Riecco Enya, l'onda anomala del pop

Riecco Enya, l'onda anomala del pop
Spettacolari fuochi d’artificio nei giardini del Castello di Vaux-le-Vicomte – una tradizione pluricentenaria dello splendido palazzo secentesco situato nei dintorni di Parigi, dai tempi in cui l’allora ministro delle Finanze Nicolas Fouquet vi organizzò una sontuosa festa in onore del sovrano Luigi XIV - hanno salutato come si conviene, giovedì sera (27 ottobre), il lancio mondiale del nuovo album di Enya “Amarantine” (vedi News), presente l’intero stato maggiore della Warner International, Paul-René Albertini e l’italiano Gerolamo Caccia Dominioni in testa. Grandeur d'altri tempi, ingiustificata in epoca di cinghie tirate e di crisi nera del mercato? Dipende dalle aspettative e dalle analisi costi/benefici, e se il disco nuovo manterrà la velocità di crociera dei precedenti (13 milioni di copie per “A day without rain” del 2000: che ha venduto bene anche in Italia, 250 mila copie) anche questa presentazione in pompa magna avrà avuto la sua ragion d’essere. Anche perché per la Warner, questo è chiaro, Enya rappresenta un titolo sicuro in portafoglio, forse più di Madonna e dei Green Day.
La cantante irlandese, minuta e gentile, e i suoi fedelissimi, l’autrice di testi Roma Ryan e il di lei marito Nicky (“mago dei suoni” a cui si deve molto del successo dei suoi dischi), vivono a distanze siderali dal resto del music business, e forse proprio in questo risiede il segreto del loro immarcescibile successo. Se ne stanno reclusi per anni interi (due, stavolta) nel loro maniero irlandese con studio di registrazione digitale annesso a crear dischi destinati, loro sì, a fare il giro del mondo. Hanno reciso da tempo i legami con la musica tradizionale della loro terra (l’antica esperienza con i Clannad è come cancellata dalla memoria) e tanto meno si riconoscono nella new age contemporanea a cui vengono spesso accostati (“Vendiamo molto di più”, fanno notare con malcelato orgoglio). Non manifestano la minima tentazione di fuga da un sodalizio che dura ininterrotto da vent’anni (“discutiamo e abbiamo opinioni differenti, come tutti gli esseri umani, ma proprio dal confronto nascono le idee e le soluzioni migliori”). Non riconoscono affinità elettive con alcun collega, anche se Enya dice di amare la musica classica e di aver ascoltato i Beatles in tenera età mentre Nicky manifesta profonda ammirazione per le messe cantate di Berlioz. E non hanno mai affrontato un pubblico vero, in concerto, da quando si sono messi a lavorare insieme: anche se, spiega ancora il signor Ryan, “sono state le circostanze a volerlo. Dopo ‘Watermark’, nel 1988, eravamo pronti ad andare on the road come si usa in questi casi, ma il disco ebbe così tanto successo che la casa discografica ci spinse subito ad andare in studio per darvi un seguito. Ci abbiamo fatto un altro pensierino, alle esibizioni dal vivo, dopo ‘A day without rain’, ma poi siamo dovuti volare in Nuova Zelanda sul set de ‘Il signore degli Anelli’ e anche quell’occasione è sfumata. Sarebbe bello, ma ci sono grosse difficoltà logistiche da risolvere. Certo non ci interessa mettere sul palco una band di quattro musicisti come ci aveva suggerito tempo fa l’ex capo della Warner. Vorremmo un coro e un’orchestra, la voce di Enya completamente circondata dalla musica”.
L’ascolto in anteprima del disco, che esce in Italia il 18 novembre, conferma l’apparente immutabilità della loro griffe sonora, a dispetto delle innovazioni in termini di linguaggio: niente testi in gaelico, stavolta; piuttosto, a rafforzare l’internazionalità del progetto, un brano cantato in giapponese sulla traccia di un haiku del poeta nipponico Basho e tre in una lingua inventata dalla lunare e timidissima Roma e da lei battezzata Loxian, diretta discendente dell’ “elfico” concepito per la title track de ‘Il signore degli Anelli: La compagnia dell’Anello” e magari imparentato anche con le invenzioni fonetiche dei Sigur Ros. “Servono”, spiega Enya, “a creare il contrappunto più adatto alle melodie che io improvviso al pianoforte e che stanno alla base di tutto il processo di scrittura”. “Ma anche a sfruttare timbri e inflessioni inedite nella sua voce che abbiamo sempre trattato alla stregua di uno strumento musicale”, aggiunge Nicky. “Anche il termine ‘Amarantine’ nasce da lì: identifica un tipo di fiore che non appassisce mai e ci è sembrata una metafora azzeccata per una canzone d’amore che esprime un sentimento sempiterno. E poi è anche una parola con un bel ritmo”. A chi li accusa di ripetitività rispondono ineffabili che “anche il rock&roll, in fondo, è sempre uguale a se stesso”. Sembrano starsene rintanati in un iperuranio intangibile dal mondo circostante, e invece hanno messo in piedi una implacabile fabbrica di successi che li sottopone gioco forza ad aspettative e pressioni non indifferenti: bravi loro ad aver trovato il modo di conviverci cogliendone i benefici senza star troppo a dannarsi l’anima. Estranei a un mondo votato al marketing, al glamour e all’immagine (unica concessione lo sfarzo della presentazione e l’abito rosso fiammante sfoggiato da Enya in tema con le tonalità della copertina del disco), puntano tutto sulla suggestione della musica: una musica senza identità e provenienza geografica apparente, che con intuito e furbizia mescola Irlanda ed Estremo Oriente, folklore locale e world, leggende celtiche e science fiction scombinando ogni possibile parametro e punto di riferimento (“e infatti”, osservano divertiti, “nei negozi nessuno sa mai bene in che scaffali mettere i nostri dischi”). Come “Il signore degli Anelli”, per l’appunto, interpretano bene quel desiderio di fuga dalla realtà, quella voglia di recuperare l’elemento magico della vita che caratterizza quest’epoca di stress, brutture e frenesie. La sensazione è che, come i suoi predecessori, “Amarantine” farà il suo dovere e si insinuerà ovunque: negli spot pubblicitari e nei documentari televisivi, nelle sale d’aspetto degli aeroporti e nei corridoi dei supermercati. Ecco la vera musica per ambienti dei nostri tempi: anche se le provocazioni e le sottigliezze intellettuali di Brian Eno, qui, non c’entrano niente.
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