Enrico Ruggeri, il fantasista: 'Il mio nuovo disco tra pubblico e privato'

Enrico Ruggeri, il fantasista: 'Il mio nuovo disco tra pubblico e privato'
Vita da musicisti erranti (gli inglesi li chiamano “road warriors”, guerrieri della strada), tra uno svincolo, un autogrill e un casello autostradale. Enrico Ruggeri appartiene di diritto alla categoria: non si ferma mai, neppure per l’uscita di “Amore e guerra”, il nuovo disco nei negozi da oggi, venerdì 23 settembre (vedi News). Rockol lo intercetta al telefono mentre è in viaggio verso l’ennesimo concerto. Non è ancora ora di proporre dal vivo l’album nuovo (fatta eccezione per il polemico singolo già trasmesso in radio, “L’americano medio”), ma è di quello che si parla, a cominciare dai suoi riferimenti cinematografici (“Amore e guerra” è il titolo italiano di “Love and death”, film di Woody Allen del 1975; ma in scaletta c’è anche una “Paisà” che rimanda, ovviamente, a Rossellini). Un caso? “Sarei tentato di dire di sì, ma poi mi viene in mente che ho scritto anche ‘Portiere di notte’, che pure col film della Cavani non c’entrava niente”, riflette Enrico. “Nel mio inconscio, evidentemente, il cinema lascia sempre tracce profonde”. D’altra parte, proprio d’amore e di guerra parlano molte delle canzoni del disco… “E' vero, se fossimo ancora negli anni ’70 diremmo che affrontano i temi del pubblico e del privato, le due dimensioni che da sempre mi spingono a scrivere canzoni. Una riguarda la sfera dei sentimenti, il prendersi e il lasciarsi, i rimpianti e le malinconie; l’altra tutto ciò che ci colpisce ogni volta che sfogliamo un giornale o accendiamo il televisore. Forse è più difficile da affrontare, quest’ultimo argomento, perché si corre il rischio di essere retorici e a me non piace essere sempre politicamente corretto. Provo sempre un certo fastidio quando mi accorgo che le mie idee diventano maggioranza, e anche per questo ho scritto una canzone come ‘Eroi solitari’, dedicata ai perdenti di tutte le guerre: una volta la storia la scrivevano i vincitori, oggi chi ha le telecamere in mano”.
Già, a Ruggeri non piace fare maggioranza e non si è mai accodato alla corrente dei cantautori “impegnati” e “di sinistra”. Eppure nei due pezzi appena citati ci va giù duro con la politica estera degli Stati Uniti d’America, con i suoi stili di vita e i suoi modelli culturali. “Oggi”, spiega, “va molto l’idea di una contrapposizione tra Occidente e Oriente, tra cattolicesimo e Islam. A me invece sembra che la dialettica principale sia tra chi vuole esportare nel mondo la sua visione delle cose e chi a queste imposizioni si oppone con tutte le forze. E questo vale per tutto: democrazia, cinema, musica, televisione. Viviamo una vita regolata dalla paura e dal bisogno di protezione, ci chiudiamo in casa a chiave e circondati da sistemi antifurto, usiamo codici segreti per manovrare il nostro denaro, la tv ci bombarda di notizie sulla prossima invasione delle cavallette o sugli ultimi delitti di Unabomber. Mi preoccupa più questo, questa cultura della paura che legittima le violenze internazionali, piuttosto che vedere in giro persone che indossano un velo o sapere che stanno costruendo una moschea vicino a casa mia. Poi, come molti, continuo ad amare gli americani che dissentono: Woody Allen, Bob Dylan, Kerouac, Bukowski. E Michael Moore, che in questo momento è il mio preferito”. Lo sguardo “politico” di Ruggeri, ironico e tagliente, si posa anche su “Paisà”: marcetta bandistica d’altri tempi che racconta con piglio quasi montanelliano di un’Italietta pronta a tendere la mano a chi la sfama (gli americani ai tempi della Liberazione, ancora loro): “Se ci pensi fu abbastanza anomalo, questo moto di affetto nei confronti di chi aveva appena finito di radere al suolo le nostre città. Probabilmente la stessa identica reazione che gli americani si aspettavano di trovare anche in Iraq, distribuendo chewing gum e Coca-Cola: ma quel popolo ha un’altra fierezza rispetto a noi, che abbiamo sempre avuto bisogno di padroni”.
C’è, in “Amore e guerra”, anche un pezzo esplicito sul tema dei condizionamenti televisivi (“Trash”), ma il resto è dedicato al privato: la vita di Ruggeri, lo scrive lui stesso sul suo sito Web, è cambiata molto negli ultimi mesi, tra una mamma che se n’è andata e un secondogenito arrivato da poco (vedi News). La madre scomparsa lui l’ha rivista in sogno, scrivendo di getto la canzone forse più bella e toccante della raccolta, “Quando sogno non ho età”: “Tutte le mattine mi sveglio dopo aver fatto sogni che spesso sono molto belli e articolati”, racconta. “Ed è un appuntamento quotidiano, quello con il sogno, a cui mi dispongo volentieri quando vado a dormire”. Anche “Il concerto”, un altro titolo del disco, parla di sogni, in fondo: quelli che realizzano i ragazzi quando, riunendosi ad ascoltare musica dal vivo, entrano in un’altra, appagante, dimensione. “Sotto il palco ho visto nascere amicizie, amori, perfino figli. E’ una realtà a cui guardo con affetto: soprattutto in contrapposizione a chi per divertirsi non trova di meglio che impasticcarsi in discoteca e schiantarsi contro un platano”. Oltre ai sogni, nelle nuove canzoni, ci sono l’amore e i ricordi: rispetto ai quali un uomo e cantautore di mezza età assume punti di vista e prospettive diverse. “L’amore è un motore che ci muove tutta la vita riflettendo la nostra evoluzione: a 18 anni ha senso provare ansia per ‘La prima volta’ (titolo di una canzone di ‘Amore e guerra’). Conservo uno sguardo affettuoso verso gli amori occasionali come quello che racconto in ‘Stanotte sarai mia’, ma oggi scrivo anche canzoni come ‘Perduto amore’ che parlano di progettualità, del costruire insieme qualcosa che migliora la qualità della vita. E i ricordi sono importanti, non mi piace l’atteggiamento tardo yuppie di chi dice di non guardare mai al passato, di sentirsi proiettato positivamente solo nel futuro. Noi siamo anche quel che siamo stati e saremo in futuro quel che siamo oggi: e trovo bello sfogliare di tanto in tanto il libro dei ricordi che è il nostro vero patrimonio personale. Mi identifico col personaggio de ‘Il romantico aviatore’, molto più che con ‘L’uomo dei traslochi’, un’altra canzone che parla di ricordi: il trasloco è sempre il momento di un bilancio, un punto di stacco legato a una nascita, una morte, una separazione o una nuova unione. E’ un momento che segna sempre una svolta nella vita”. Autobiografia: ce n’è, sicuramente, anche ne “Il fantasista”, pezzo già pubblicato su “Domani è un altro giorno” (1997) e qui riproposto come “bonus track” in nuova veste bossa jazz. “L’avevo dedicata a una genìa di calciatori che si è estinta con i Baggio e con gli Zola, quelli che faticavano ad adeguarsi ai rigidi schemi 4-4-2 dei Lippi e degli Ancelotti. Mi piaceva questo nuovo arrangiamento che avevamo provato una volta in concerto, la versione precedente era troppo enfatica e anni ’90. L’ho voluta riproporre perché è una canzone che mi sta a cuore, più attuale oggi che dieci anni fa e non solo nel mondo del calcio, naturalmente”. Ottimo esempio della varietà musicale di un disco che vive molto sulle chitarre di Luigi Schiavone, alternate però a fisarmoniche, mandolini, archi (arrangiati e diretti dalla compagna Andrea Mirò), trombe jazz e suoni bandistici. “E’ vero”, conferma Enrico, “in questo disco, molto più che in quelli che lo hanno preceduto, le chitarre rappresentano l’elemento portante, i muri dentro cui si sviluppano le stanze, le singole canzoni. Ma non sono scelte che si programmano a tavolino, queste: sono le canzoni a suggerire certi arrangiamenti e a volte anche le mere circostanze, la presenza in studio di un musicista invece di un altro. Il caso gioca la sua parte, ricordiamoci che Keith Richards si è messo a suonare la chitarra a 5 corde per necessità…” Ama i rapporti professionali duraturi, Ruggeri: il produttore esecutivo Silvio Crippa è con lui dal ruggente 1977, Schiavone da quasi 25 anni. “Succede quando incontri persone duttili e aperte mentalmente. Oggi in musica vige la superspecializzazione, ma a me non serve un musicista che sappia suonare solo il jazz o il rock’n’roll. Bisogna saper fare un po’ di tutto, e Luigi è così. Quanto a Crippa, se non lo avessi al mio fianco, soprattutto oggi che sono totalmente autonomo nelle scelte, il mio fegato sarebbe molto più ingrossato”. L’indipendenza dalle major non significa povertà di prodotto, comunque: di “Amore e guerra” è in commercio anche un’edizione speciale e limitata con Dvd incluso. Cosa contiene? “Due canzoni dal vivo, ‘Sweet Jane’ e “The Jean Genie’, un video collage dedicato all’America, un’intervista con me e con la band e una sezione dedicata al calcio intitolata ‘Chi è il vero fantasista’ ”. Su quest’ultima Ruggeri fa un po’ il misterioso ma il segreto è presto svelato: il fantasista è proprio lui, immortalato nelle sue prodezze per la Nazionale Cantanti.
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