Darkness a tutto volume: 'Basta con i musicisti che si piangono addosso'

Darkness a tutto volume: 'Basta con i musicisti che si piangono addosso'
Con quelle criniere leonine e quegli abitini attillati, quel gusto per l’esagerazione, quella musica e quelle pose che rimandano all’età dell’oro di “Rock Babilonia”, i favolosi anni Settanta, i quattro di Lowestoft, East Anglia, sono abituati ad alimentare il gossip di siti e giornali non solo musicali. E così ora che arrivano in Italia a presentare il secondo album in uscita venerdì 25 novembre, “One way ticket to hell… and back”, molto o tutto già si sa ed è stato detto di quel che è loro accaduto negli ultimi mesi. Lo scontro fratricida e i litigi intestini sfociati nel brusco licenziamento del bassista Francis Poullain, sostituito con il tecnico delle chitarre Richie Edwards (riconoscibile perché completamente calvo)… La provocatoria sniffata di cocaina che si sente all’inizio della title track… Le velenose dichiarazioni che i membri della band sono soliti rilasciare, senza peli sulla lingua, a proposito di tanti blasonati colleghi (anche se loro sostengono di essere continuamente travisati dalla stampa). Cosicché di queste cose, oggi, hanno pochissima voglia di parlare (ma su Poullain il frontman Justin Hawkins non sembra proprio aver cambiato idea e ci va giù abbastanza pesante). E allora si parla subito del disco: “Difficile da realizzare? Niente affatto”, esordisce l’esuberante vocalist smentendo clamorosamente quanto riporta la biografia ufficiale. “Al riguardo sono state dette un sacco di balle. Se ci abbiamo messo così tanto a finirlo è solo perché volevamo che suonasse nel migliore dei modi. E di solito va così, più ci lavori e migliore è il risultato, almeno finché non ci si spinge troppo in là”. Facile come bere un bicchier d’acqua, allora? “Beh, sì, quando hai a disposizione il miglior produttore del mondo (Roy Thomas Baker: Queen, Bowie, Who e Stones in curriculum) tutto fila liscio. E’ stato lui a cercarci, una sera a un party dopo un concerto a Los Angeles. C’erano altri produttori in lizza, come Bob Ezrin, ma abbiamo subito scelto lui perché è uno che si prende tutto il tempo che ci vuole a fare le cose per bene. E’ una leggenda vivente, la prima cosa che ha fatto in vita sua è stata ‘All right now’ dei Free e sarebbe già abbastanza. E’ incredibile la sua attenzione al dettaglio… Prima che entrassimo in studio a registrare ha passato una settimana intera, forse dieci giorni, a posizionare la batteria. L’ha piazzata su un basamento sopraelevato in mezzo alla stanza e ha continuato a spostarla finché non ha trovato la collocazione giusta. Come ai tempi di John Bonham e dei Led Zeppelin… A quel punto ci ha detto: ok, possiamo cominciare. Era stato molto più difficile il primo disco, perché ce lo siamo dovuti finanziare da soli senza avere ancora un contratto discografico in mano. Dovevamo accelerare i tempi prima che i soldi finissero del tutto e quindi avevamo molta più pressione addosso. Abbiamo passato due settimane a registrarlo e poi due anni a promuoverlo in giro per il mondo…”. Nel frattempo e a dispetto del successo, assicura Justin, non sono state tutte rose e fiori. “Non mi lamento, per carità, anzi sono felice che la gente abbia subito dimostrato di apprezzarci. Ma a volte ti capita di dover affrontare situazioni assurde: soprattutto in America dove la casa discografica deve mantenere buone relazioni con le radio e nel giorno di riposo del tour magari ti spedisce su un bus a fare un viaggio di dodici ore. Arrivi in un posto dove è in corso un torneo di bowling e quello che dovrebbe essere un bagno di folla tra i fan si trasforma in un incontro surreale con quattro gatti che non hanno la minima idea di chi tu sia. La prossima volta gliela fracasso sulla testa, la palla da bowling…”. Però ci sono state le gratificazioni dei concerti, i dischi in classifica, i premi dell’industria… “Siamo orgogliosi di aver ricevuto un Ivor Novello come autori, un riconoscimento a cui tenevamo e che è arrivato anche prima del previsto. Ma gli altri premi non significano niente, sono solo delle mezze truffe. Prendi i Brit Awards, per esempio. E’ tutto combinato: se Dido si fosse presentata a ritirare il premio per l’album dell’anno avrebbe vinto lei, invece è toccato a noi. E non parliamo della UK Hall Of Fame, una vera stronzata. Noi abbiamo fatto da anfitrioni ai Queen e siamo venuti a sapere i retroscena. Teoricamente doveva essere il pubblico a decidere i vincitori, decennio per decennio, pagando qualcosa come una sterlina per comunicare il suo voto al telefono. Ma era già deciso tutto in anticipo e anche se tutti avessero votato i Led Zeppelin, per dire, sarebbero stati i Queen a vincere. A noi hanno già proposto di esibirci come una delle band che hanno venduto di più nel nuovo millennio. Abbiamo nicchiato e improvvisamente siamo precipitati al numero 47 della lista! Di colpo siamo spariti dall'elenco dei premiati”. A proposito di Mercury e compagni: nel nuovo disco Hawkins suona proprio il pianoforte preferito dal compianto Freddie, e pezzi come “English country garden” sembrano più autenticamente Queen degli originali. “Concordiamo. I Queen restano una delle nostre influenze principali, assieme ad AC/DC, Van Halen ed Aerosmith. Band nuove? Mmmh, a me – dice Justin – piacciono gli Ark, svedesi”. “Ma non andiamo pazzi per la musica nuova né fremiamo per sapere chi sarà il prossimo fenomeno delle classifiche” aggiunge Richie. “Il fatto è che si è perso lo spirito dei vecchi tempi… Una volta andavi ai concerti e restavi a bocca aperta davanti a gente che sul palco dava l’anima per due ore e ti faceva divertire. Oggi invece tutti amano piangersi addosso, autocommiserarsi in pubblico come se non ci fosse già abbastanza infelicità al mondo. I Coldplay sono il caso tipico, e anche James Blunt…”. “O Aaron Lewis degli Staind che ti racconta tutto soddisfatto di come la gente pianga ai suoi concerti”, interviene Justin. “Sanno fare il loro mestiere, per carità… ma, Gesù Cristo, non è proprio questa la musica che piace a noi”.
La musica che piace a loro – roboante, divertente, esagerata, magari un po’ fatua – sprizza fuori a tutto volume da “One way ticket to hell…” tra assalti all’arma bianca di chitarre elettriche, mitragliate di percussioni, riff assassini, falsetti acutissimi e cori da stadio conditi da strumenti e aromi esotici, un sitar elettrico al modo di Brian Jones e di George Harrison, un flauto di Pan o una melodia folk scozzese. “‘Hazel eyes’, il pezzo a cui ti riferisci, parla di una donna scozzese che arriva a Lowestoft per lavorare su un peschereccio: di pesce neanche l’ombra, ma trova l’amore e se lo riporta a casa per sposarlo”. “E’ una storia che mi sono inventato”, racconta Hawkins, “ma poi facendo qualche ricerca ho visto che non doveva essere poi così distante dalla realtà di un tempo. A Lowestoft, tanti anni fa, sono arrivati un sacco di scozzesi che si sono messi a lavorare per l’industria ittica”. E il flauto di Pan sulla title track? Stavolta è Richie a spiegare: “Il tutto è nato come introduzione a un’altra canzone che non abbiamo completato, l’avevo improvvisata alla tastiera e il risultato era atroce, una vera schifezza. Roy Baker Thomas ha un amico in Perù che è proprietario di una radio e che a sua volta conosce questo tale che ci hanno presentato come il miglior suonatore di flauto di Pan al mondo. Gli hanno fatto avere un nastro con il nostro pezzo, ma per incidere la sua parte ha dovuto farsi costruire un flauto più grande di quello che era abituato a suonare. Ha eseguito la sua parte da solo, in montagna, e quando Roy ci ha fatto sentire il risultato in studio ho pensato che fosse la cosa più stupefacente che avessi mai ascoltato. E’ un gran modo di iniziare il disco”. Dagli anni ’80 del dark inglese proviene invece Tim Pope, videomaker di fiducia dei Cure e regista del video del nuovo singolo. Che ci azzecca? “Mica ha fatto solo quello, e poi è una persona dotata di grande senso dello humour. Abbiamo girato tra le nevi di Islanda in un posto completamente privo di vegetazione, se si fa eccezione per certe rocce vulcaniche. Una specie di tundra, ma un poco meno fredda. A guardarsi intorno, ci si sentiva gli unici esseri umani rimasti al mondo”. Un certo aroma anni ’80 si sente anche in “Dinner lady arms”, con quella chitarra alla Police… “Beh, sì, ci piace tutta la musica, senza frontiere. A me un pezzo come ‘Blind man’ fa venire in mente gli anni ’20 più che i ’70. E’ ispirata all’ultimo anno di vita di mio zio, dopo che sua moglie era morta di cancro. E’ una canzone tenera, direi”. Che, come le altre, è circolata anzitempo in pubblico: malgrado i rigidi controlli della Atlantic, una copia promozionale del Cd è finita in vendita sul sito australiano di eBay ed è stato lo stesso Justin a metterci sopra le mani dopo aver sborsato 350 sterline per sbaragliare la concorrenza. “Il fatto è che quelle copie sono contraddistinte da un codice che permette di risalire al loro possessore originale. La stessa persona aveva messo in vendita un disco di Nick Cave e Cd di altre case discografiche, dal che si deduce che si trattava di un giornalista… uno che scrive per la rivista australiana Oyster. Siccome il disco era sigillato, è altrettanto chiaro che non l’ha neppure ascoltato prima di recensirlo. Facile, anch’io sarei in grado di parlare di un disco di Nick Cave a scatola chiusa, dicendo che la musica è buona e che i testi sono dark… Non è solo un furto, ma anche un insulto per chi fa musica. Spero che lo mettano in galera, o almeno che gli impediscano di continuare a scrivere”.
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