Torna Ricky Martin: 'Mai più schiavo del tempo e della fretta'

Torna Ricky Martin: 'Mai più schiavo del tempo e della fretta'
Il silenzio è d'oro, parola di Ricky Martin. Dodici anni sulla giostra, a vivere la vida loca e scuotere il bon bon, poi il ragazzo meraviglia del pop latino decide di tirare il freno a mano e riappropriarsi del tempo che gli scappa dalle mani. I motivi li racconta lui stesso, alla vigilia dell'uscita del nuovo album - in inglese - "Life" (nei negozi dal 10 ottobre, anche in versione DualDisc con videoclip, foto e backstage). "Dopo tanti anni a rotta di collo e senza fermarsi mai avevo bisogno di rallentare. Me ne sono tornato a casa a riflettere, e i tre anni sabbatici che mi sono preso sono stati tra i più belli e affascinanti della mia vita. Ho imparato molto dal silenzio, starmene per conto mio mi ha aiutato a rientrare in contatto con le cose semplici della vita e con le mie emozioni più profonde. Ho anche avuto la possibilità di viaggiare senza meta, di assaporare l'atmosfera delle città del mondo, di incontrare le persone più diverse imparando ad apprezzare culture diverse dalle mie e a rifiutare gli stereotipi. Mi è tornata piano piano la voglia di scrivere prendendo strade che non avevo mai percorso prima, ho conosciuto e lavorato con tanti giovani talenti (una schiera di produttori che include i sempre quotatissimi Matrix, un drappello di ospiti tra cui spiccano il Daddy Yankee de 'La gasolina' e la coppia Fat Joe & Amerie, coprotagonisti del singolo "I don't care") prendendo molto più rischi che in passato". Già, il passato: "Non rinnego niente, ci mancherebbe. Ma ora so che il tempo può essere una trappola e che in futuro non mi farò mai più guidare dalla fretta e dall'affanno. Sono nato in una famiglia che mi ha sempre spinto ad essere il migliore, non importa che facessi lo spazzino o il musicista. E ho vissuto i miei primi dieci anni nel mondo dello spettacolo con l'ossessione di essere sempre il numero uno, di sfidare continuamente me stesso e gli altri, di vendere sempre più dischi e più biglietti dei concerti dei miei colleghi. Come se non ci fosse un domani...". Ci ha rischiato la salute, come tanti altri? "No, non sono caduto in depressione e non ho nemmeno avuto un esaurimento nervoso come ha scritto qualcuno. Forse perché ho avuto la fortuna di avere intorno persone che mi hanno dato i consigli giusti, amici che mi hanno ammonito sui pericoli della situazione. Penso a gente come Elvis e Jim Morrison, giganti dello spettacolo che hanno vissuto ossessionati dalla sensazione di aver perduto il controllo: erano abituati a vivere sempre al massimo, quando hanno cominciato a declinare hanno provato a tornare in alto con tutti i mezzi artificiali possibili. E sappiamo com'è andata finire. Io ho sentito il bisogno di fermarmi, di fare tabula rasa e di ricominciare da zero. E' un processo cominciato con 'Alma del silencio', la raccolta di canzoni in lingua spagnola che ho voluto incidere interrompendo il lavoro su 'Life' per tornare alle mie radici. Su quel disco ho cominciato il lavoro di riscoperta dei suoni etnici che sta alla base del nuovo album. E' stato bellissimo, stavolta, perdersi totalmente nel processo creativo, è una cosa che non avevo mai fatto prima".
Il risultato è, a tratti, sorprendente: rock, suoni etnici, atmosfere mediorientali, ritmi brasiliani e sezioni d'archi che profumano d'India e di Bengala ("anche se in gran parte sono state registrate al Cairo", precisa Ricky) convivono con la pop dance, l'hip hop e il reggaeton oggi tanto di moda. Ma dov'è finita l'anima latina di Martin? "C'è ancora, eccome. L'America Latina è un grande continente ricco di cultura, anche musicale. Sono i politici che mettono barriere, il compito di noi musicisti è cercare di abbatterle. Autolimitarsi sarebbe come alimentare gli stereotipi e i razzismi: come dire che tutti gli arabi sono terroristi o che tutti noi latini siamo narcotrafficanti.... Gente come Manu Chao o gli Orishas mescola stili e fa l'hip hop da molto prima che diventasse una moda: sono musicisti che ammiro molto, spero prima o poi di avere l'occasione di fare qualcosa con loro". I viaggi per il mondo hanno portato Ricky a contatto anche con un'altra realtà, assai più dolorosa e miserabile: lo sfruttamento sessuale di cui sono vittima sempre più frequente bambini e adolescenti, e alla cui lotta Martin ha dedicato le attività di una fondazione. "Quando vieni a contatto con storie così terribili la prima reazione è di prendere il mondo a cazzotti. Poi cerchi di trasformare la rabbia e la frustrazione in un atteggiamento positivo, anche perché incontri gente che si dà da fare e che ti invita a usare il tuo potere sui media per rendere pubblica questa terribile situazione. Alla fondazione ho deciso di destinare un dollaro sui prezzi dei biglietti di ogni mio prossimo concerto (il tour parte da Città del Messico il 15 novembre, per toccare successivamente America Latina, Stati Uniti, Europa - in Italia a primavera 2006 , probabilmente - e Asia: "Pausa in estate", aggiunge Ricky, "per un meritato riposo e per seguire la Coppa del Mondo di calcio in tv")". "Sapete che il traffico dei bambini frutta un giro d'affari di 20 miliardi di euro all'anno?", continua. "Meno che le armi e la droga, per ora, ma è l'industria criminale che cresce più velocemente. E non possiamo neanche consolarci pensando che certe cose succedano solo lontano da noi. Sul mio sito aggiorno continuamente la situazione paese per paese, e la realtà è peggiore di quel che si possa immaginare. A parte questo, però, la vita è bella..."
Carico di rinnovato ottimismo ma deciso a seguire il suo nuovo credo di vita, anche nell'allestimento dei prossimi show dal vivo Martin intende tornare al passato: "Piccoli posti, da 2-3 mila persone, per recuperare una dimensione di intimità con il pubblico. Ma l'atmosfera di grande eccitazione degli stadi e delle arene mi piace sempre, tornerò anche al FilaForum prima o poi...". Intanto ha già le idee chiare su cosa vuole fare in futuro, musicalmente parlando. "Proseguirò nell'esplorazione dei suoni etnici, vorrei poter fare da ponte tra culture differenti. Voglio approfondire il discorso, collaborare con musicisti disposti come me a seguire strade nuove e provare soluzioni inedite". Come fa Peter Gabriel? "Oh no, lui no. Lui è di un'altra categoria".
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