La Shakira che non t'aspetti: 'Ah, avessi potuto vivere il '68...'

La Shakira che non t'aspetti: 'Ah, avessi potuto vivere il '68...'
L’ultima cosa che ti aspetti, se non l’hai mai incontrata prima, è che Shakira si metta a discettare con cognizione di causa di psicanalisi e di pittura rinascimentale. Si parla, in conferenza stampa, di “Oral fixation, vol. 2”, disco in lingua inglese (disponibile nei negozi a partire dal 28 novembre prossimo) gemello di quel “Fijacion oral vol. 1” che, grazie anche al tormentone “La tortura”, ha racimolato in cinque mesi di vita oltre 3 milioni di copie vendute nel mondo.
I giornalisti italiani, maliziosetti assai, sono tutti concentrati a sviscerare i significati reconditi di quel titolo, che fa subito venire in mente pensieri proibiti. E del resto anche Ali G, ai recenti MTV European Music Awards di Lisbona, ci ha giocato pesante…La giovane colombiana non si scompone: “Davvero? So che ha scherzato sul mio nome e sul suo presunto significato in lingua kazaka. Ma se è per questo non è andato per il sottile neanche con gli altri: ha dato del travestito a Madonna, del pedofilo a Robbie Williams, delle prostitute alle Pussycat Dolls. Ma siccome è bravo e simpatico gli perdoniamo tutto…” Va bene, ma perché quel titolo? “Non volevo essere deliberatamente provocante, se è questo che volete sapere. Sono sempre stata affascinata dalla comunicazione orale, dal suono e dal ritmo della voce, dalla parola parlata e da quella scritta. E poi la bocca è un po’ la mia finestra sul mondo, e usarla mi procura piacere (altri sorrisini dei maliziosi giornalisti): non ci sono solo le parole, ma anche i baci e la cioccolata. ‘Oral fixation’ è anche un concetto psicanalitico, e a quello si riferiscono le copertine dei due dischi che richiamano una certa iconografia rinascimentale. La prima, l’immagine di donna con bambino, evoca Freud e l’allattamento ha di nuovo a che fare con l’uso della bocca come strumento di nutrimento e di apprendimento. La seconda è ispirata alla Eva di Albert Dürer, avete presente? Dove la mela rappresenta il simbolo della tentazione. Qui siamo più dalle parti di Jung, anche se il bimbo raffigurato è lo stesso, a sei mesi di distanza….”. Giornalisti sistemati.
E’ tosta, la ragazza, e lo dimostra anche in questo album, che ha scritto e prodotto con un quartetto di collaboratori fidati sotto la supervisione del guru Rick Rubin (nove inediti più due riprese dal disco precedente, “Dia especial” e “En tus pupilas” tradotte rispettivamente come “The day and the time” e “Something”). Si fa accompagnare da Carlos Santana nel brano “Illegal” (“Su quel pezzo ha sempre aleggiato il suo spirito, gliene ho mandato una copia chiedendogli se gli avrebbe fatto piacere collaborare. Ha detto di sì e ne sono onoratissima, perché ci ha impresso sopra il suo marchio classico. L’ho di nuovo incontrato qualche tempo fa in Germania e gli sono saltata al collo per la riconoscenza”) e non rinuncia all’immagine smaccatamente sexy nel video di “Don’t bother” diretto da Jaume, in cui fa letteralmente a pezzi l’automobile del suo fidanzato: “Beh, sembra proprio che per gli uomini la macchina rappresenti il tipico prolungamento della virilità. Noi donne facciamo fatica a capire questo genere di cose perché, con l’eccezione forse delle scarpe, non proviamo un’attrazione paragonabile per un qualunque altro oggetto. Nella canzone parlo di un fedifrago che merita una giusta punizione, e cosa di meglio che distruggergli l’auto? E’ stato divertente”. Lo stesso senso di frustrazione sentimentale sembra ricorrere in altri titoli: “Un paio, sì. Ma non sto parlando necessariamente di me stessa. Sapete, penso che un artista abbia nove vite come un gatto e che spesso le usi per esorcizzare incubi e brutture facend un esercizio di fantasia. Le canzoni sono un po’ degli acchiappasogni, e questo genere di artificio artistico spesso ha un effetto catartico, terapeutico”.
Altri titoli affrontano temi più seriosi, tra questi una canzone dedicata a Timor e una, “How do you do”, che alterna versi in inglese, latino, arabo ed ebraico per parlare di religioni e di incomprensioni: quando si dice un’artista congenitamente predisposta al mercato globale… “Certo, ma non ho un messaggio preciso da lanciare, né una soluzione per i mali del mondo. Se voi ne avete una, anzi, vi prego di farvi avanti…Con ‘How do you do’ volevo semplicemente dire che, dal mio punto di vista, gli esseri umani sono tutti fatti della stessa creta. C’è una natura predatrice, in noi, che convive con un aspetto sublime e spirituale. Tutti chiediamo perdono a un Dio, tutti proviamo lo stesso senso ancestrale di colpa. Siamo più simili di quel che solitamente si creda, per questo nella canzone mi rivolgo agli arabi, agli ebrei e ai cristiani, in inglese. Ho scritto un pezzo per Timor perché sono rimasta molto colpita dagli eventi del 1975 e da quelli, ancora più gravi, del ’99. Ho pensato a quanto la cultura pop che permea le nostre vite ci rinchiuda nel nostro piccolo mondo, distraendoci da quel che ci succede intorno. Parlo di mercato discografico e di MTV, è vero, ma non fraintendetemi. Non sputo nel piatto dove mangio (il network musicale, ai citati Awards di Lisbona, l’ha premiata come artista femminile dell’anno), sono grata per quanto ho ottenuto. E non voglio gettare la croce su nessuno, altrimenti saremmo coinvolti tutti noi che viviamo di questo mondo, Michael Jackson, Madonna, Anastacia, io stessa, la mia casa discografica…e pure voi che lavorate con i mezzi di comunicazione. La tv è tutta pop, anche Discovery Channel lo è. E così la moda, e il consumismo. Quel che voglio dire è che siamo tutti sulla stessa barca, autoreferenziali: in quella canzone esprimo la mia volontà di non farmi distrarre troppo dalla realtà”.
Aveva capito tutto Gabriel García Márquez, che l’aveva lodata fin dai suoi esordi? “E’ diventato un caro amico, e l’articolo che fece su di me è la cosa più bella che sia stata mai scritta nei miei confronti. Con tante esagerazioni, com’è proprio del suo meraviglioso stile letterario”. Conta, arrivare da un mondo povero invece che dagli Stati Uniti, nel suo atteggiamento di fronte al successo e alla carriera? “Qualcuno dice che siamo ciò che mangiamo… Io penso piuttosto che siamo quel che siamo stati in passato, quel che abbiamo visto, i posti e le persone che abbiamo frequentato. Crescendo in Colombia ho visto giorno per giorno la gente lottare per la mera sopravvivenza, cercando allo stesso tempo di conservare il sorriso sulle labbra. Ma ho anche viaggiato tanto, ho imparato la tolleranza, ho potuto aprire la mente ad altre culture”. Forse per questo la sua musica reca poche tracce della sua terra di provenienza… “E’ che non mi va di andare in giro con un cartello che mi identifichi sempre e comunque come un’artista latinoamericana. Non mi piacciono le categorie, non voglio essere fissata per sempre nella stessa posa, la stessa immagine. Voglio avere il diritto di cambiare e di vivere delle metamorfosi. Se il cocktail mi piace, chissà, in un prossimo futuro potrei combinare il rock con il pop anni ‘80, il reggaeton e la dancehall alla musica folk del mio paese. Il mio stile, fondamentalmente, consiste nel non avere uno stile”. Sembra diversa da Britney, Avril e Christina, Shakira: non è che per caso si sente di vivere nel tempo sbagliato? “In effetti ogni tanto questa sensazione ce l’ho. Provo nostalgia per il fatto di non aver vissuto in periodi più ricchi di fermenti culturali, quelli in cui si manifestò una rivoluzione del pensiero e delle coscienze: il ’68, per esempio. Ma un’altra rivoluzione mentale, auspicabilmente, è in arrivo. Sono relativamente ottimista, in fondo almeno in certe parti del mondo ai diritti umani si presta più attenzione che seicento anni fa. Non è così dappertutto, purtroppo, e c’è ancora tanta miseria e violenza da estirpare, una giustizia sociale da far trionfare. Ma mi sembra che la nostra generazione, per la prima volta, abbia davvero la possibilità di cambiare le cose. Per i miei genitori e i loro coetanei era difficile tramutare l’impossibile in possibile. Noi, grazie a Internet e alla tecnologia, possiamo davvero essere connessi gli uni con gli altri, comunicare, sviluppare una coscienza collettiva. C’è un tessuto connettivo che ci unisce e dobbiamo usarlo per avere un impatto sulla politica e sulla società”. Però, Shakira…
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