Un attacco da infarto: "Heartbreaker" e "Ramble on" prendono da sole circa dieci minuti di adrenalina pura, nessuna pausa, nessuna parola di introduzione, un assolo di Jimmy Page da brivido e il pubblico in visibilio: e l'intero concerto procederà su questi binari. Così irrompono sul palco Jimmy Page (di nero vestito, leggera pancetta, le solite espressioni ineffabili, posseduto e scoordinato durante i "suoi" momenti insieme alla fedele Gibson) e Robert Plant (v. alla voce "rockstar": camiciona di seta azzurra con petto in fuori, calzoni di raso argentati e attillatissimi, stivali di pelle bianca e la chioma, sempre quella), in tour negli Stati Uniti per promuovere il loro ultimo "Walking into Clarksdale". Nessun coro egiziano, nessuno strumentista di supporto: "E' molto diverso dall'altra volta", spiegherà brevemente Plant al pubblico: "vogliamo rifare un rock and roll essenziale". Meglio così, risponde New York. Questi attempati signori della vecchia scuola, che per un paio di ragioni banali si ostinano a non farsi più chiamare Led Zeppelin, sono ancora due performer mostruosi e, una volta di più, dimostrano che per capire di che pasta è fatto un artista, bisogna vederlo dal vivo. Page è letteralmente indemoniato e, fatta eccezione per i momenti dedicati all'attualità (la nuova title track, appunto, o "Heart in your hand"), pare concentrato a incarnare l'anima dell'hard rock. Plant è addirittura incredibile, la voce è sempre capace di estensioni paurose e anche a vederlo da vicino sembra avere cancellato gli anni - diciamocelo, tra l'altro: resta nella top 10 dei ballerini rock di ogni tempo. La sezione ritmica, potente e precisa, è assolutamente all'altezza della situazione, con Michael Lee alla batteria e Charlie Jones al basso. Lo show è tagliente, calibratissimo sotto il profilo del suono, ma assolutamente "Seventies" per il contorno: un tacito accordo sembra essere stato siglato tra gli artisti ed il loro pubblico (a proposito: un'imbarcata di giovanissimi, tanti quanti i veterani) che, alle luci viola e fucsia della scena, risponde con canzoni a zampa d'elefante e danze demoniache. Per dirla in poche parole: Page e Plant sono in una forma strepitosa e portano a buon fine l'operazione revival senza scadere nel patetico che caratterizza tante reunion di loro coetanei. Il repertorio dei Led Zeppelin, inossidabile per definizione, è straordinariamente attuale live; bravi loro due a integrarlo con i nuovi pezzi, sostituendo all'irrecuperabile pathos dei bei tempi andati ironia e esperienza. I momenti più alti? "Kashmir", "Whole lotta love" (che chiude il set e fa schizzare ogni singolo presente dalla sedia) e "Rock and roll", che chiude i bis. Appunto: rock and roll.
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17/07/1998