Canzoni italiane: “Sere nere” di Tiziano Ferro

Ventuno canzoni italiane pubblicate nell’ultimo ventennio, raccontate da Vincenzo Rossini.

“Sere nere” di Tiziano Ferro

da 111, EMI, 2003

 

La ballata archetipo del post Duemila, imitata e mai replicata, accredita Tiziano Ferro presso il grande pubblico, confermando la sua capacità prodigiosa di traghettare la tradizione melodica italiana verso l’ultimo stadio dell’R&B globale (e viceversa) senza sacrificare né l’enfasi drammatica dell’una né il respiro contemporaneo dell’altro. Insieme a tracce future-soul persino spericolate (“Mia nonna”, “In bagno in aeroporto”), 111 schiera una manciata di ballate che cambieranno il modo di cantare l’amore in Italia (esce pochi mesi dopo il Sanremo dei “7.000 caffè” di Alex Britti e di “Per dire di no” di Alexia, rispettivamente funk-soul e gospel pop di pregevole fattura ma ancora nella scia del gusto degli anni novanta). Basta confrontarle, oggi, con “Sere nere”, per rilevare che si tratta di tutt’altra materia.

 

Se a livello armonico si ricongiunge con le soluzioni di ibrido pop/soul testate negli anni novanta, con la Giorgia di COME THELMA E LOUISE come riferimento, con la melodia sbaraglia la concorrenza cimentandosi in acrobazie spericolate quanto sorprendenti. Nelle strofe Ferro parte basso, se non bassissimo, raggiungendo picchi di profondità folli; nel blocco che precede il ritornello si attesta su un registro medio sfoderando però una varietà di toni che spaziano dal fragile al malinconico fino al virile, in un paio di versi soltanto (fare caso a come la voce acquista gradualmente corpo passando dal carezzevole e quasi indifeso “mentre passa distratta” al coriaceo urlo de “il tuo addio”, e tutto in uno spazio brevissimo). Il colpo di grazia è però nel ritornello: prima Ferro fa rimbalzare la voce tra intervalli talmente distanti da far pensare al trillo di un telefono squillante, o a una sveglia ossessionante, poi spezza il verso principale a metà, lasciando un vuoto tra i due segmenti che dura tre movimenti (un’infinità, nella scrittura pop) e la cui violenza è accentuata dal fatto che la melodia viaggia su note molto alte, a cui si arriva senza gradualità.

 

L’idea è proprio quella dell’uomo spezzato, del singulto che stoppa la dichiarazione di disperazione, blocca la voce. Addirittura, l’incompiutezza del sentimento interrotto si traduce in un verbo all’infinito diviso – follemente – in due: “Puoi rima – - – nere”. Una forzatura della metrica finora mai sperimentata dal pop italiano, che diventerà anche un marchio di fabbrica del modo di scrivere di Tiziano, noncurante degli schemi, interessato a forzare gli stilemi del pop lungo i contorni del suo debordante autobiografismo: non c’è verso che non abbia una sua metrica, per quanto astrusa, e non c’è sentimento che non si possa comunicare, per quanto richieda parole e spazio. In altre parole, l’applicazione diretta di un principio del rap alla musica pop, messa in atto in Italia finalmente in un modo credibile, addirittura spiazzante per il modo in cui ingloba l’epica melodica tradizionale.

 

In fondo, con quel titolo che suona come un perverso gioco di assonanze e il bridge che gira vertiginoso attorno ai verbi al futuro e alle ripetizioni ossessive (al confine con la minaccia), “Sere nere” sembra assumersi l’onere di traghettare l’epica baglioniana di “Mille giorni di te e di me” nel post Duemila: un trionfo di struggimento per un amore ormai finito che rifiuta di dosarsi per lasciar fluire il dolore amoroso alla sua massima potenza sonora, per suggellarlo in una promessa eterna, in fondo terribile: “E meno mi vorrai e più sarò con te / e più sarò con te, con te, con te, lo giuro”.

(di Tiziano Ferro / © Emi/nisa/Pandar/Sugarmusic)

 

 

La scheda è tratta, per gentile concessione dell’autore e dell’editore, da “Unadimille – 1000 canzoni italiane dal 2000, raccontate”, edito da Arcana, al quale rimandiamo per le altre 980 schede.

(C) Lit edizioni di Pietro D'Amore s.a.s.

 

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