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NEWS   |   Pop/Rock / 11/10/2005

Funk, soul e 'vintage', con la benedizione di Paul Weller: tornano i Players

Funk, soul e 'vintage', con la benedizione di Paul Weller: tornano i Players
Difficile perdersi di vista, se si condividono certi gusti e certe amicizie. Prendiamo Mick Talbot, Steve White e Damon Minchella, tutti e tre in qualche modo e in momenti diversi legati al “giro” di Paul Weller. I primi due, come molti rammenteranno, suonavano negli anni ’80 negli Style Council; mentre lo stesso White e Minchella, già negli Ocean Colour Scene, sono oggi titolari irremovibili della formazione che accompagna il Modfather in studio e dal vivo: ma Weller c’entra poco o nulla con il gruppo soul funk, in bilico tra antiquariato vintage e modernismo da club music, che il trio ha messo in piedi da un paio d’anni a questa parte, The Players. “Io e Paul ci vediamo ancora di tanto in tanto, ma non è grazie a lui che noi tre ci siamo conosciuti” precisa al telefono Talbot, virtuoso strumentista che dopo lo scioglimento del gruppo di “Cafè blue” e di “Our favourite shop” ha continuato a pestar tasti di pianoforte e d’organo Hammond nei club inglesi e d’Europa, alla corte di Galliano e di altre band votate al groove e all’acid jazz. “Conosco Steve (White) da quando era giovanissimo, ai tempi io suonavo in una band chiamata Bureau. E’ allora che ci siamo incontrati, più o meno due anni prima della nascita degli Style Council. Siamo sempre stati amici e ancora oggi abitiamo nella stessa zona di Londra,, a meno di un miglio di distanza. Damon, invece, l’ho conosciuto suonando con gli Ocean Colour Scene alla fine degli anni ’90. Li ho accompagnati dal vivo e anche in studio, ai tempi della collaborazione con la cantante soul inglese PP Arnold”. D’accordo: ma l’ombra di Weller è sempre lì, soprattutto oggi che il secondo album dei Players “From the six corners” (etichetta Sanctuary, nei negozi da lunedì 3 ottobre) esce sul mercato quasi in contemporanea con il nuovo disco dell’ex Jam. Come fanno, White e Minchella, a sdoppiarsi senza sacrificare le ambizioni della loro band parallela? “Diciamo che lavoriamo su due piani diversi”, risponde Mick. “Paul incide per una grossa etichetta mentre il nostro in fin dei conti è un gruppo di culto. Cerchiamo di far combaciare gli impegni di tutti, sfruttando i buchi che restano nell’agenda di ciascuno. Finora non ci sono stati problemi…e comunque i nostri primi impegni dal vivo arrivano a dicembre, con sei o sette date in programma in Inghilterra”.
Sarà il banco di prova per il sestetto che ha inciso “From the six corners”, rinforzato dalla voce soul della giovane (e bianca) Kelly Dickson e dai poliedrici talenti dei fratelli Ken e Carl Papenfus, cuore pulsante del gruppo irlandese Relish. Si possono considerare ormai membri stabili della band? “No”, chiarisce Talbot, “anche se il loro contributo a questo disco è stato fondamentale il nucleo della band siamo sempre noi tre: Steve, Damon e io. Detto questo, i pezzi del disco a cui hanno collaborato portano la loro firma inconfondibile e il loro coinvolgimento nel gruppo è venuto naturale. E’ stato Steve a scoprire le qualità di Kelly, una sera in un club di Leeds durante il tour di promozione del nostro primo album. Stavamo facendo il soundcheck, e intanto c’era un’altra band che suonava al piano superiore. Lui è andato a dare un’occhiata e quando è tornato giù ci ha parlato molto bene di questa ragazza. Se la cava molto bene con il repertorio funk, un po’ nello stile di Lyn Collins o delle altre grandi vocalist che un tempo cantavano nella band di James Brown. Ce ne siamo ricordati quando è stato ora di registrare ‘From the six corners’. Il titolo del disco, suggerito da Damon, si riferisce anche a questo: al fatto che l’album è l’espressione di sei personalità differenti. Di solito si parla dei quattro angoli del mondo, ma mi piace pensare alla figura geometrica dell’esagono contrapposta a quella del quadrato, un termine che serve anche a identificare una personalità conformista. Come vedi, la scelta del titolo può avere anche profonde implicazioni filosofiche…”, ridacchia Talbot. “Il bello dei Players”, aggiunge, “è che ognuno porta gusti e influenze diverse e quel che ne vien fuori è un bel melting pot. Steve si è formato soprattutto sul jazz, Damon ama il funk anche nelle sue espressioni più rock e moderne alla Red Hot Chili Peppers e io apprezzo la soul music classica ma anche artisti nuovi come Jamie Lidell o i Little Barrie, un trio inglese di chitarra, basso e batteria che ogni tanto ricorda i Meters. Kelly, che canta anche in un gruppo di jazz acustico, adora il funk quanto Ella Fitzgerald, Kenny e i Relish sono molto influenzati dagli Isley Brothers e da Jimi Hendrix”. Un brano del nuovo album, “Find your way”, sfoggia in effetti un riff che richiama esplicitamente alla memoria il leggendario chitarrista di Seattle: “Quel pezzo l’abbiamo scritto tutti insieme anche se è scaturito da un riff di Damon”, conferma Talbot. “Qualcosa dell’Hendrix più funky, e di Prince, c’è anche in ‘Liberation’, un pezzo degli OutKast da cui abbiamo scartato il rap ed estratto il groove creando un’atmosfera da party che ci offre anche il pretesto per qualche assolo”. E’ una delle due cover incluse nell’album, accanto a “Little things” di Scott Walker: “In realtà l’idea originaria era di non metterne neanche una, e personalmente sono contento che la scelta sia caduta su due titoli relativamente sconosciuti. Non avrebbe avuto molto senso rifare ‘Papa’s got a brand new bag’… E’ stato Damon a voler inserire nel disco il pezzo di Scott Walker, credo che ‘Little things’ lo abbia attratto soprattutto per le parole: anche se si tratta di una canzone piuttosto vecchia, si adattano bene allo stato attuale delle cose”.
Tutto materiale adatto alla resa “live”, garantisce Talbot, che con i Players in versione sestetto ha avuto il suo battesimo del fuoco sul palco di Glastonbury. “E’ stato un concerto strano”, racconta il tastierista inglese, “anche se in tanti ci hanno detto di averlo apprezzato e molti ne hanno parlato come una delle migliori esibizioni tra quelle che hanno avuto luogo sul JazzWorld stage. Le condizioni climatiche erano terribili, abbiamo passato un sacco di tempo impantanati nel fango su una jeep e non pensavamo neanche che ce l’avremmo fatta, a raggiungere il palco. Una giornata pazzesca, dal punto di vista dei problemi tecnici. Non abbiamo potuto suonare quanto avremmo voluto ma è stato pur sempre un inizio e ha permesso, a noi e al pubblico, di cominciare ad assaggiare il potenziale della band. Ci stavamo prendendo gusto ed è stato un peccato che non avessimo altri concerti in programma, dopo. Non vediamo l’ora di poter suonare il disco dal vivo, sul palco naturalmente potremo anche improvvisare un po’ di più”. Anche se, più ancora che i “groove”, sono le interpretazioni vocali a caratterizzare il nuovo disco: “Alcuni brani sono nati subito come canzoni, altri lo sono diventate in seguito. Il primo singolo, ‘What’s your problem?’, ha avuto origine da un testo scritto da White, per esempio. E anche ‘Nobody told me’, un pezzo mio e di Steve che era nato in versione strumentale, aspettava solo di trovare le parole giuste per diventare una canzone”. “Il nostro primo disco era tutto strumentale e molto influenzato dalle colonne sonore anni ‘60 e ’70 con cui siamo cresciuti”, spiega Talbot. “Roba piuttosto funky tipo ‘Get Carter’ di Roy Budd (il cui tema principale i Players suonano spesso dal vivo e hanno inciso come lato b del succitato singolo), Isaac Hayes o Quincy Jones…Il gruppo stesso era nato perché qualcuno ci aveva chiesto di realizzare una soundtrack cinematografica. Per qualche ragione di quel film non si è saputo più niente, ma nel frattempo avevamo accumulato un bel po’ di materiale, il nostro manager ci ha convinti a farne un album e ha cominciato a prendere contatti in giro per vedere se qualcuno fosse interessato a pubblicarlo. A quell’epoca non avevamo neanche una sigla, sul disco che mandavamo in giro c’erano scritti i nostri tre nomi preceduti dalla scritta ‘players’, suonatori: tutti hanno cominciato a chiamarci così, il nome ci è piaciuto e ce lo siamo tenuto”.
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