C'era una volta la A&M: Alpert e Moss nella Rock and Roll Hall Of Fame

Herb Alpert e Jerry Moss entrano a pieno diritto nella Rock and Roll Hall Of Fame, il 13 marzo prossimo a New York, in virtù dei meriti acquisiti come fondatori e animatori, per 27 lunghi anni, della A&M Records, una delle etichette indipendenti più celebri e fortunate della storia della discografia.
Alpert (nato il 31 marzo 1935 a Los Angeles) e Moss (nato l’8 maggio dello stesso anno a New York) fondano l’etichetta nel 1962 intitolandola con le proprie iniziali e investendo cento dollari a testa. Aprono un ufficio a Hollywood, nel cuore del business musicale e cinematografico americano, dedicandosi inizialmente alla produzione di musica easy listening: i primi grandi successi arrivano con i singoli e gli album che lo stesso Alpert, valente trombettista oltre che produttore discografico e autore di canzoni, incide sotto la sigla Tijuana Brass, tornata di gran moda in epoca di revival della lounge music (si segnalano “The lonely bull”, oltre 700 mila copie vendute negli Stati Uniti, e “A taste of honey”). L’apertura alla musica “giovane” avviene in seguito ad un viaggio di Moss in Inghilterra, che a fine anni ’60 frutta contratti con Procol Harum, Joe Cocker, Move, Strawbs e Humble Pie e i diritti di pubblicazione negli Stati Uniti del catalogo Island di Chris Blackwell (Cat Stevens, Jimmy Cliff, Free, Fairport Convention e molti altri). In America vanno ad arricchire il roster cantautori come Phil Ochs e gruppi rock come i Flying Burrito Brothers di Gram Parsons, mentre i ’70 portano successi a valanga grazie ad album di Styx, Carpenters, Quincy Jones, Supertramp (il celeberrimo “Breakfast in America”) e Peter Frampton (10 milioni di copie con “Frampton comes alive!”). Il decennio successivo è altrettanto fortunato e vede il lancio di nuovi hit maker come i Police (e poi Sting) e Bryan Adams, ma anche di artisti di culto come Joe Jackson e Suzanne Vega. Nel giugno del 1989 Alpert & Moss depongono le armi e vendono alla PolyGram per la bella cifra di mezzo miliardo di dollari, mantenendo ancora per qualche anno incarichi dirigenziali (oltre al controllo delle edizioni musicali). L’epilogo della storia è malinconico e, purtroppo, simbolico dell’evoluzione discografica dell’ultimo decennio: passata in mano alla Universal, nel 1999 la A&M viene virtualmente chiusa e sopravvive negli anni successivi come puro marchio discografico, firma di prestigio a cui non corrispondono più uomini, idee e musica nuova.
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