Mark Eitzel: 'Ho fatto un disco sdolcinato per confortare chi sta male'

Mark Eitzel: 'Ho fatto un disco sdolcinato per confortare chi sta male'
Un disco di “elettronica, chitarre acustiche e altre cose strane”: così, poco più di un anno fa (vedi News), Mark Eitzel aveva anticipato a Rockol i contenuti del suo “Candy ass”, in circolazione da ottobre. E’ stato preciso, e di parola: “Visto che non mentivo?” ridacchia all'altro capo del telefono. “Siccome suona così differente dalle cose degli American Music Club e anche dai miei album precedenti volevo farlo uscire con una sigla diversa. Avevo pensato a Man Trucker (il nome di un camion tedesco), dopo che in Germania mi ero comprato un giubbotto con quel marchio. Ma in inglese suona troppo simile a ‘Man Fucker’ e così mi hanno convinto a lasciar perdere. A quel punto volevo persino rinunciare a pubblicarlo, poi la casa discografica mi ha detto che mi avrebbe dato un anticipo e ho accettato. Di sicuro non è piaciuto a tutti: ho fatto una ricerca su Google digitando le parole ‘Mark Eitzel è una merda’ e sono usciti diecimila messaggi. I primi dieci però erano di gente che ha amato il disco”.
E’ sempre così con Eitzel, cantore di solitudini e disperazioni esistenziali che adora non prendere nulla troppo sul serio, se stesso in primo luogo. Non per niente, conferma, il “Candy ass” del titolo (l’espressione, cara ai “redneck” americani, è uno spregiativo rivolto a chi è ritenuto uno smidollato, un mollaccione) è proprio lui. “Sono stato molto influenzato da certi musicisti londinesi che fanno musica elettronica. Ma siccome non suono heavy metal drum’n’bass ho anche voluto fare un disco molto dolce, con delle canzoni che anche senza volerlo suonano un po’ sdolcinate. Ed ecco il titolo…Ero stato male, avevo passato un paio di giorni senza potermi alzare dal letto e l’unica consolazione che avevo era una cassetta da ascoltare. Allora mi è venuto in mente di fare un disco che potesse aiutare chi è malato a guarire…” Un disco che oscilla, appunto, tra due poli opposti: “Musica acustica ed elettronica sono i due generi che ascolto di più, tutto qui. Ho sempre ammirato Aphex Twin , e mi piacciono le canzoni da cantare alla chitarra quando non cercano di essere una brutta copia di Simon & Garfunkel. Il disco però è venuto fuori soprattutto dalla mia testa. Quell’aroma di elettronica vintage dipende dal fatto che in casa mia c’è solo roba vecchia… Ho manipolato suoni lavorando principalmente con i plug-in che si trovano gratuitamente su Internet, demo di strumenti virtuali e roba come SampleTank: suoni orribili e lo-fi ma che possono portarti a risultati interessanti se ti ci metti a giocare”. Le canzoni, invece, parlano di temi consueti: la morte è un argomento sempre presente… “Morte, ma anche salvezza. Insomma, non è un disco dei Metallica. Da Bob Dylan in poi tutti hanno scritto e cantato della morte, e tra l’altro è un argomento che offre spunti anche per una buona dose di humour”. Succede, inaspettatamente, in un brano strumentale come “A loving tribute to my city”: “Stavo ascoltando la radio e c’era questa donna che raccontava di come sua nonna fosse morta in seguito a un tumore al naso, e nel passaggio all’aldilà avesse attraversato la grande porta dorata, il Golden Gate. Ho registrato la sua voce, e ho pensato di trasformarla in un omaggio alla mia città, San Francisco”. Dove Eitzel vive tuttora: cos’è, per lui, il luogo che ha ospitato i beatnik, gli hippie e gli yuppie di Silicon Valley? “Innanzitutto un posto dove fa freddo d’estate e caldo di inverno. E poi una cittadina piccola, provinciale, che non può espandersi perché circondata dal mare. E’ tuttora un posto molto liberale e democratico, politicizzato in maniera persino imbarazzante. Un mio amico la chiama la città delle anime perse, il che per chi vive scrivendo canzoni è il massimo che ci possa essere. Ci sono moltissimi locali dove suonare e migliaia di band. A me piacciono i Court & Spark, per esempio, e gli Enablers: un poeta che urla i suoi versi su un tappeto rumoroso di feedback”. E Londra, altra città dov’è di casa? “Ci passo spesso, in effetti, ho un amico che mi presta un divano su cui dormire. Mi piace come mi piace Los Angeles. C’è un sacco di gente brillante, e poi si respira una strana forma di energia molto dark, tenebrosa”.
Bel tipo, Eitzel. Capace di intitolare una canzone “I am Fassbinder” (“Me lo diceva una ragazza con cui sono uscito: mi paragonava a lui perché, diceva, penso sempre che nessuno mi ami”) o di citare nei suoi testi Mariah Carey (“Per me è il massimo del trash: e mi piace proprio per questo, la considero un tipico prodotto della follia americana”) o Hall & Oates. “Quella canzone, ‘Song of the mole’, parla di un mio litigio con un coinquilino che abitava al piano di sotto. Mi odiava, gli dava fastidio il rumore dei miei passi e continuava a lasciarmi dei bigliettini minacciosi sulla porta. Per lui ero La Talpa. Si vendicava mettendo dischi di Hall & Oates a tutto volume per 24 ore al giorno. Hai presente? Una vera tortura…”. In “Green eyes”, invece, fa capolino la fisarmonica (campionata) dei Calexico. “Sì, l’ho presa da un loro Ep, poi gli ho mandato un Mp3 con il pezzo finito e gli ho chiesto cosa ne pensavano. Hanno subito dato l’ok, sono persone deliziose che conosco da tanto tempo”. E i pezzi strumentali, è vero che faranno parte di una colonna sonora? “No, quella è un’invenzione del mio manager che non sapeva come giustificarli. La verità è che tutti i giorni tiro fuori qualcosa di più o meno musicale dal computer”. Dal vivo, in solitaria, gli tocca giocoforza restare fedele al repertorio più tradizionale, canzoni sue e degli American Music Club e una sola cover, “Heart and soul” dei Joy Division (“Niente dal disco di tre anni fa, anche se ho saputo che a Boy George è piaciuta molto la mia versione di ‘Do you really want to hurt me?’ ”). In attesa che gli passi il crampo dello scrittore che ha interrotto il processo di scrittura del prossimo album degli stessi AMC, tornati in attività dopo le buone accoglienze riservate a “Love songs for patriots”. “Abbiamo registrato cinque canzoni, siamo più o meno a metà del percorso. Sarà un disco più semplice del precedente, molto più rock&roll e anche più politico. C’è una canzone che si chiama ‘Team U.S.A.’, e un’altra che si intitola ‘You’re so very evil’. O ‘You’re so very Eva…Braun’. Uscirà probabilmente in tarda estate, autunno del prossimo anno. Ah, e siccome non voglio imporre agli altri la mia mania per l’elettronica ho anche una decina di strumentali che forse pubblicherò solo sul Web. Il disco ha già un titolo, ‘Trash’ ”. Tanto per smitizzare, una volta di più, quell'immagine da artista torturato che gli sta stretta.
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