fraiture. “E’ il pubblico che deve ballare”, interviene Moretti, a cui qualcuno chiede anche come si senta a vivere nell’America di Bush. “Ragazzi, ho scelto il ruolo di batterista proprio per evitare di rispondere a domande come questa. Ma agli amici italiani chiedo sinceramente scusa per quello che sta facendo la nostra amministrazione. Credeteci, in America siamo in tanti a pensarla così”.
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