Wilco: 'Una band democratica con un leader spericolato'

Wilco: 'Una band democratica con un leader spericolato'
John Stirratt, bassista dei chicagoani Wilco, è originario di New Orleans. E racconta che, dopo lo scempio provocato dall’uragano Katrina, la sua famiglia è stata appena autorizzata a rientrare in città per vedere cosa è rimasto della sua casa allagata… “I miei abitavano a circa due miglia dal centro, in un sobborgo chiamato Mandeville, ma non potranno tornare a viverci per un bel po’. La gente del posto non si darà per vinta ma credo che New Orleans non tornerà mai più come prima. E’ una cosa particolarmente triste perché è una delle pochissime città degli Stati Uniti che ha una sua storia e una sua personalità”. I Wilco, come tanti altri artisti e gruppi americani, faranno la loro parte per salvare il salvabile, nell’unico modo che conoscono: suonando dal vivo per raccogliere fondi destinati alla ricostruzione e all’assistenza delle famiglie colpite dal disastro.
Dal vivo si sono esibiti giorni fa anche a Milano, in un eccellente ma poco pubblicizzato concerto gratuito al MazdaPalace durante la Festa dell’Unità, dimostrando una volta di più che la nuova formazione a sestetto (due tastiere o tre chitarre, secondo necessità) ha aggiunto altro sale e pepe alle loro originali ricette musicali. “Ora”, conferma Stirratt incontrato poco prima del soundcheck, “possiamo finalmente riprodurre sul palco certi arrangiamenti piuttosto complessi senza ricorrere ai suoni campionati. Le canzoni di ‘A ghost is born’ e di ‘Yankee hotel foxtrot’, soprattutto, non erano mai venute così bene in concerto”. Perché, a dispetto delle recenti sperimentazioni di studio, una cosa è chiara: i Wilco sono essenzialmente una live band. “Ci piacciono entrambe le situazioni, il palco e lo studio di registrazione. Ma se dovessi scegliere, non avrei dubbi: la gioia che dà eseguire una canzone in concerto sera dopo sera, facendola rivivere ogni volta, è inimitabile. Ogni show è diverso, finora siamo riusciti a evitare la routine e spero che ci riusciremo anche in futuro”. Il prossimo 4 novembre, intanto, arriverà nei negozi un doppio Cd destinato a testimoniare il momento magico che il gruppo di Chicago sta vivendo sui palchi di tutto il mondo. “Avremmo voluto farlo uscire insieme a un Dvd, ma i tempi di lavorazione sono diversi e il video arriverà in un secondo momento. Abbiamo registrato quattro serate al Vic Theater di Chicago, in maggio. Della prima, però, in video non siamo riusciti a conservare assolutamente niente. E durante l’ultima abbiamo dovuto far fronte a enormi problemi con l’amplificatore della chitarra. Siamo precipitati in un clima di anarchia, un mezzo disastro. Ma in fin dei conti è stato anche divertente, soprattutto per chi era lì a vederci, e credo che le immagini del video lo confermeranno. Rispetto alle versioni registrate in studio le nostre canzoni hanno subìto una notevole trasformazione. Volevamo documentare in qualche modo questo processo evolutivo”.
Anche con i dischi di studio, però, Jeff Tweedy e compagni hanno fatto parlare molto di sé: soprattutto con quel “Yankee hotel foxtrot” che, rifiutato dalla Reprise, fece scalpore diventando il best seller della band dopo essere circolato liberamente per un anno su Internet (vedi News). “E’ stata una lezione per tutti, noi compresi”, ricorda Stirratt. “Ha dimostrato che se la gente viene messa nelle condizioni di ascoltare musica che le piace non ci pensa due volte ad andare in un negozio a comprarsi il Cd. Non bisogna aver paura di Internet, a meno che non si sia convinti del proprio prodotto…Se devo essere sincero, io stesso inizialmente avevo pensato che mettendo in rete il disco ci saremmo tirati la zappa sui piedi. Ma in fin dei conti volevamo far sapere in giro che la band era attiva, che stavano succedendo delle cose. E’ stato un po’ come giocare d’azzardo, d’altra parte dalle vendite dei dischi non avevamo mai guadagnato nulla. In un certo senso, la povertà ti rende più libero!”. E’ stato solo un primo passo? “Probabilmente sì, e siamo orgogliosi di avere indicato una strada ad altri gruppi che avevano rapporti difficili con le case discografiche. In futuro potremo forse chiedere ai nostri fan una somma fissa di denaro ogni anno in cambio di dischi, video, merchandising e altro ancora. L’importante è stabilire una comunicazione quanto più diretta possibile con il proprio pubblico”. Intanto, però, i Wilco sono ancora legati a un’etichetta discografica “tradizionale”, la Nonesuch: “Non è consigliabile fare tutto da soli, nelle condizioni in cui versa attualmente il mercato e con i mal di testa che procurano i rapporti con i rivenditori”, spiega Stirratt. “C’è ancora un sacco di gente, forse il 50 %, che non compra on-line e bisogna assicurarsi che la musica si trovi nei negozi, lasciare ad altri la gestione degli aspetti commerciali e concentrarsi su quelli creativi”.
A proposito di creatività: non deve essere facile convivere tutti i giorni con una personalità musicale esuberante come quella di Tweedy, leader riconosciuto della band. “Ero un suo fan prima ancora di unirmi agli Uncle Tupelo”, spiega il biondo e riccioluto bassista. “Certo, i Wilco sono soprattutto il suo gruppo, ma io mi trovo a mio agio perché i rapporti tra tutti noi sono improntati alla massima collaborazione. E’ stato così fin dall’inizio: solo ai tempi del primo disco, ‘A.M.’, le cose erano state decise prima che cominciassimo a suonare. E poi questa è la vita che ho scelto di fare. Mi piace viaggiare, mi piace suonare in una band, è una professione che mi permette di fare un sacco di cose interessanti e che mi lascia anche tempo libero”. Per Tweedy, Stirratt dice di provare la stessa ammirazione degli inizi: “La sua più grande virtù, credo, è il coraggio. La spericolatezza, sia nell’approccio alla musica che quando si tratta di prendere decisioni. Non è il tipo che si preoccupa in anticipo delle conseguenze, e questo informa lo spirito di tutta la band. Le prime session della nuova formazione, per esempio, sono state estremamente creative, delle vere e proprie jam improvvisate che hanno generato un sacco di idee e di canzoni differenti. La situazione si è fatta ancora più aperta che in precedenza. E poi abbiamo un modo molto civile di porci in relazione l’uno con l’altro”. Eppure c’è stato un momento in cui tutto sembrava sul punto di crollare, causa la dipendenza di Tweedy da farmaci antidolorifici con conseguente periodo di riabilitazione (vedi News): “Ogni volta che qualcuno affronta un’esperienza del genere devi essere preparato a qualunque tipo di conseguenza”, filosofeggia il placido Stirratt. “Sarebbe davvero stato un peccato dover dire addio a una band come questa e alle belle cose che abbiamo già vissuto insieme. Ma diciamo che sono fatalista e che sarei stato pronto ad accettarlo”. Tra i suoi bei ricordi ci sono anche i due dischi dedicati a Woody Guthrie incisi insieme al cantautore inglese Billy Bragg: “Sì, ne sono molto orgoglioso e mi sono molto divertito. Ho visto da poco il documentario realizzato nell’occasione, ‘Man in the sand’, e devo dire che sul momento non mi ero accorto delle tensioni che erano sorte tra Jeff e Jay Farrar (ex membro degli Uncle Tupelo e ora leader dei Son Volt). Sarà che ero così contento di starmene in Irlanda per un mese…Siamo ancora in contatto con Bragg, anche se ora è impegnato con uno show radiofonico per la Bbc ed è da molto che manca dagli States. Non gli piace volare… Non credo che faremo ancora qualcosa insieme, ci sono stati dei problemi col suo manager: sai, Peter Jenner, una figura storica del rock, quello che ha prodotto i dischi di Syd Barrett e lavorato con i Pink Floyd…”. Meno gli piace essere identificato con il genere Americana/alt.country che tanto successo riscuote, oggi, in Inghilterra: “Sono sostanzialmente d’accordo con Jeff. Intorno a quel presunto movimento si è creata un’aura di falsa pretenziosità alimentata dalle riviste e dai media, persino Usa Today aveva dedicato un articolo all’argomento. Noi ci siamo chiamati subito fuori, non volevamo esserne coinvolti, e a guardare le cose in retrospettiva è evidente che non si è trattato poi di quel gran fenomeno…A ognuno, credo, piace pensare che la sua musica stia in piedi da sola e che non abbia bisogno di appartenere ad un genere o ad una determinata corrente. Ci sono delle band che mi piacciono, tra quelle che vengono identificate come alt.country, ma anche tante che non apprezzo”.
Certo le influenze degli ultimi dischi vanno ben oltre Gram Parsons e la Band, spaziando tra Television, George Harrison, T.Rex, Kraftwerk… “Ognuno di noi, per gli ultimi due album dei Wilco, ha dato fondo alla sua collezione di dischi: giusto per trovare ispirazione e indicazioni sul suono da ricercare in studio. C’è una certa tonalità scura nella musica prodotta, grosso modo, tra il 1969 e il 1974, ed è a quello che miravamo”. Prossimamente, aggiunge, contano di fare tutto da soli: “Per noi un produttore deve essere una persona vicina alla band. Come Jim O’Rourke, appunto. Non può essere un tecnico pagato per l’occasione che ci frequenta un paio di settimane e poi sparisce. Per il prossimo album abbiamo già le idee chiare e non vogliamo che qualcuno ci cambi le carte in tavola. Stiamo pensando ad un disco più orchestrato, ma allo stesso tempo organico nei suoni: strumentazione più ricca ma incisa in presa diretta e non aggiunta in post produzione come era successo con ‘Yankee hotel foxtrot’. Dall’ultima settimana e mezza di session sono usciti una decina di pezzi nuovi. Uno lo proponiamo in concerto in questi giorni. E’ nato dal nulla sulla base di un frammento di testo scritto da Jeff. Ricorda un po’ i Little Feat e i suoni della mia amata città natale, New Orleans”.
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