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NEWS   |   Pop/Rock / 03/11/2005

Riecco i Toto: 'Musicisti, non rock star. E al diavolo i video e le major'

Riecco i Toto: 'Musicisti, non rock star. E al diavolo i video e le major'
Steve Lukather ha l’aspetto di un biker italoamericano (capelli e baffetti neri, t-shirt, tatuaggio in bella vista sul braccio) ma con le moto, dice, non ci sa proprio fare anche per la paura di rovinarsi quanto ha di più prezioso, le mani che gli servono per estrarre magie dalla chitarra. E’ a Milano per due concerti al Blue Note con El Grupo, il suo quartetto fusion, e ne approfitta per far ascoltare un assaggio – quattro brani, tra cui la title track - dal nuovo disco dei Toto, “Falling in between”, ancora in fase di missaggio e in uscita ai primi di febbraio 2006 per la Frontiers Records di Napoli, che con i vecchi marpioni di Los Angeles ha firmato un contratto di esclusiva mondiale (Stati Uniti e Canada esclusi). Parla a ruota libera e senza peli sulla lingua per oltre un’ora, e la notizia è che per tutto quel tempo resiste senza imbracciare l’amata chitarra. Del disco nuovo, che al primo ascolto sa di cocktail ad alta gradazione con ingredienti progressive, fusion, funk, metal e jazzy mescolati a quel suono clamorosamente “radiofonico” che in passato ha fatto dei Toto degli imperatori dell’FM, Lukather racconta con evidente orgoglio. “Ci siamo voluti spingere più in là, abbiamo cercato di dare il massimo, di scrivere canzoni migliori e di suonare al nostro meglio. Non abbiamo pensato alle radio, abbiamo voluto sperimentare. Non siamo mai stati famosi per la profondità dei nostri testi, ma anche in quello ci siamo impegnati molto. A 48 anni hai molte più cose da raccontare di quando ne hai 20, anche senza voler essere apertamente politici non si può fare a meno di riflettere su quel che succede nel mondo e che si vede ogni giorno in tv alla Cnn”. Recuperato il cantante originale Bobby Kimball (già dai tempi di “Mindfields”, sei anni fa) e arruolato un altro fuoriclasse come Greg Phillinganes (ex collaboratore di Stevie Wonder, ma anche di Eric Clapton, Phil Collins, Steely Dan e tanti altri), i Toto oggi si presentano come sestetto sfoggiando un plotone di tastieristi: tre, compreso lo stesso Phillinganes. “Così piace al pubblico…Il fatto è che David Paich, per suoi motivi personali, non ha più voglia di venire in tour con noi e avevamo bisogno di trovare un sostituto. E poi Greg canta anche, ed è coinvolto nel processo di composizione. Il disco lo abbiamo scritto interamente negli ex studi di Sheila E. che ora appartengono al nostro batterista, Simon Phillips. Siamo partiti da zero, usando apparecchiature digitali ma suonando praticamente live, in diretta. Senza ricorrere troppo alle macchine e cercando volutamente un suono il più organico possibile. E pensare che quando abbiamo cominciato eravamo noi, i session men di Los Angeles, il prototipo del suono levigato e perfettino. Ma suonavamo eccome, e lo facciamo ancora oggi. Non come quelli che si attaccano a Pro Tools per correggere gli errori”.
I colleghi li adorano e chiedono a ripetizione i loro servigi, le cover band li imitano maniacalmente (“Anche noi abbiamo cominciato così, come cover band degli Steely Dan ai tempi delle superiori: Jeff Porcaro aveva suonato con loro nel disco ‘Katy lied’, e noi lo imparammo a memoria prima ancora che uscisse”), i fan impazziscono per i loro virtuosismi. La critica rock, invece, li ha sempre snobbati, dileggiati, o anche peggio. “Eh già, non sanno come catalogarci. Possiamo non piacere, d’accordo, ma questi signori dimenticano che abbiamo suonato con chiunque. Con Miles Davis, che nel ’77 mi voleva nel suo gruppo. Con Larry Carlton, che è stato il mio insegnante di chitarra quando avevo diciassette anni e oggi è un grande amico. Con George Harrison, che è stato il mio primo idolo in assoluto quando io, come tutti, nel 1964 impazzivo letteralmente per i Beatles. Ognuno di noi, nessuno escluso, sa il fatto suo e ha sudato per arrivare dove è arrivato. D’accordo, abbiamo fatto i nostri errori madornali, abbiamo scritto brutte canzoni e testi imbarazzanti, ma c’è dell’altro. Se questi critici snob contassero qualcosa, del resto, saremmo già scomparsi negli anni ’70. E invece io sono qui seduto davanti a voi a parlarvi di un altro disco dei Toto”. Un disco confezionato, stavolta, con l’aiuto di un gruppo molto eterogeneo di ospiti: come Joseph Williams (una rimpatriata: è stato cantante del gruppo), il violinista L. Shankar (collaboratore storico di Peter Gabriel), la sezione fiati dei Chicago, il sassofonista jazz Roy Hargrove, persino Ian Anderson dei Jethro Tull con il suo inseparabile flauto traverso. “Sono tutti amici, non volevamo ricorrere al solito cast di musicisti. Gente come Ian non ha neppure voluto essere pagata. Lui per me è una leggenda, ancora oggi mi ascolto con immenso piacere ‘Thick as a brick’ ”.
Da una major, su suggerimento di Neal Schon dei Journey, sono passati ad una piccola indie italiana: come è successo che sono usciti dal grande giro? “Chiedetelo a quel fucking asshole di Don Ienner, il capo della Sony in America. Con la gente della casa discografica, nel resto del mondo, andavamo d’accordo, ma…Quelli della Frontiers hanno firmato il contratto senza sentire una sola nota dell’album, per quanto ne sapevano loro poteva trattarsi di un disco di solo parlato alla maniera dei beat…Poi il titolare ci ha scritto per dirci che lo trovava fantastico. Non sapevamo neanche più cosa volesse dire, il presidente di una casa discografica che si mette al computer per farti sapere che il tuo disco gli è piaciuto, invece di chiederti ossessivamente una nuova ‘Africa’, una nuova ‘Rosanna o un fottuto videoclip. Chi se ne frega dei video, Mtv è il McDonald’s della musica e ha rovinato tutto. Mica siamo delle fighette pop, siamo dei musicisti e non ci va di fare le mossette davanti alla telecamera. Se no avremmo fatto gli attori, no?”.
Prototipo del professionista che ne ha viste e fatte di tutti i colori, Lukather non ha perso un grammo di entusiasmo per la musica. Chi gliela fa fare, per esempio, a spremere sudore in progetti collaterali come El Grupo? “Non chiamatelo progetto collaterale, per favore. Io metto lo stesso impegno in tutto quel che faccio, ancora oggi mi esercito quotidianamente allo strumento e cerco di migliorarmi continuamente. Questa band è nata per passione, non certo per far soldi; è un’occasione per cimentarmi in un genere di musica che con i Toto non ho la possibilità di suonare. E mica finisce lì, ho altri dischi in uscita e ho di nuovo collaborato con il mio amico Eddie Van Halen: al suo modo di suonare si ispira anche un pezzo di ‘Falling in between’, ‘Ain’t your world’. Lui è un idolo di mio figlio, che suona anche lui la chitarra, ama gli Zeppelin e i Def Leppard e sta incidendo il suo primo disco. Lui pure mi sprona a dare il meglio”. Non avrebbe dovuto collaborare anche con gli INXS, mr. Lukather? “Sì, avrei dovuto fare il direttore musicale del loro show televisivo, ma poi non se ne è fatto più nulla. Ho suonato con loro dal vivo, li ammiro e Jon Farriss è uno dei miei migliori amici”.
Terminato il disco, per Lukather, tanto per cambiare, sarà ora di partire in tour, stavolta con i Toto: in Europa da fine febbraio (all’Hammersmith di Londra), e a Milano il 18 marzo. “Con un grande show e una grande produzione, ci sarà di nuovo anche Tony Spinner, che ha una gran voce e questa volta probabilmente avrà anche più spazio come chitarrista. Non vedo l’ora, non mi vedo proprio a starmene a casa col culo in poltrona”. Un “workaholic della musica, per sua stessa ammissione, un tossico della chitarra cresciuto a pane, session (“anche 25 a settimana, in certi momenti”) e concerti che ogni anno trascorre centinaia di giorni lontano da casa a suonare sui palchi del mondo e che, se non lo facesse, non sarebbe più lui. “I miei figli e la mia nuova moglie”, sospira, “lo hanno capito. E fortunatamente mi accettano per quello che sono”.
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