Daft Punk
Homework
(Virgin, 1997)
Il più destabilizzante corto circuito estetico nella storia della musica House? Di Guy Manuel de Homem-Christo e Thomas Bangalter da Parigi, oramai, si sa tutto. Dagli esordi Indie nei Darlin’ alla stroncatura del "New Musical Express" da cui prenderanno la ragione sociale, dal grande successo internazionale fino a un percorso artistico sempre più retromaniaco, culminato nel 2013 in "Random access memories" e poi nel sorprendente scioglimento del sodalizio, anno domini 2021. Eppure la musica del duo continua a riservare a ogni ascolto nuove sfumature e inediti significati anche a distanza di oltre vent’anni da un primo disco che, realmente, fece la storia, abbattendosi come un terremoto sul genere nato nella città del vento, del quale è ancora oggi la più riuscita ridefinizione in chiave Pop.
Quando esce, nel 1997, "Homework" è un oggetto misterioso, inafferrabile eppure di fascino e appetibilità universali, tanto da farsi subito campione di vendite nonché classico immediato anche e soprattutto al di fuori dei confini della categoria a cui appartiene, spinto nell’immaginario collettivo dagli indimenticabili videoclip firmati da pesi massimi come Spike Jonze e Michel Gondry, in un discorso nel quale l’immagine conta tanto quanto la musica. I Daft Punk vengono da un retroterra Rock e, da tale base, guardano alla Dance in generale e alla House in particolare, parlando in primis a chi ha la loro stessa provenienza ma, incidentalmente, convincendo e facendo innamorare anche e soprattutto coloro i quali, al contrario, la Dance l’hanno vissuta da sempre.
Come due bambini appena arrivati in un parco delle meraviglie tutto nuovo e sconosciuto, se ne fregano di regole, convenzioni, abitudini e iniziano a esplorare, colmi di infantile stupore, il nuovo gioco. Giocano, giocano e giocano, quindi, con gli elementi cardine ideati dai grandi vecchi di Detroit, Chicago e New York (non a caso omaggiati con devozione nella reverente "Teachers"), facendoli propri e plasmando una proposta spiazzante e rivoluzionaria che è allo stesso tempo tanto a
prova di purista quanto dotata di nazionalpopolare comunicatività. Un approccio che riesce, magicamente, a essere raffinato e accessibile anche quando segue i sentieri più impervi o sotterranei, lungo i quali il tasso di ruvidità della musica, in condizioni normali, supererebbe di gran lunga il limite di vendibilità della stessa.
Dentro "Homework" vengono infatti centrifugati con inventiva e classe rare la scarna brutalità meccanica e demenziale delle Ghetto Trax più lerce e veraci di scuola Dance Mania e Muzique (Armando Gallop, Paul Johnson, Dj Funk e Robert Armani i nomi di riferimento, con ritmiche schiacciasassi figlie del Jack, un piglio ruspante e paraculo e un approccio abrasivo e metallico all’uso dei sintetizzatori), l’ipnotica reiteratività dei brevi campioni Disco ipercompressi portata alla ribalta da Dj Sneak e una velenosità Techno che, invece di manifestarsi tramite scientifica laboratorialità elettronica, si esplica al contrario in una vena sperimentale discreta e sottotraccia ma assolutamente centrale nella riuscita dei singoli brani. Il tutto rielaborato con una
consapevolezza e una comprensione che lasciano atterriti considerata la giovane età del duo (ma forse è proprio la spregiudicatezza dei vent’anni a rendere possibile un simile miracolo).
Tutto ciò è poi esaltato al massimo da una componente emotiva incendiaria, figlia di una passione bruciante e della voglia irrefrenabile di esprimere sé stessi e la propria arte. "Homework" infatti è un disco prima di tutto pieno di vita. Un entusiasmo contagioso, un’energia vibrante, incontenibile, che unisce forza fisica e psichica, per generare un sfera di incandescente creatività. E, lungo la sua ora e un quarto di durata, si balla, si balla come raramente prima poteva capitare. I filtri spaccacervello e i ricordi di Studio 54 concettualizzati in minuscoli frammenti di "Revolution 909"; l’imponente cattedrale consacrata al Dio del Jack "Da Funk", il cui titolo è tutto un programma; l’esuberanza adolescenziale di "Phoenix"; le suggestioni baleariche di "Fresh"; la lisergica e devastante "Around the World", con quel giro melodico sottilmente Acid su un ritmo dal tiro pazzesco a ribaltare ogni pista; la durissima, sferzante, cannonata di "Rollin’ & Scratchin’", come un pezzo Punk per le teste House; la sbilenca psichedelia campionatoria di "High Fidelity"; il rumorismo sconquassante di "Rock’n’Roll" che, alle teste House, stavolta somministra un po’ di sano Heavy Metal facendosi stupefacente analisi ai raggi X della poetica di un altro grande eretico come Joey Beltram; la multiforme, animalesca furia di "Burnin’", dove le varie anime del progetto convivono alla grande; i piatti mandati al contrario di "Indo Silver Club" che, quelle dannate teste House, le fanno definitivamente esplodere; l’epico inno "Alive": ogni traccia un capolavoro, ogni traccia un universo sonoro indimenticabile, sconfinato.
Un disco, "Homework", dal quale non si torna più indietro. Non lo vorranno fare, giustamente, nemmeno i suoi autori, di lì in avanti impegnati a seguire un’altra strada e non poteva essere altrimenti: impossibile aggiungere altro all’abbacinante grandezza della loro opera prima.
Il testo è tratto da "Dance! - Techno e House, 100 dischi fondamentali" di Andrea Corritore, per gentile concessione di Arcana Editore. (C) 2022 Lit edizioni s.a.s.