38 anni di Fairport Convention: 'Siamo come il Manchester United'

Dimenticate Glastonbury e Reading e T In The Park, per un attimo. C’è un festival speciale che dal 1979 va ininterrottamente in scena, in agosto, nei pressi del minuscolo villaggio di Cropredy, tra i campi erbosi dell’Oxfordshire che nel 1644 furono teatro di una cruenta battaglia tra le truppe di Re Carlo e i parlamentari ribelli di Oliver Cromwell, pagina importante nel sanguinoso romanzo della Guerra Civile inglese. E’ il raduno annuale dei Fairport Convention, oltre 38 anni di onoratissima carriera sulle spalle, e della loro colorata tribù di fedelissimi (suppergiù 15 mila aficionados, con famiglie e prole al seguito, che non si perdono un’edizione del festival): la versione inglese, si potrebbe dire, dei Deadheads americani, con la pinta di birra in mano al posto del joint.
Simon Nicol, classe 1950, è l’unico membro originario della band – lui stesso ha marcato visita per qualche anno, nei ’70 – e ritiene che i Fairport Convention vadano ormai trattati alla stregua di una classica istituzione inglese, capace quasi di vita indipendente rispetto alle persone che la frequentano in un determinato momento. “In effetti è così che la vedo”, ci conferma accomodandosi nel salottino di un delizioso cottage "upper class" di Cropredy. “Fairport Convention è diventato un marchio, e un modo d’essere, che può trascendere i suoi confini temporali naturali, persino sopravvivere alle persone che l’hanno ideato e portato avanti” (ai tempi della sua fondazione Nicol aveva sedici anni, e confessa di non avere mai lontanamente immaginato, allora, di poter vivere di musica: “Per me era un modo di divertirmi con gli amici, in attesa di cercarmi un lavoro serio. Sto ancora aspettando di farlo…”). “E’ un po’ quel che succede con le grandi orchestre, con certi circoli sociali o con le squadre di calcio”, spiega. “A nessuno sembra strano che nel Manchester United oggi militino giocatori diversi da dieci anni fa. Ci sono le condizioni perché tutto questo possa succedere anche ai Fairport: la continuità che il gruppo ha saputo preservare negli anni, una linearità di percorso che ci ha permesso di tenere fede alla stessa etica di fondo senza per questo diventare una band autocelebrativa. Il pericolo è proprio quello di farsi invischiare dal passato, nel tentativo di ricreare qualche momento glorioso… Ma i Fairport non lo hanno mai fatto, continuano a guardare avanti. Siamo orgogliosi della nostra storia, e soprattutto in concerto ci piace rispolverare le vecchie canzoni perché significano qualcosa per noi e per il pubblico. Ma ogni volta che arriva qualche nuovo elemento nel gruppo, ogni volta che esce un nuovo disco, la band assume una nuova prospettiva. Se ci pensi, è la stessa cosa che succede in una famiglia, o in un’impresa che tira avanti da quarant’anni: gente che va e gente che viene, gente che nasce e gente che muore… L’importante è conservare un legame e uno spirito di gruppo che fanno funzionare le cose”.
Forse proprio per sottolineare questo senso di continuità, nell’ultimo Cd “Over the next hill”, uscito qualche mese fa, i Fairport citano esplicitamente Sandy Denny, la regina del folk rock inglese scomparsa dopo una vita travagliata nel 1978 (“Certe persone”, dice Nicol, “sono più sensibili e vulnerabili di altre. Lei, forse, non aveva la pelle abbastanza dura per questo mondo”). E hanno voluto riproporre la canzone che nel 1969 li proiettò per un attimo soltanto sotto i riflettori dei media, delle classifiche e di Top of the Pops: “Si tu dois partir”, deliziosa e stralunata versione cajun della dylaniana “If you gotta go, go now” incisa quando nel gruppo c’era ancora il giovane batterista Martin Lamble, vittima poco tempo dopo di un incidente in autostrada, di ritorno sul van del gruppo da un concerto a Birmingham. In suo onore, un “sample” della vecchia incisione è stato innestato nella nuova. Davvero, come dice un’altra delle loro canzoni più celebri (“Meet on the ledge”), con in Fairport “it all comes round again”, tutto prima o poi torna circolarmente al punto di partenza: “Lo abbiamo fatto per rendere omaggio al nostro passato. Per ricordare i musicisti, le persone che hanno fatto parte del gruppo. Con tutti quelli che sono ancora in vita siamo rimasti amici, sono sempre i benvenuti sul palco. Un pezzo come ‘Meet on the ledge’, che conclude tutte le nostre esibizioni qui a Cropredy, per noi ha assunto un valore catartico, confortante. Ogni anno che passa, per un naturale corso degli eventi, mi ritrovo ad andare a un maggior numero di funerali… e quella canzone viene suonata sempre più spesso, quando viene a mancare qualcuno che ha avuto a che fare con la band. Se pensi che Richard (Thompson, nei Fairport fino al ‘71) l’ha scritta che era ancora adolescente… E’ incredibile pensare a quale strada possa prendere una canzone. Per noi è diventata una specie di inno, e la cosa non mi dà affatto fastidio. Non sarebbe un festival di Cropredy, se non finisse con ‘Meet on the ledge’ ”.
Eppure sembrava che anche Cropredy fosse destinato a finire, dopo la traumatica separazione tra Dave Pegg, altro membro storico, e la moglie Christine, factotum dell’organizzazione (vedi News). Ora le cose sembrano essersi messe a posto, anche se Nicol accenna en passant a tensioni irrisolte tra lui e lo stesso Pegg… Cosicché il collante, oggi, sono forse proprio gli ultimi arrivati: “Chris (Leslie, violinista e mandolinista) sta crescendo molto come autore”, conferma Nicol, “ed è bello avere due voci soliste nella band, la sua e la mia, con una timbrica così diversa: questo ci permette di avvicinarci ad ogni canzone da prospettive differenti e di scegliere le soluzioni migliori”. Lui, invece, di canzoni ne ha sempre scritte pochissime, preferendo ritagliarsi il ruolo oggi insolito di interprete nel contesto di una band: “E’ perché sono pigro, fondamentalmente. Preferisco maneggiare il prodotto finito, una canzone già rifinita in tutti i suoi elementi, e vedere come adattarla al mio stile interpretativo. Scrivere canzoni richiede delle abilità che non ho mai avuto veramente il tempo di imparare…Quando cominci l’unica cosa che puoi fare è ricorrere a cliché che altri hanno creato e metterti a riciclarli. E’ un processo di maturazione molto lungo, ne devi scrivere a migliaia, di canzoni, e buttarne altrettante nel cestino prima di arrivare a un risultato apprezzabile, prima di scoprire una tua voce originale”.
Dagli inizi, i Fairport hanno preso a piene mani dal songwriter per eccellenza, mr. Bob Dylan. E Nicol e Pegg continuano a farlo oggi, nei dischi e nei concerti di una “side band” appropriatamente chiamata The Dylan Project (in cartellone al Cropredy 2005 accanto al duo di casa Richard & Danny Thompson, al “peace and love” di Country Joe McDonald, alla English Roots Band del reggaeman bianco Jah Wobble, ai Muffin Men del batterisa ex zappiano Jimmy Carl Black, all’ineffabile Ukulele Orchestra of Great Britain, al folk pop americano di Beth Nielsen Chapman e a tanti altri): “E’ la profondità dei testi, l’uso delle metafore che continua ad affascinarmi”, spiega il 55enne musicista. “Dylan è un poeta, ma trovo che sia ancora troppo sottovalutato il suo talento melodico, la sua capacità di scrivere magnifici motivi musicali. Allo stesso tempo la sua è una musica molto accessibile, ed è un gran piacere suonarla. Il nuovo disco del Dylan Project è stato registrato molto velocemente, proprio come faceva lui. I musicisti arrivavano in studio, non c’era nulla di scritto, si imparava la canzone al volo e si incidevano due take, due versioni al massimo. E’ un gran bel modo di registrare, molto diverso da quello clinico e perfezionista che è d’uso corrente oggi: produce tensione, un certo nervosismo, ma si guadagna in freschezza, in anima e in energia”.
Le canzoni dei Fairport, invece, parlano sovente di un’epoca che non c’è più. Storie di fattori e di pescatori, di dame e cavalieri, di re e di gente umile, con frequenti rimandi ad eventi storici realmente accaduti… Cosa le rende rilevanti, attuali anche oggi? “E’ lo stesso discorso che si può fare nei confronti di una fiction o di un romanzo storico. Servono a portarti per qualche minuto in una zona spazio-temporale differente, lontano dalla noia della routine quotidiana. La gente ama ascoltare queste canzoni allo stesso modo in cui le piace leggere un libro o vedere un film”. E quel rapporto così speciale con il pubblico, a cosa è dovuto? “Comunichiamo bene, è vero. E il motivo principale, credo, è che non ci riteniamo diversi dagli altri, siamo sempre disponibili per una chiacchierata e pronti a ricevere anche critiche da parte di chi ci segue. Non c’è separazione tra pubblico e musicisti, non siamo mai stati avvolti da un’aura mistica”.
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