Comunicato Stampa: I Premio Tenco 2005, John Cale, Khaled e Fernanda Pivano

Comunicato Stampa: I Premio Tenco 2005, John Cale, Khaled e Fernanda Pivano
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I PREMI TENCO 2005: JOHN CALE, KHALED, FERNANDA PIVANO

Com’è nella linea del Club Tenco, già intuita da Amilcare Rambaldi (“assente” giusto da dieci anni ma sempre presente nel cuore di chi ama la canzone d’autore), anche quest’anno i premi alla carriera destinati a grandi cantautori di livello mondiale sono stati individuati lungo due direttive: il grande mondo occidentale del rock e quel “resto del mondo” che sono le etnie minoritarie, impersonati rispettivamente da John Cale e da Khaled. Mentre il Premio Tenco all’operatore culturale è andato a una vecchia cara conoscenza del Club: Fernanda Pivano.

John Cale, che all’Ariston di Sanremo si esibirà venerdì 21 per la 30ª Rassegna della canzone d’autore, è nell’immaginario di tutti il fondatore dei Velvet Underground con Lou Reed e Sterling Morrison, ma per la storia della musica non è stato solo questo. Oggi sessantaquattrenne, gallese, diplomato in viola, John emigrò da ragazzo negli States frequentando subito le avanguardie newyorkesi e le influenze più disparate, da John Cage alla musica indiana. I Velvet nacquero nel ’65 e fecero solo due dischi, sufficienti a proiettarli nella leggenda del rock. Uno dei due è quello con la famosa copertina di Andy Warhol con la banana sbucciata. Le troppo spiccate personalità dei tre musicisti spaccarono il gruppo, e John Cale proseguì da solo una strada comunque ricchissima, tra pop, ambient, punk, new wave e canzone classica. Collabora con Brian Eno e con Phil Manzanera, arrangia o produce gente cone Nico, gli Stooges, il primo album di Patti Smith “Horses”. Dà una veste orchestrale ai versi di Dylan Thomas, scrive musica per film d’essai e per un balletto ispirato a Nico, l’amica scomparsa, e alla morte di Andy Warhol gli dedica un’operina insieme al ritrovato Lou Reed, tanto da ridar vita ai Velvet sia pure solo per un tour. È tornato alla forma-canzone in questi ultimi anni con una bellissima trilogia di album: “What’s Welsh For Zen”, “Hobo Sapiens” e “Black Acetate”, uscito in questi giorni.

Khaled, in programma al “Tenco” nella serata di sabato 22, ha abbandonato da tempo il nomignolo Cheb, cioè «ragazzo», che tutti i giovani artisti algerini usano premettere al proprio cognome e col quale anche lui si era reso famoso in tutto il mondo. La sua musica è il raï, una musica un po' araba e un po' africana che negli anni Venti nasce nei quartieri popolari della città portuale di Orano; Khaled cresce in questa musica di strada ma amando fin da bambino anche Elvis Presley, i Beatles o James Brown, e negli anni Ottanta innova il raï con elementi cosmopoliti, sia americani che europei: il funk, il reggae, la salsa, il rap, la dance, la tecnologia elettronica. Proprio questo mélange spregiudicato, proprio quest’apertura mentale intrisa di libertà e di tolleranza, nonché il gusto di cantare il piacere di vivere, la gioia, l'amore, il sesso, il vino irritano l'estremismo islamico che terrorizzava il suo Paese, costringendolo per una dozzina d’anni a un volontario esilio in Francia, al riparo dai terroristi algerini che per troppo tempo hanno ammazzato artisti e intellettuali, colpevoli solo di voler aprire il proprio cervello ad una libertà mentale priva di pregiudizi. Finalmente, nel 2000, Khaled riappare pubblicamente ad Algeri, dove si esibisce davanti a diecimila connazionali, come riconosciuto portatore di un messaggio civile e culturale di pace. I suoi innumerevoli dischi contano collaborazioni e influenze di vario genere, dal progressive britannico di Steve Hillage alle sperimentazioni di Philippe Eidel e Don Was, dal jazzista africano nomade Safy Boutella ad artisti di origine israeliana come Noa o il coautore Jean-Jacques Goldman. L’ultimo recentissimo album, “Ya-Rayi”, cantato interamente in arabo, non è stato ancora distribuito in Italia.

Fernanda Pivano è una delle strutture portanti della cultura moderna in Italia, e ha spesso pagato sulla propria pelle le sue scelte anticonformistiche e “on the road”. È di dominio pubblico la sua meritoria opera di divulgazione della Beat Generation e in genere della letteratura americana, compresa quell’“Antologia di Spoon River” che poi osservò trasformarsi in musica a fianco a fianco con Fabrizio De André. In particolare la musica e la canzone d’autore, infatti, fanno parte del suo dna. Già insegnante di Conservatorio e pianista, al “Tenco” cominciò a portare il suo prezioso contributo intellettuale fin dal convegno del 1975, per poi rimanerne un’assidua frequentatrice. Il suo interesse verso i cantautori viene ora finalmente documentato in maniera organica con una raccolta di saggi, curata da Sergio Secondiano Sacchi e Stefano Senardi, che proprio al Tenco 2005 viene presentata durante l’incontro con la scrittrice, alle ore 16.30 di sabato 22, all’Ariston Roof. Nel libro Fernanda parla di o con artisti quali Bob Dylan e Jim Morrison, David Bowie e Bruce Springsteen, Premi Tenco come Laurie Anderson, Patti Smith e Tom Waits, ma anche italiani come De André, Guccini, Ciampi, Vasco Rossi, Ligabue, Jovanotti, Capossela. Nell’occasione, Domenico Procacci di Fandango presenterà il film-documentario che Luca Facchini ha girato su di lei, dal titolo “A Farewell to Beat”.
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