'Tutti qui': Baglioni rimette insieme trentotto anni di canzoni

'Tutti qui': Baglioni rimette insieme trentotto anni di canzoni
Anche le fusioni aziendali, alla fin fine, possono avere i loro risvolti positivi. Prendiamo le major discografiche Sony e BMG, per esempio: depositarie, con gli antichi marchi CBS e RCA, dell’intero catalogo di Claudio Baglioni, stanno per dare alle stampe (l’uscita è fissata per venerdì 4 novembre) “Tutti qui”, prima “collezione” retrospettiva completa dedicata al cantautore romano, addirittura su triplo Cd (a prezzo consigliato di 29,90 euro) con quasi tutti i classici, qualche rarità ad uso e consumo di fan e collezionisti e l’inevitabile pezzo inedito da dare in pasto alle radio per promuovere l’intero progetto (si intitola come il disco, vedi News). “E’ stato un avvenimento imprevedibile, in effetti, a rendere possibile questa operazione ”, racconta Baglioni al telefono; “il mio contratto con la CBS/Sony mi dava la facoltà di vietare qualsiasi antologia, diritto che fino ad oggi ho sempre esercitato. Non mi andava che sul mercato circolassero tante raccolte diverse, e tutte incomplete”.
Questa invece ripercorre cronologicamente quasi 40 anni di carriera, spalmati su 44 titoli scelti personalmente dall’autore. “Ho voluto raccontare una storia, la successione cronologica dà l’idea di un cammino in cui le canzoni fanno da contachilometri, da pietre miliari. E’ come affacciarsi alla finestra e osservare un panorama dall’alto, o rivedere in sequenza determinati momenti della propria vita. Per questo ho selezionato i brani più popolari, quelli più eseguiti in pubblico e più cantati”. Non necessariamente i suoi preferiti, dunque. “Non è stato facile pescare da un repertorio di 160 brani… Avessi scelto in base al mio gusto personale, la scaletta probabilmente sarebbe stata diversa al 60 %. Ma qui entra in gioco il gusto un po’ aristocratico del compositore, quel vezzo di difendere sempre le opere passate inosservate. ‘Notte di note’, che ha aperto diversi miei concerti in passato, è una di quelle canzoni che avrebbero potuto esserci e non ci sono. E poi ‘Le ragazze dell’Est’, ‘Le vie dei colori’, ma anche pezzi più antichi come ‘Do re mi fa sol’. Tutto non si poteva includere, sarebbe diventata l’enciclopedia britannica”.
Le tre “rarità” stanno in apertura. La prima, “Annabel Lee”, vede un Baglioni sedicenne cimentarsi nel 1967 in un provino per la RCA, oggi recuperato dalla “lacca” originale. “Quel pezzo”, ricorda Claudio, “era ispirato a una poesia di Edgar Allan Poe. Così giovane cercavo già di darmi un tono un po’ dark… Comincia come una classica canzone cantautorale anni ‘60, alla Sergio Endrigo, e poi all’improvviso irrompe quella specie di raptus teatralizzato, come in un musical in miniatura. L’ho voluta inserire per ricordare che non è cominciato tutto con ‘Signora Lia', l’ho immaginata un po’ come quegli apripista senza numero che aprono le gare di sci. Era anni che volevo riproporla, avevo in mano una lacca di seconda generazione e poi ne abbiamo trovata una in condizioni migliori”. La seconda è un provino, tardo ’68, de “La suggestione”, canzone che con il titolo di “Bonjour la France” divenne un hit milionario oltralpe per l’interpretazione di Rita Pavone. “Scrivere per altri”, dice Baglioni, “non è mai stato il mio forte. Ma in quel momento dovevo ancora incidere le mie prime canzoni, sbarcavo il lunario senza grandi risultati. Avevo già un contratto con la RCA in tasca, facevo il turnista, suonavo la chitarra in studio, e tra i giovani autori ero uno di quelli che aveva più voce. Così cominciai a mandare provini in giro, sperando che qualche interprete si decidesse a inciderli. Mi venne fuori questo pezzo, molto semplice e molto diverso dai miei altri del periodo che erano molto più inclinati sul versante ermetico-esistenzialista. La Pavone, che in quel momento era l’artista più popolare d’Italia insieme a Morandi, la propose ai francesi con un testo molto accattivante che solleticava il loro sciovinismo. Quando andai a trovarla a Parigi mi accorsi che la gente la fischiettava in metropolitana”. Ancora più sorprendente è “Ci fosse lei”, beat sinfonico dagli accenti western (!) che nel ritornello contiene i germi del superclassico “Questo piccolo grande amore”… “C’era un po’ la moda del pop rock classicheggiante, a quei tempi. Hai presente ‘Eloise’ di Barry Ryan? Ci si sentiva autorizzati a creare minisuite, piccole sinfonie pop in quattro, cinque minuti. Altri tempi, oggi è tutto più omologato… Sembra che le mie canzoni di maggior successo debbano sempre avere una gestazione lunga e difficile. E’ successo anche con ‘Mille giorni di te e di me’, ci ho messo sei o sette anni a completarla”. Ebbe subito l’impressione, Baglioni, di aver centrato il bersaglio con il suo piccolo grande amore, e quella maglietta fina entrata nell’immaginario collettivo di più generazioni? “La suonavo alla chitarra in camera mia e avevo l’impressione di una freschezza speciale, di un racconto musicale che scorreva fluido. Avevo già inciso tutte le parti strumentali dell’album omonimo, un disco che anche a riascoltarlo oggi suona molto complesso, e poi me ne ero partito per concerti nell’Est europeo, in Polonia e in Cecoslovacchia dove ero diventato un piccolo divo e cominciavo a guadagnare soldi. Tornato in Italia non avevo neppure voglia di finirlo, quell’Lp, convinto che anche stavolta non sarebbe successo nulla. Mi spronarono a completare il lavoro, e dopo tre settimane ero già secondo in classifica. Furono Arbore e Boncompagni a ‘Per voi giovani’ ad adottare per primi ‘Questo piccolo grande amore’ e a farne un successo”.
Fu anche una sterzata decisa, determinante, di stile: “Sentivo un gran bisogno di farmi comprendere…Qualcuno, credo fosse Fabrizio Zampa sul Messaggero, sentendomi interpretare ‘Notte di Natale’ alla Mostra Internazionale di Venezia scrisse che cantavo cose isteriche e incomprensibili. Stando all’estero avevo capito che il linguaggio doveva servire a comunicare, decisi di smetterla con la ricerca ossessiva di uno stile letterario. La maglietta fina apparteneva al linguaggio della strada, dei tram e dei marciapiedi. Chi mi aveva apprezzato fino ad allora finì per togliermi il saluto…”. Già, erano gli anni ’70 delle lotte studentesche e dell’impegno, e non erano tutte rose e fiori per il paladino degli amori adolescenziali. “Per tutti gli anni ’70, in effetti, sono stato un irregolare. Il clima era teso, ogni volta ai concerti si rischiavano legnate, minacce e contestazioni. Ma forse qualcuno mi considerava persino innocuo, in fondo era più dura per gente come De Gregori: lo ricordo distrutto, a cena, la sera dopo il famoso processo pubblico a Milano. Alla fine anch’io ho avuto la mia beatificazione da parte dell’intellighenzia: senza di quella l’ingresso nell’olimpo dei grandi artisti ti è precluso…”.
Con “Solo” (1977) e il di poco successivo passaggio dalla RCA alla CBS si avverte un altro cambio di passo, di intenzioni, di atmosfere. “Concordo. Ci sono album più importanti di altri, e ‘Solo’ è uno di quelli. Anche se il taglio netto col passato arrivò con ‘Strada facendo’: lì la musica diventava più asciutta, il linguaggio più consapevole. Nella carriera di tutti esistono dischi vagone e dischi locomotiva. A quest’ultima categoria, secondo me, appartiene anche un disco come ‘Oltre’. L’album più disorientante per tutti, anche per me. Uscì otto mesi dopo il previsto, accompagnato da una campagna marketing dissennata. Rischiai la faccia e la dignità, ma volevo completarlo alle mie condizioni. Lo feci contro tutto e contro tutti: mi è servito per dare una spallata ad un muro di convenzioni, è il disco che mi ha insegnato ad avere coraggio e a mettermi in gioco. Pur con tutti i suoi difetti, le ossessioni e gli eccessi. Era anche un momento difficile della mia esistenza, in quel periodo vita privata e professionale si sovrapponevano come in un reality ante litteram”. Uno shock per i fan, comunque, una fuga brusca e volontaria dal successo e dalla popolarità accomodante, con quei testi astrusi e quelle musiche fin troppo dense. “Tutti noi cantanti”, ammette Baglioni, “attraversiamo un periodo in cui cominciamo a detestare l’idea della popolarità, chiudendoci in noi stessi e diventando un po’ antipatici. Ci sono cascato anch’io, in questa trappola, più o meno tra la fine degli anni ’80 e gli inizi dei ’90. Allora mi convinsi che non fosse più il caso di consumare un rapporto così ravvicinato con il pubblico, mi stavo quasi convincendo a seguire le orme di Greta Garbo, di Mina e di Battisti. Poi, complice l’incidente d’auto che mi ha dato una sveglia, ho ricominciato a prendere le cose con più leggerezza, a rendermi conto nuovamente del privilegio che hai quando negli occhi e nei gesti della gente leggi la soddisfazione dello stare insieme. A quel punto ho ricominciato a moltiplicare le mie presenze in pubblico, soprattutto nei concerti che sono il più grande regalo che possa capitare a chi ha la fortuna di fare il mio mestiere”. Non solo. Gli anni ’90, per Baglioni, non sono solo anni di dischi e di tournée ma anche di tv al fianco di Fabio Fazio: quanto basta a stravolgerne un’immagine consolidata di cantautore serioso e un po’ ingessato. “Porta Portese” e "W l’Inghilterra”, altre selezioni di “Tutti qui”, servono anche a ricordare che un certo tono scanzonato, in fondo, gli apparteneva anche prima. “Certo, sul mio primo disco c’erano canzoni sceme come ‘Mia cara Esmeralda’ o ‘Quando tu mi baci’ che prendevano in giro la musica da piano bar. Ma sono stato etichettato come il cantante sentimentale per eccellenza, quello che, almeno per tutti gli anni ’70, scriveva gli hit dell’estate: e va bene così, per carità. La tv? Prima di andarci con Fazio ci apparivo una volta ogni tre anni, la mia immagine era così indefinita che dopo essermi tagliato i capelli potevo andare in giro senza che nessuno mi riconoscesse. In tv in genere si dà il peggio di se stessi, ma nel momento in cui ho potuto andarci senza dover fare per forza il piazzista di me stesso l’ho vissuta per quello che è, come il più grande teatro del mondo. Ho cominciato a provare un sentimento d’affetto nei confronti della telecamera, a capire che da qualche parte c’era un pubblico vero in ascolto”. Da qui a Sanremo il passo è lungo, nonostante il fresco invito di Panariello? “Lo ringrazio molto, ma insomma… ho molto da fare e chiuso il 2005 voglio prendermi una pausa di riflessione per pensare ai miei prossimi progetti, primo tra tutti un nuovo disco di inediti. In passato mi sono difeso dal festival anche con storielle sciocche: sostenendo ad esempio di non poter tradire San Felice da Cantalice, patrono del mio primo concorso canoro quarant’anni fa in una piazza di Centocelle. Dopo ‘Anima mia’ mi avevano addirittura chiesto di andarlo a presentare, Sanremo, ma poi ci fu una mezza insurrezione dei discografici che gridavano al conflitto di interessi… Mi sembra comunque che ultimamente il festival stia cominciando a riequilibrarsi in favore della musica, dopo anni di gran commedia mediatica”. A proposito di impegni: Baglioni racconta di aver già scritto l’inno per le Olimpiadi Invernali a Torino, mentre il 7 novembre, all’Auditorium di via della Conciliazione a Roma, sarà sul palco con la Royal Philharmonic Orchestra per riproporre il suo repertorio in versione “sinfonica” (vedi News): “Io e Paolo Gianolio, che insieme a me ha curato tutte le orchestrazioni, non abbiamo voluto fare una trascrizione diretta degli arrangiamenti. Li abbiamo rivisti e in alcuni casi completamente trasformati in funzione dell’apporto dei 67 orchestrali della Philharmonic. L’idea è di partire da una matrice pop per arrivare ad una commistione classico-sinfonica. Abbiamo riadattato anche brani rock come ‘Via’ e ‘Strada facendo’ e sono molto curioso di ascoltare il risultato…E poi è per una buona causa, lo facciamo per il FAI. Sono convinto che la prossima vera rivoluzione avverrà quando ci metteremo a cercare la bellezza e l’armonia delle cose”.
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