Nitro: “Oggi fa rap il ragazzino figo, non più l’escluso”

L’artista pubblica l’album “Outsider”, un mix di rabbia e introspezione. L’intervista

Nitro è una katana impugnata da un braccio cyberpunk. Precisa, tecnica, tagliente, capace di entrare in profondità fra presente e futuro. “Outsider” è il suo quinto album, ma è un manifesto. Rap, rock, atmosfere tese e oscure, distopia, ma anche intimità e voglia di scavarsi dentro, alla ricerca di una versione migliore di sé, sono i tanti volti del rapper. È importante che in un mercato saturo di musica, spesso più impegnata a piacere che a comunicare, un voce come quella di Nitro si prenda, anche tagliando teste, il suo spazio. Per l’uscita del disco l’artista vicentino ha dato vita alla mostra temporanea “Outsider Visual Gallery”, aperta venerdì 7 e sabato 8 aprile ai Dazi di Milano in piazza Sempione 1 con 14 opere realizzate da altrettanti crypto-artisti italiani, liberamente ispirate alle tracce dell’album. Lo abbiamo incontrato alll’esposizione.

Nitro, chi è oggi un outsider?
"Chi non si fa nessuna scuola di pensiero. Chi non appartiene a niente se non a se stesso e alla propria arte”.

Outsider: si è o si diventa?
“È una cosa che si sente da sempre in qualche modo. Dentro si sa di essere fuori dal coro, di essere la mosca bianca. Ma con il tempo quella consapevolezza si sviluppa di più. È difficile capire che cosa è ‘diverso’ se il normale già di per sé non esiste. Però quando si cresce piano piano si capisce di essere fatti di una pasta diversa rispetto a quella di altre persone. Che non vuol dire essere meglio o peggio. Ma semplicemente non ci si sente come gli altri. Io non mi sento come gli altri”.

In che cosa ti senti diverso?
“Sono una delle poche persone che ha fama, ma a cui non frega un cazzo della fama. Non mi interessa che le persone mi idolatrino per qualunque cosa faccia o dica. Mi interessa che le persone mi stimolino artisticamente perché io con la mia musica, a mia volta, cerco di farlo”.

Dopo “Garbage”, che non sei riuscito a raccontare e a presentare come volevi a causa della pandemia, apparivi molto arrabbiato. Il nuovo disco nasce da lì?
"Sì, tutto si è riversato in questo lavoro. E adesso sto molto meglio grazie alla scrittura di questo progetto. Credo che ‘Outsider’ sia molto più dark rispetto ai miei dischi precedenti. Siamo tornati a un livello di oscurità che non si sentiva neppure in ‘No comment’, album in cui avevo scritto dei pezzi più sereni. Qui siamo proprio in un ritorno alle origini, alle basi".

Che cosa ti mancava e ti ha spinto a scrivere questo disco?
“Il lato outsider del rap. Il rap è passato dall’essere un movimento di nicchia, che partiva dal basso, ai grandi numeri, al mainstream. Non è qualche cosa che mi dispiaccia, attenzione, però la conseguenza sociale di tutto questo è che oggi fa rap il ragazzino figo, non quello escluso. Mentre quando ero giovane io, noi eravamo gli esclusi e siamo usciti come esclusi. Come Machete crew siamo emersi con la camicia a quadri e con l’attitudine ‘siamo quelli grezzi che vi spaccano il culo’, non certo con logiche commerciali. Ultimamente mi mancava tutto questo. Ho visto emergere troppo rap patinato”.

Perché adesso non è così?
“Ringrazio la drill che ha riportato un po’ di sporcizia sulla scena rap. E questo per me è un lato positivo. Dopo l’avvento della trap, molti rapper si sono adeguati e hanno modificato gli argomenti dei loro brani. Io no”.

Il tuo è un disco che si muove sul dualismo. Ci sono il rap e il rock, stati d’animo rabbiosi e altri più intimi. È come se, a volte, non ci fossero mezze misure.
“Forse è così, perché non ci sono mezze misure nella mia musica. C’è la canzone arrabbiata, quella intima e triste, il banger. È tutto molto cristallino, diretto. E anche io sono così: passo dall’essere molto triste a momenti di euforia e risolutezza. Il disco riflette i miei stati d’animo. Questo è un album che viene da un periodo di alti e bassi più che da due parti contrapposte”.

E i bassi come si affrontano? In alcune canzoni sembri combattere un mostro che ti porti dentro.
“Si affrontano riconsiderando quello che si ha intorno. Ho cercato di ragionare di più sul me del passato e sul me del futuro. Ho fatto sport, ho parlato con uno psicologo, ci sono tanti aspetti che possono aiutare. Mi sono preso cura di me. E questo mi ha aiutato anche a dire con più leggerezza le cose che mi fanno male nelle canzoni”.

Nei testi del disco affronti molti temi sociali come se fossi una telecamera su quello che hai intorno e non rinunci ad alcune visioni distopiche.
“Quella che faccio è analisi comportamentale. Non mi interessano le arringhe o i sermoni politici che sembrano volerti insegnare come vivere. Mi interessa come reagisce l’essere umano a certe situazioni, come le affronta e come modifica la sua esistenza. Rifiuto l’idea di tracciare una linea fra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato”.

Che ti cosa ti preoccupa di più in questa società?
“La violenza. Mi preoccupa il fatto che si pensi ancora che le questioni si possano risolvere con i conflitti. Mi preoccupa che diventiamo sempre più democratici per l’opinione del singolo, ma non battiamo ciglio davanti al controllo della mente che subiamo. Un controllo che non ci permette di capire dove sia il vero e dove sia il falso. Spesso a più livelli ci vengono presentati dei problemi che però non sono quelli che realmente ci mettono in crisi. Percepisco una grande confusione. Una società in cui non si riconosce la verità in modo chiaro, fa paura. Per quello poi, a una certa, viene da pensare: ‘faccio l’outsider, mi isolo e rimango solo con me stesso’”.

Però tu non hai reagito facendo l’eremita e chiudendoti al mondo.
“Credo che non l’abbia fatto perché penso di poter ancora lasciare qualche cosa ai ragazzi. Mi piacerebbe essere un esempio nella musica per loro. Perché non è detto che la via che prendono tutti sia quella giusta. Ci sono infinite strade per fare arte, per fare musica. Non una”.

Che cosa conta?
“Beh, si può anche pensare che sia più importante sentirsi dire da un fan ‘una tua canzone mi ha aiutato in un momento difficile’ piuttosto che ‘mi sono comprato il tuo stesso orologio’”. Il rap per me è educazione e intrattenimento. Ci possono e ci devono essere tutti e due. A me non piace il rap che parla solo di sociale, ma neppure quello che non parla di un cazzo per non dare fastidio a nessuno. Ci deve essere un bilanciamento”.

Nel disco, escluso Ernia, fra i feat ci sono tanti nomi emergenti.
“In tanti dischi del passato la parte del giovane l’ho fatta io. Ho voluto fare la mia parte, ricambiando a livello generazionale e dando fiducia a dei nuovi talenti”.

“Ti direi” è una traccia molto intensa e intima, dedicata alla tua compagna.
“È dedicata a una persona che ha visto i lati migliori, ma anche quelli peggiori di me. Ed è riuscita ad accettarli. È una canzone sincera. Rappresenta la parte più radiofonica del disco. E se devo finire in radio preferisco farlo con un pezzo che mi ha fatto piangere mentre lo scrivevo piuttosto che con un pezzo scritto per piacere per forza a qualcuno”.

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