Deep Purple fedeli a se stessi: 'Ma per favore non chiamateci classic rock'

Deep Purple fedeli a se stessi: 'Ma per favore non chiamateci classic rock'
La “appreciation society” del gruppo, titolare di un sito Internet, conferma che quella attualmente in circolazione è l’ottava incarnazione dei Deep Purple, prossimi a pubblicare, nei primi giorni di novembre, l’ennesimo album intitolato “Rapture of the deep” (vedi News). Ian Paice, Ian Gillan e Roger Glover, tre componenti della leggendaria formazione “Mark II” (quella di “Machine head”, di “Made in Japan” e di “Smoke on the water”, per intenderci) sono ancora lì, dopo i corsi e ricorsi di una storia altalenante e complicata (solo Paice non ha mai mollato il colpo). Gli ultimi due, in particolare, sono amici di antica data (“Agli inizi”, raccontano ridendo, “eravamo così poveri che avevamo un solo paio di pantaloni e di scarpe da spartirci. Il problema è sorto quando ci hanno chiamato insieme all’audizione…”) e sono loro a spiegare a Rockol che, in fondo, dai vecchi tempi non molto è cambiato. “Quando siamo arrivati noi, nel ’69, la band aveva già pubblicato tre dischi di successo in America. E nonostante le persone che vanno e vengono la struttura della band è rimasta più o meno la stessa” sostiene Gillan, l’ugola di acciaio di “Child in time” e di tanti altri classici dell’hard rock anni ’70. “Alla base dei Deep Purple c’è sempre stata una combinazione di personalità musicali differenti. Jon Lord aveva alle spalle studi di composizione orchestrale e amava l’organo jazz alla Jimmy Smith. Paice adorava lo swing e le big band e aveva come idolo Buddy Rich. Roger, tra le tante altre cose, era interessato al folk. Ritchie Blackmore era un session man già molto esperto e dotato di un’incredibile tecnica chitarristica . E io ero un fan di Elvis, di Little Richard, di Buddy Holly e di tutto il primo rock&roll. Quando abbiamo cominciato a suonare insieme lo abbiamo fatto senza alcun programma se non quello di esprimerci entro i confini di quell’ampio perimetro musicale delimitato dai nostri gusti: da lì venne fuori quel suono che aveva in sé tante componenti, la musica classica e il folk, il rock&roll e il funk, il blues con un tocco hard. Un suono con tanti intrecci e sfumature, con molta dinamica, inflessioni ritmiche differenti e anche un pizzico di humour”. Gli stessi ingredienti, qualcuno in più qualcuno in meno, che oggi il quintetto cucina in “Rapture of the deep”. Nonostante, o forse proprio grazie, alla presenza di altri musicisti. “Steve Morse è con noi da undici anni, ormai. Quando è arrivato ha portato con sé il suo amore per il jazz e per il Southern rock ma anche un senso di stabilità. Ci ha spinto a recuperare il senso etico della band, a concentrarci sulla musica e a mettere da parte ogni forma di culto della personalità. E il tastierista, Don Airey, è al secondo disco con noi. Con loro e con i roadies oggi formiamo una specie di famiglia, e ci piace andare in giro per il mondo a suonare. In ogni città abbiamo amici tra i promoter, i discografici, i giornalisti. E Internet ci consente di tenerci in contatto con le famiglie e di badare ai nostri affari anche quando siamo lontani da casa”.
Blackmore e Lord fanno parte del passato, anche se il commiato dai due è stato di tono ben diverso. “Lo spirito di Jon”, è ancora Gillan a parlare, “se ne era andato dalla band molto prima del suo corpo. Con Ritchie, inutile nasconderlo, ho avuto i miei problemi. Ora che non è più nei dintorni la qualità della mia vita è migliorata”. “Un musicista fantastico, mi sento onorato di aver suonato con lui”, aggiunge Glover. “Ho imparato tanto al suo fianco, ma oggi sono felice di non far parte della stessa band”. Il messaggio è chiaro: i Deep Purple Mark VIII restano fedeli alla linea ma sono un’altra cosa. E non chiamateli “classic rock”, per favore. Ci scherzano sopra, su questa etichetta, ma fino a un certo punto. Tanto che all’argomento hanno pure dedicato una canzone, “Mtv”, inclusa solo nelle copie europee del nuovo Cd (“decisione della casa discografica che noi non condividiamo”, precisano. “Un disco è un disco, punto e basta. Che senso hanno le bonus track?”). “Da quando ci andammo la prima volta negli anni ’70, le cose negli Stati Uniti sono molto cambiate”, spiega la coppia. “Allora le radio erano davvero libere e i dj trasmettevano tutto quel che volevano, anche album interi. Accendevi la radio in macchina e venivi avvolto da quel suono caldo e potente… Oggi che contano solo pubblicità e bilanci trimestrali tutte le emittenti americane trasmettono solo un genere circoscritto di musica. E’ un peccato che su una stazione hard rock non si possa ascoltare Stevie Wonder, o Marvin Gaye. In America i Deep Purple oggi sono etichettati come classic rock e per noi è quasi impossibile uscire da quel modulo. In tanti si meravigliano che siamo ancora in giro, e anche se abbiamo un disco nuovo nei negozi continuano a trasmettere ‘Smoke on the water’, ‘Hush’ o ‘Woman from Tokyo’. E’ frustrante e il risultato è che lì il nostro pubblico tende ad invecchiare, mentre nel resto del mondo abbiamo un sacco di fan giovani. Ci è capitato di fare concerti davanti a un pubblico di soli teen ager, in Europa, in Asia e in Sud America”. “In un certo senso”, riflette Gillan, “siamo sempre stati una band underground. Ed è a questo che si deve il nostro successo: una parte del pubblico, anche quello più giovane, va alla ricerca di una musica diversa da quella imposta da Mtv, dalle radio o dalle grandi case discografiche. Qualcuno ha detto che, per chi guida, lo stato di sonnolenza indotto dalle radio classic rock è più pericoloso dell’ubriachezza. E’ solo una battuta, ma rende bene l’idea. La canzone parla proprio di quello”. Anche la riproposizione in concerto dell’intero “Machine head”, qualche anno fa, è stato un modo di prendersi gioco delle etichette e delle aspettative dei media, sostengono i due: “Abbiamo semplicemente rimpacchettato il tutto. In tanti ci hanno dedicato articoli e titoli di giornali senza rendersi conto che tutte quelle canzoni, meno una, non erano mai uscite dalla scaletta dei nostri concerti!”.
Nel complesso (e “Mtv” non fa eccezione), “Rapture of the deep” è un disco tosto e in linea con la storia della band: tanti riff, pochissime ballate. “Probabilmente il motivo è che eravamo reduci da diciotto mesi on the road. Ci sentivamo ben rodati e non vedevamo l’ora di metterci a scrivere canzoni nuove”, sostiene Glover. “I riff, e l’improvvisazione, sono sempre stati un aspetto importante della musica dei Deep Purple. In un certo senso siamo sempre stati una jam band e per questo mi trovo in sintonia con quanto sta succedendo in America da cinque, dieci anni” (il bassista ha suonato in studio e dal vivo con una delle band di punta della scena jam americana, i Gov’t Mule di Warren Haynes). “Qualche tempo fa”, racconta, “sono andato a vedere i Widespread Panic in un’università a San Francisco. Sono rimasto sorpreso nel vedere 20 mila persone impazzire di fronte a questo gruppo di persone che arriva sul palco ciondolando, fumando sigarette e indossando la prima cosa che gli è capitata sotto mano. Non sono tanto le canzoni a colpire, ma la scioltezza con cui suonano. Noi abbiamo cominciato nello stesso modo: tutte le nostre canzoni nascono da improvvisazioni, anche se probabilmente sono più strutturate di quelle di una jam band”.
A ricordare che “Rapture of the deep” è un disco d’oggi e non dei ’70 provvedono invece altri indizi: aromi mediorientali nella title track (“Non è una scelta consapevole. Ma viaggiamo molto, e assorbiamo naturalmente influenze diverse”) e temi cruciali di questa epoca, come l’intolleranza religiosa affrontata nel brano conclusivo “Before time began”. “E’ più una canzone spirituale che politica”, spiega Gillan lanciandosi in una lunga e appassionata dissertazione. “Parla di chi ogni giorno uccide fratelli e sorelle nel nome di questo o quel dio. So bene cosa vuol dire, essendo cresciuto in Inghilterra nel bel mezzo del conflitto nordirlandese. E’ sempre successo: anche tra cristiani, non importa se in nome del papa, di Enrico VIII o dell’ordine d’Orange. Così come oggi accade in Iraq tra sciiti e sunniti.. Sono sempre i leader politici e i generali a mandare i soldati a morire in battaglia con la promessa che Dio è dalla loro parte. Eppure Dio è uno solo, per quanti ministri del culto e preti e chiese e cappelle e cattedrali ci siano. Dagli albori del mondo abbiamo avuto un capo tribù, un patriarca, un presidente, un primo ministro o un dittatore pronto a provvedere ai nostri bisogni fisici mentre maghi, stregoni e uomini di religione badavano a quelli spirituali. Lo stesso fanno oggi i rabbini, i preti cattolici e i capi religiosi musulmani. Ma è una cosa estremamente pericolosa: nessuno sa esattamente che cosa sia lo spirito o l’anima umana, nessuno l’ha mai trovata sezionando un cervello. So cosa sia il senso di rapimento e di esaltazione spirituale che si prova uscendo da una chiesa con la voglia di cantare le lodi del Signore, l’ho provato anch’io quand’ero un ragazzo… Dentro tutti noi c’è una forte pulsione spirituale ma credo sia arrivato il momento di usare il nostro intelletto per dirigerla e controllarla. Dobbiamo cominciare almeno a discuterne apertamente, sforzarci di trovare un punto di convergenza”. E pensare che nei '70 l'hard rock era tacciato di disimpegno...
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!
Scheda artista Tour&Concerti Testi

© 2019 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini fotografiche rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, quindi, libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.