Quando L'Avana incontra il Golfo: Rubalcaba suona Pino Daniele

"Gonzalo Plays Pino" il pianista cubano e le canzoni del cantautore, oltre il jazz: l'intervista

C'è un momento, quando ascolti "Gonzalo Plays Pino", in cui capisci che non si tratta di jazz che fagocita la canzone, né di omaggio reverenziale. È qualcosa di più sottile: è il riconoscimento di una parentela segreta, quella che lega i vicoli di Centro Habana ai bassi del centro storico napoletano, dove la vita si vive in strada e la musica non è mai un ornamento, ma sostanza dell'esistere.
Gonzalo Rubalcaba, tre Grammy e quattro Latin Grammy in tasca, un curriculum che passa per Dizzy Gillespie, Charlie Haden, Herbie Hancock, avrebbe potuto scegliere qualsiasi repertorio per un progetto discografico. Ha scelto Pino Daniele, dieci anni dopo la sua scomparsa. E lo ha fatto non per "nobilitare" quella musica ma perché in essa vi ha riconosciuto qualcosa di familiare, una lingua che parlava già senza saperlo.

La formazione di un visionario

Per capire questo incontro bisogna tornare a L'Avana, nella casa dove la musica era la struttura stessa della vita. "Mio padre aveva un gruppo in cui suonavano mio fratello e i miei cugini. Non ricordo un momento in cui la musica non fosse al centro di tutto. Ciò che io chiamo "vita" è arrivato a me attraverso la musica: ha formato la mia parte emotiva, spirituale, intellettuale. È stata anche un modo di guardarmi dentro. Senza questo tipo di autocritica, non saprei cosa potrei dire, musicalmente".
Poi sono arrivate le collaborazioni decisive, quelle che hanno plasmato il suo approccio. "Ognuna di esse per me è stata una scuola. Charlie Haden mi ha insegnato la profondità dell'ascolto. Paul Motian la poesia dei silenzi. Da Herbie Hancock e Chick Corea ho imparato la libertà: la capacità di rischiare sempre, senza smettere di essere fedeli a sé stessi. Con Jack DeJohnette ho capito l'importanza della conversazione musicale: l'idea che ogni nota sia una risposta, non un gesto isolato".
È con questo bagaglio che Rubalcaba si è avvicinato a Pino Daniele. "Non penso al jazz come a un linguaggio da custodire, ma come a uno spazio aperto, mobile. E Pino Daniele aveva quella stessa apertura: un modo libero di immaginare la musica, senza frontiere. Forse è per questo che mi sono sentito vicino a lui fin dall'inizio".

L'incontro con un repertorio

La rivelazione è arrivata studiando quel repertorio: "La prima cosa che mi ha colpito è stata la qualità. Non solo la quantità di musica che ha scritto, ma la qualità della sua visione. Una delle cose che più mi interessano della sua opera è la diversità: aveva una mentalità aperta, capace di recepire musiche diverse – culture, linguaggi, estetiche. Riusciva a vedere un segnale utile, un elemento da trasformare, in ogni tradizione musicale. Non ho dubbi che ascoltasse di tutto: classica, popolare, folk, musica europea, americana, latinoamericana, caraibica, africana, forse anche asiatica. Aveva la capacità di osservare, digerire e reinterpretare tutto questo. Per questo lo considero un visionario".
Quando è arrivato l'invito di Enrico Iobati e Onofrio Piccolo del Pomigliano Jazz Festival, Rubalcaba ha capito subito: "Era un'opportunità per entrare nella sua evoluzione artistica. Un omaggio interpretativo, non un'emulazione. La sua musica è piena di pop, jazz, classica, radici popolari. Una miscela che esiste solo nei grandi artisti".
Il progetto nasce a Pomigliano, si sposta nell'Anfiteatro romano di Avella, dove l'estate scorsa Rubalcaba presenta per la prima volta questo repertorio insieme a una band tutta italiana: Daniele Sepe, Maria Pia De Vito, Aldo Vigorito, Claudio Romano, Giovanni Francesca, Giovanni Imparato. "Portano una memoria storica fondamentale. Io avevo le mie idee, ma era essenziale ascoltare la loro visione. Questa musica vive di relazione".

Il suono di due mondi

Poi il materiale viaggia a Miami, dove insieme a Mario García (Mayito) aggiunge strati elettronici discreti, quasi cinematografici, "un po' come faceva Pino nei suoi dischi più maturi". Il metodo è simile: "Registrare con i musicisti per catturare l'energia collettiva, e poi lavorare in studio sulla texture finale. Napoli è stata il cuore: il 70-80% del lavoro, prove, registrazioni, i primi concerti, è accaduto qui. Miami è la parte conclusiva. Lì ho fatto l'editing, aggiunto elementi elettronici con Mayito: lavoriamo insieme dagli anni Ottanta, abbiamo costruito un linguaggio comune sulle tecnologie musicali".
Gli arrangiamenti nascono ovunque: "Una parte l'ho scritta in Florida, un'altra in Europa. Nel 2021 ero in tournée e ne ho completati molti negli hotel o sui treni italiani. Gli ultimi ritocchi li ho fatti a Napoli, poco prima delle prove". Un progetto dove "tutti gli strati della mia memoria, Cuba, la formazione classica, le collaborazioni con musicisti europei, africani, asiatici, americani, convivono. Sono strati che riaffiorano sempre, a volte chiari, altre più liquidi. Miami è un porto culturale, pieno di accenti e storie diverse. Tutto questo entra nella musica. E poi la vita a Napoli: camminare, mangiare, ascoltare. Ho cercato di assorbire quella energia che definisce la personalità napoletana. È lì che ho iniziato a capire davvero Pino".

Il risultato è un disco che respira. Undici brani – "Napule è", "Chi tene 'o mare", "Cumbà", "Lazzari felici", reinventati con rispetto ma senza timidezza. La cosa sorprendente non è l'improvvisazione in sé, ma l'equilibrio: non suona americanizzato, né come un esercizio di stile. Ha una luminosità mediterranea, una morbidezza nel fraseggio che viene da lontano.
In "Cumbà" emergono le somiglianze naturali tra i due mondi: i pattern ritmici, le percussioni, quella linea di basso ostinato tipica della tradizione dell'Avana erano già lì, nella canzone originale. "È un brano che contiene un groove profondamente familiare al linguaggio cubano: il pattern della batteria, i richiami delle percussioni afro-cubane, quella linea di basso ripetitiva che rimanda direttamente alla tradizione moderna dell'Avana. Ma la sfida era proprio non "cubanizzare" il brano. La ricchezza sta nella convivenza: l'elemento caraibico deve restare presente, sì, ma deve dialogare con l'esperienza pop e mediterranea che Pino portava già dentro la sua musica. Un equilibrio sottile, che Pino sapeva gestire naturalmente. Credo molto nella forza dell'ibridazione sincera. È lì che nascono i codici culturali che durano".

In "Chi tene 'o mare" la melodia resta centrale e le improvvisazioni si dispiegano attorno come aperture d'aria, senza mai soffocare il tema. Se si può muovere una critica, è che in certi passaggi l'eleganza del pianoforte sembra contenere l'urgenza emotiva delle versioni originali di Pino. Una scelta consapevole: "Il musicista, come un attore, deve saper "reincarnare" un personaggio senza smettere di essere se stesso. Non puoi cancellare la tua storia, il nostro tempo, il nostro percorso, le nostre decisioni, ma puoi lavorare per non usarla come centro dell'attenzione. La priorità deve essere sempre la musica. E l'improvvisazione è stata fondamentale. Faceva parte della natura stessa di Pino, della sua musica e di quella delle persone con cui suonava. Era inevitabile che lo fosse anche qui. La sfida era costruire un equilibrio, trovare una forma dove improvvisazione e struttura convivessero senza che una dominasse l'altra".

Napoli come rivelazione

Rubalcaba aveva già visitato Napoli, ma questa volta l'ha respirata diversamente. "Ero già venuto a suonare in città, al Festival di Pomigliano, anni prima che questo progetto nascesse. Anche se quando sei in tournée non hai mai abbastanza tempo per restare davvero, Napoli mi era rimasta addosso. E poi c'è questa cosa curiosa: la facilità con cui napoletani e cubani si riconoscono. L'ho visto con i miei occhi: italiani del Centro-Sud che arrivano all'Avana e si sentono immediatamente a casa, come se fossero finiti in un quartiere che potrebbe benissimo essere della zona di Napoli. E vale anche il contrario: cubani che vivono in Campania trovano un terreno naturale dove integrarsi".

E poi arriva la rivelazione: "Camminare per Napoli mi ha ricordato la mia infanzia a Centro Habana. Sono posti dove si vive letteralmente in strada. Senti le voci, le espressioni, i bambini, gli anziani, la gente che parla, che canta. Non hai bisogno di entrare nelle case per capire chi sono: sono già fuori, davanti a te. Nei vicoli napoletani mi succede lo stesso: la vibrazione è identica. Una forma culturale estrovertita, diretta, senza filtri. Ma non è solo la vita quotidiana. È nei tratti delle persone, nelle lingue – il napoletano e lo spagnolo dell'Avana, stratificati da secoli di contaminazioni – nei sapori, nelle architetture sorprendentemente simili. E poi c'è il canto, cardine sia della musica italiana che di quella cubana. Nella storia cubana sono stati spesso i cantanti a definire l'identità di un popolo. A Napoli vale la stessa cosa".
Ha visto i murales, i ragazzi che ancora cantano "Napule è", ha capito che Pino non è diventato solo eredità. "Il lascito di Pino è ovunque, vivo. Lo percepisci nelle persone: nei loro racconti, nell'orgoglio con cui parlano di lui. È una questione di identità, di cultura, di valori condivisi. La città lo racconta in ogni angolo: murales, strade, case, perfino nei parcheggi sotterranei. È impressionante vedere quanto continui a toccare la gente. Per qualsiasi artista, non c'è desiderio più grande: essere ancora parte della vita contemporanea. La sua musica si ascolta ancora, si trasmette, è riconosciuta dai giovani. Pino non è un fenomeno generazionale: è un fenomeno culturale".

È soprattutto nel dialogo tra il pianoforte di Rubalcaba e il sax di Daniele Sepe che vive l'intuizione del disco: note sospese, mai ridondanti, capaci di esaltare i temi centrali e poi trovare traccia per nuovi percorsi. Maria Pia De Vito restituisce le parole quando serve, con quel senso di appartenenza che non si può fingere. E l'intera band, Aldo Vigorito, Claudio Romano, Giovanni Imparato, Giovanni Francesca, ha saputo portare qualcosa di essenziale. "Li considero musicisti e persone straordinarie. Con loro si è creato un clima di cameratismo e professionalità. Questa musica vive di relazione, non solo di tecnica. E loro hanno portato un'intensità speciale, un rispetto profondo per il repertorio di Pino. Durante le prove ho capito quanto fosse importante ascoltare i musicisti italiani. Il modo in cui vivevano ogni brano. Io avevo le mie idee, ma era fondamentale capire la loro visione".

Togliere le parole a un cantautore è sempre un gioco rischioso. Ma quando la musica diventa comunicazione assoluta, diretta, misterica, allora il senso si rivela: qui suonano insieme due artisti, due culture, due terre che si parlano da sempre.
Nel complesso questo progetto è stato "una grande sfida e un grande rito: una responsabilità che tocca memoria, cultura, storia. Sono grato che ciò che ho fatto sia stato percepito come un gesto rispettoso. E ogni volta che riascolto questa musica, credo di capire un po' di più Pino".

Dimenticate le definizioni di genere, jazz, latin jazz, pop. Qui conta solo 'o feeling, come avrebbe detto Pinuccio.

 

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