Sheryl Crow, Lance & George : 'Con la musica, oggi, cerco la purezza'

Sheryl Crow, Lance & George : 'Con la musica, oggi, cerco la purezza'
A 43 anni, complice la molto pubblica love story con il sette volte vincitore del Tour de France, Sheryl Crow sembra più interessata ad arrampicarsi a colpi di pedale sulle vette dell’Alpe d’Huez e del Grand Ballon (e ci riesce anche: congratulazioni!) che a scalare le chart discografiche, più stimolata dalle sfide con se stessa che dalla competizione con Britney e Christina. E al diavolo la ricerca del successo e dell’hit single a tutti i costi: ci sono cose più importanti nella vita e il nuovo Cd in uscita il 23 settembre, “Wildflower”, riflette questo suo nuovo stato di donna matura, saggia, riflessiva (e innamorata del suo campione). Le dieci canzoni che contiene puntano sulla melodia molto più che sul ritmo, su archi chitarre acustiche e pianoforti assai più che sull’elettricità del rock. Dove sono finite le atmosfere estive e scanzonate del neanche così lontano “C’mon, c’mon”? “Col precedente ‘Greatest hits’ ” - spiega Sheryl, sbarcata in Italia per un paio di apparizioni televisive (domenica a Quelli che il calcio, ieri sera al Festivalbar) – sentivo di aver chiuso un capitolo. Non volevo continuare a fare le stesse cose, scrivere altre repliche di ‘Soak up the sun’, di “Everyday is a winding road’ o di ‘All I wanna do is have some fun’. Alla mia età, e con quello che sta succedendo nel mondo, ho percepito come artista la necessità urgente di esprimere qualcosa di diverso, di scrivere cose che mi riguardano più da vicino”.
C’entrano, e molto, le sue vicende personal-sentimentali e i luoghi in cui le nuove canzoni sono nate: a Gerona, in Spagna (ma anche in Grecia, in Portogallo e alle Canarie), dove la Crow ha seguito Lance Armstrong durante la sua preparazione per la Grande Boucle: “Non conoscevo nessun altro a parte lui, e non parlando lo spagnolo all’inizio mi sentivo un po’ come un’aliena. Ne ho approfittato per staccare la spina. Ho pensato a raccogliere storie e pensieri, invece che a far musica: quando sono tornata a casa, in America, tutto questo ha preso la forma di un disco nuovo. In passato ero solita entrare in sala di incisione senza avere ancora niente in mano. Chiudevo la porta dello studio e cominciavo a scrivere appena prima di iniziare a registrare, imbracciavo la chitarra elettrica e mi mettevo a cantare. Stavolta invece mi ero munita di un registratore a cassette e ho cominciato per conto mio a scrivere pezzi molto semplici accompagnandomi al piano o alla chitarra. Le canzoni, per la prima volta, hanno preceduto la produzione del disco, e questo perché volevo fare un album che assomigliasse più ad una conversazione intima, a due. Un po’ come ‘Harvest’ di Neil Young…Per questo ci sono tanti archi, servono a dare più atmosfera alle storie che volevo raccontare”. Altre influenze esplicitamente dichiarate: l’Elton John di ‘Tumbleweed connection” e di “Honky chateau”, il George Harrison di “All things must pass” (evocato soprattutto nell’uso caratteristico della chitarra slide; e in un pezzo, “Chances are”, compaiono anche le tablas indiane). Tutta musica che arriva dagli anni ’70, a ben guardare: “E’ un periodo musicale intorno a cui continuo a gravitare…Sento la mancanza dell’approccio fisico agli strumenti e delle grandi melodie, faccio fatica a confrontarmi con la musica di oggi, tutta ritmo e tecnologia. E’ da lì che provengo, dopo tutto, ed è quella la musica che serbo nel cuore. Ma c’è dell’altro. La morte di George Harrison mi ha colpito nel profondo: lo sento ancora molto presente, per me lui rappresenta alla perfezione un’idea di purezza e di consapevolezza spirituale che volevo trasmettere con questo disco”. A cominciare dal pezzo che lo intitola, spiega Sheryl: “Ho scelto ‘Wildflower’ come title track perché in quella canzone si intrecciano temi che ricorrono anche nelle altre: uno di questi ha a che fare con l’idea che pur nel caos che ci circonda dentro di noi resiste uno spirito infantile che crede nella bontà e la ricerca costantemente. Abbiamo dentro questa purezza innata, ma crescendo diventiamo cinici e impariamo a costruirci un guscio protettivo che la nasconde. Riscoprirla è come vedere un fiore crescere in mezzo al cemento: è un’immagine che mi ha ispirato Harrison quanto l’osservazione quotidiana dei figli di Lance, i suoi due bambini che hanno tre anni e mezzo e cinque anni e mezzo rispettivamente”. Lui, Armstrong, ha fatto da primo giudice e test di qualità delle canzoni della futura sposa: e le sue preferenze vanno a “Letter to God”. “E’ curioso, perché all’inizio non gli piaceva! Poi, a forza di sentirla, è diventata la sua favorita: è una gran cosa, per chi scrive canzoni, quando chi ti ascolta ci entra dentro un poco alla volta. Avere una persona in casa a cui far sentire volta per volta quello che stavo scrivendo è stata un’esperienza completamente nuova, per me. Lance non è solo l’uomo di cui sono innamorata, è anche il mio migliore amico. Ed è sempre stato molto incoraggiante, ma anche onesto nelle reazioni. Non ha un approccio analitico nei confronti della musica come può capitare ad un professionista, ma è un appassionato”. Facile immaginare che sia anche il protagonista o ispiratore più o meno esplicito di molti brani…“Quello che vivi in un determinato momento finisce per forza, in un modo o nell’altro, in ciò che crei. Lance ha molto a che fare con quello che scrivo oggi, così come col desiderio che provo di dare una svolta alla mia esistenza, di mettere la mia vita privata al di sopra delle esigenze di carriera (per seguire Armstrong al Tour, la Crow ha posticipato l’uscita del disco, pronto da febbraio). Io sono cresciuta in una famiglia molto solida, i miei genitori sono stati insieme per cinquant’anni. Ma per la musica ho fatto dei sacrifici: mi mancavano un marito, dei figli, una dimensione più domestica. Quando ho incontrato Lance ero pronta per tutto questo, e avevo anche bisogno di aggiustare il mio rapporto con il mondo circostante. Sta funzionando benissimo”. Nessuna divergenza, neanche in politica? La citata “Letter to God” condanna anche il fondamentalismo cristiano che tanta parte gioca nello schieramento politico che sostiene George W. Bush, texano come Armstrong e suo amico personale. “Ma no, stiamo dalla stessa parte. Lance sostiene il partito democratico, è un ambientalista ed è contrario alla guerra in Iraq. Ma conosce Bush da tanti anni, presso di lui si è adoperato per raccogliere fondi per la ricerca sul cancro così come aveva fatto prima con Clinton: la malattia non è schierata politicamente, non fa distinzioni tra vittime di destra e di sinistra. Se una passeggiata in bicicletta con il presidente serve anche a questo ben venga, io non ho niente in contrario. Stare a fianco di una persona che ha dovuto combattere il cancro ha cambiato il mio atteggiamento nei confronti della vita. Sono sempre stata una che cerca di vivere il momento presente, so che il passato non si può replicare e che non torna più. Ma Lance mi ha insegnato ad affrontare ogni giorno che arriva come se fosse una nuova nascita. E’ una cosa che dà molta energia: vivendo così non sprechi mai il tuo tempo”.
Un antidoto, sostiene Sheryl, contro i tempi abulici e sonnolenti che stiamo vivendo. “Quando sei circondato da troppe notizie, troppe informazioni da afferrare e da capire, la natura umana ti spinge ad evadere dalla realtà, verso una sorta di sonnolenza passiva. In America, per esempio, molta gente ha reagito alla paura, alle campagne ansiogene alimentate dai media e dal governo, mettendo a dormire la coscienza. Contribuiscono anche certa musica pop, i reality show e tutto il resto. La merci culturali usa e getta, il modo in cui viene venduta l’idea del sesso facile…sono tutte cose che ci autorizzano a non fare uso del nostro cervello. Ma allo stesso tempo per fortuna ci sono persone che restano sveglie, motivate e con le antenne dritte. Auspicabilmente ci sarà un cambiamento, prima o poi”. Il pop, appunto: è cambiato eccome dai tempi del suo esordio, una decina di anni fa… “Mi sento molto fortunata, ad essermi fatta le ossa suonando dal vivo invece di essere scaraventata subito in televisione come Ashlee Simpson. Io sono cresciuta col desiderio di diventare come Joni Mitchell e come Stevie Nicks, come Bob Dylan e Mick Jagger…non una star della tv. Gente che suonava per un pubblico, tutte le sere, come gli antichi trovatori. Quelli erano i miei punti di riferimento, non ho mai avuto bisogno di vendere un’immagine sexy”. Tanto più oggi, che progetta uno show in abito da sera per portare in tour il nuovo disco: “Quest’autunno faremo due show a Londra, due a New York e uno a Los Angeles invitando sul palco una grande sezione d’archi. Saranno esibizioni piuttosto intime, in sale adatte, che il pubblico sarà invitato a seguire da seduto. Niente a che fare con un concerto rock, anche se avrò con me la mia band e riarrangeremo in questa veste anche le vecchie canzoni. Poi, in estate, saremo in giro per il mondo, Europa, Asia e Sud America: ma stavolta con una sezione d’archi più piccola, sei strumentisti o qualcosa del genere”. Prima ci sarà il matrimonio con Armstrong, comunque. Davvero, come ha detto a Simona Ventura, pensano di sposarsi in Italia? “L’ho detto per scherzo. Ma chissà, inviteremo Cipollini…”
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