Messa: intrecciare atmosfere oscure per superare i confini

L’intervista alla band veneta sul nuovo album “The spin”: tra doom, psichedelia e richiami anni '80

Dall’incontro fra peso e melodia, oscurità e visione, è nato il linguaggio sonoro dei Messa, che loro stessi hanno battezzato oltre dieci anni fa con il termine "scarlet doom". Una trama di jazz, doom, ambient, black metal, post-rock e blues, tessuta con precisione millimetrica e spirito libero: è un codice espressivo che non cerca rifugi stilistici ma attraversa frontiere, tra stratificazioni armoniche, dinamiche impreviste, silenzi pensati. La formazione originaria di Bassano del Grappa, spinge ora il proprio linguaggio musicale oltre nuovi confini con l’album The spin”, in uscita domani, 11 aprile, per la storica Metal Blade Records.

“Siamo molto curiosi di vedere come verrà percepito questo lavoro nuovo”, racconta a Rockol Sara Bianchin, voce del gruppo, in collegamento via Zoom con i suoi compagni. In vista dell’uscita del disco, aggiunge: “E siamo curiosi di vedere come reagirà il pubblico, anche dal vivo. Presenteremo il disco il 18 aprile al Roadburn Festival a Tilburg, nei Paesi Bassi, e il 26 aprile ad Argo16, a Venezia. Siamo contenti, c’è anche quella strizza positiva”.

“The spin”

I Messa sono Alberto Piccolo (chitarra), Marco Zanin (basso), Rocco Toaldo (batteria), Sara Bianchin (voce): nati nel 2014, hanno tracciato una traiettoria personale con “Belfry” (2016), “Feast for water” (2018) e “Close” (2022), portando la loro narrazione dai contesti sotterranei della scena indipendente fino ai palchi internazionali di tutta Europa e oltre, come al Roadburn Festival, da cui è nato il live album del 2023.

I primi brani scritti per il nuovo disco risalgono addirittura a due anni fa. Anche se ancora non sapevamo che sarebbero finiti in questo album”, spiega Alberto: “L’idea vera e propria per questo progetto è nata quando abbiamo capito che volevamo fare un disco che suonasse un po' anni Ottanta. I primi pezzi sono stati scritti in una fase in cui navigavamo ancora in acque sconosciute e sono stati quindi riarrangiati per ‘The spin’. La maggior parte dei brani poi sono stati scritti l’estate scorsa. Ci siamo chiusi un po’ in sala prove tutti insieme per raccogliere le idee”. A differenza delle precedenti prove sulla lunga distanza, per cui la band ha sempre cercato di avere “un approccio più live per la registrazione dei dischi”, narrano i Messa, “The spin” è stato “registrato a tracce separate”. “Abbiamo cercato di fare qualcosa di diverso che ancora non avevamo provato”, sottolinea il chitarrista, a cui fa eco Marco: “Volevamo cambiare un po' l'aspetto esperienziale. Prima di ‘Close’ arrivavamo da due anni di pandemia e per quel disco avevamo cercato di registrarlo tutti insieme, in un’unica sessione di dieci giorni. Con ‘The spin’ volevamo quindi cambiare proprio metodo. Ricercando un tiro più gelido e anni Ottanta, abbiamo deciso di concentrarci su ogni strumento in maniera didascalica. Possiamo descriverlo come un approccio più clinico”.

L’uptempo di “Void meridian”, le chitarre incisive di “Immolation”, la spigliatezza di “At races” e la solennità con il jazz di “The dress”, i due singoli pubblicati come anticipazione, portano a un album vario. “The spin” è tanto legato alle sonorità che in questi dieci anni i Messa hanno sperimentato e fatte proprie, ma con una padronanza più caratteristica. “L’ultimo pezzo che abbiamo scritto per ‘Close’, intitolato ‘Dark horse’, aveva già un po’ di Killing Joke dentro quella atmosfera anni Ottanta”, afferma Alberto: “Non si sa se è stata una scelta consapevole o meno, però abbiamo poi continuato su quella strada che avevamo appena toccato, ma non approfondito più di tanto. Una volta capito l’obiettivo per il nuovo progetto, abbiamo cercato di fare un disco in qualche modo compatto, dall'inizio alla fine, che avesse senso”. Aggiunge Marco: “Il tutto è dipeso poi dagli strumenti suonati: abbiamo iniziato a sperimentare con gli strumenti, aggiungendo sintetizzatori e così via. A mano a mano che si sono aggiunti strumenti e abbiamo sperimentato, è venuto poi il risultato”.

Seguendo questo procedimento, come per il resto della discografia del disco, sottolinea quindi Sara, “non c’è un modus operandi preciso” per quanto riguarda l’unione di testi e musica. In merito al legame tra la composizione musicale e la narrazione, la voce della band spiega: “Ci sono brani, anche in ‘The spin’, per cui il testo è nato prima della musica e viceversa. Altri testi, magari, li ho scritto direttamente in sala prove mentre gli altri suonavano perché sentendo la musica capivo da che parte mi tirasse la canzone a livello interiore e profondo. Se poi ci rifletto, mi verrebbe da dire che c’è qualcosa di spontaneo durante la scrittura. Altra cosa, invece, sono le linee vocali, che chiaramente fanno parte della musica per me”.

La narrazione che caratterizza “The spin” è legata a situazioni intime, ma non circoscritte a situazioni definite, in cui il soggetto, il protagonista o il destinatario non sono dichiarati, delineando una sorta di racconti aperti. “Dal punto di vista dei testi, all’interno di ‘The spin’ vengono toccati tanti temi”, racconta Sara: “Si va dall'autosabotaggio all’amore impossibile, al disgusto verso se stessi. Ci sono tante tematiche e molto intime, anche abbastanza pesanti, oltre a esperienza personali. Ma racconto anche esperienze non personali, cercando di immedesimarmi in qualcun altro. Grazie a una totale libertà e anche alla fiducia da parte dei miei compagni di band. A me piace molto giocare con le metafore. E mi piace anche immaginare che chi legge i testi possa trovarci la propria chiave di lettura”. Continua: “Se dovessi spiegare il processo di scrittura, lo paragonerei al gesto di chiudere qualcosa in un cassetto della scrivania e buttare via la chiave, così che resta fermo nel tempo, non subendo evoluzioni. È come una fotografia del momento in cui stai scrivendo il testo, di come ti senti e di come stai”.

I primi dieci anni di carriera

“‘Scarlet doom’ era un aggettivo, un colore, che ci siamo dati per identificarci”, spiega Marco Zanin nel tessere il racconto dei primi dieci anni di carriera dei Messa: “È una sfumatura cromatica molto evocativa, che deriva anche da una cultura esoterica che agli inizi avevamo un po’ abbracciato. Può evocare tutta una serie di intenti, di aspetti e di atmosfere. Non è un termine, un’etichetta, che abbiamo abbandonato, ma è un colore che è evoluto nel tempo. Ogni disco ha abbracciato una propria sfumatura cromatica. Il rosso era la sfumatura iniziativa; per il secondo disco, che affrontava il tema dell’acqua, abbiamo abbracciato tinte bianche e nere accostandole a un colore arancione che ricordava la ruggine; per ‘Close’, poi, abbiamo abbracciato cromie più tendenti al dorato. Con ‘The spin’, invece, i colori si sono fatti più tetri, tendenti al catrame e al petrolio: è nero, ma con sfumature violacee e blu”. Legate a questo aspetto cromatico, molto importante nel creare l’estetica della band, sono anche i riferimenti musicali che hanno accompagnato il percorso del quartetto, la cui formazione è rimasta invariata per oltre dieci anni. “Alcune delle prime due reference che mi vengono in mente, che sono state secondo me importanti sia dal punto di vista visivo che musicale, sono l’album ‘Night time’ dei Killing Joke - centrale per noi per capire il tipo di linguaggio e di intenzioni che volevamo provare a seguire - e “...If I die, I die” dei Virgin Prunes, sottolinea quindi Sara Bianchin: “Proprio nelle copertine di questi due dischi si ritrova l’uso dei colori per trasmettere l’intenzione e il linguaggio che si vogliono adottare con un album. E questa è una cosa da sempre a noi vicina, e che va di pari passo con la musica e con tutto il resto - perché attorno a un album si viene a creare un universo, dalle foto alle grafiche agli artwork”.

Tirando le fila di questo primo decennio, Sara evidenzia: "Presupposto il fatto che fortunatamente la formazione è sempre rimasta la stessa, che non è una cosa per niente scontata, secondo me siamo esattamente gli stessi, ma siamo anche delle persone completamente diverse”. Continua: “Due cose che ci hanno sempre tenuto insieme è, prima di tutto, l’essere amici prima che colleghi, e poi di avere una visione molto forte di quello che è il materiale, di quello che è essere una band che ti fa guardare spesso oltre le difficoltà. Da un certo punto di vista abbiamo ancora un po' di positiva e sana ingenuità, che ci fa vedere e vivere le cose in maniera positivamente naïf. Siamo consapevoli di tante cose che fanno parte del del music business. Ma noi siamo spinti prima di tutto da alcune cose, che funzionano come benzina: che ci piace fare musica, che abbiamo bisogno di avere una visione condivisa, e che abbiamo bisogno di fare musica”.

Intrecciare atmosfere oscure per superare i confini

La musica dei Messa ha sicuramente un respiro molto più internazionale, dovuto anche alla scelta di adottare la lingua inglese nelle canzoni. “Fin dall’inizio abbiamo sempre avuto l'idea di voler suonare tanto fuori dall’Italia, di voler portare il più possibile il progetto distante da casa, nell’accezione più positiva che questa cosa può avere”, racconta Sara: “A me personalmente, poi, risulta molto più semplice scrivere in inglese, e riesco anche avere un minimo di distacco in più. Con l'italiano è molto più difficile, sentirei più il peso culturale. Però non si sa mai: magari in futuro scrivere in italiano potrei prenderla come una sfida. Un disco in italiano non è da togliere dal tavolo delle possibilità, però almeno per ora non ha mai fatto parte della nostra cifra stilistica”.

Vista la loro ampia esperienza all’estero: come vedono i Messa la scena musicale internazionale rispetto a quella italiana? “Credo che di base non ci siano gli spazi in Italia. O meglio: ce ne sono, ma sono pochi”, afferma il batterista Rocco Toaldo: “Mentre all’estero vediamo molte più realtà, magari un edificio diventa sia una sala concerti che mille altre cose, ma comunque è una sala concerti con una capienza che varia dalle 300 alle 1000 persone. Dal mio punto di vista, qui manca un po’ la fascia media: c’è il localino o il live club serio, mentre mancano spazi intermedi. Non è che non esistono del tutto, ma ce ne sono pochi. La più grande differenza tra l’Italia e l’estero la vedo su questo aspetto, perché poi anche qui ci sono effettivamente band fighe. Non è un problema di mancanza di artisti validi, ma di poterli vedere in contesti e situazioni adatti”. A lui fa eco Sara, che aggiunge: “Dal punto di vista del pubblico, però, c’è da dire che gli italiani sono più rumorosi e calorosi. In Nord Europa, invece, la gente sembra molto più silenziosa, ascolta in maniera quasi religiosa. È un aspetto interessante: la reazione del pubblico è un po’ uno specchio del paese in cui ti trovi”. In merito a questo argomento arriva anche il pensiero di Marco Zanin: “So che suona come un cliché: a volte qui in Italia la musica sembra venir presa poco seriamente. Banalmente, quando dico a una persona che faccio il musicista mi sento chiedere: ’Sì, ok, ma di lavoro vero cosa fai?’”. Il bassista aggiunge: “Un aspetto secondo me interessante, però, è che negli ultimi dieci anni c’è più considerazione delle band italiane che fanno rock o metal, anche all’estero. Noi, per esempio, il 18 aprile presentiamo il nuovo album al Roadburn Festival, dove di band italiane ne sono sempre passate poche. E quelle che partecipavano provenivano dagli Anni Novanta, facevano dark sound o traditional”.

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