Il primo tour italiano degli Emerson Lake & Palmer fu un incubo

A dirlo, in una intervista, è il batterista Carl Palmer, unico membro della prog band britannica ancora in vita
Il primo tour italiano degli Emerson Lake & Palmer fu un incubo

Luca De Gennaro, per il quotidiano torinese La Stampa, ha pubblicato una intervista al batterista Carl Palmer, unico membro degli Emerson Lake & Palmer ancora vivo, dopo le morti, avvenute nel 2016, prima del tastierista Keith Emerson a marzo e poi del cantante e chitarrista Greg Lake a dicembre. A seguire riportiamo una parte della conversazione intercorsa tra De Gennaro e Palmer che verte sui ricordi che ha dei suoi vecchi compagni di band e dell'Italia, nazione che ha sempre avuto un occhio di riguardo per la musica progressive.

Arrivaste in Italia nel 1972, a Genova e Bologna, poi altre volte, fino allo storico concerto a Milano nel 1974. Cosa ricorda di quei tour? “A dire il vero il primo tour italiano fu un incubo. Voi italiani siete gente splendida ma il problema era l'organizzazione. Non c'era controllo, il pubblico entrava di pomeriggio mentre noi stavamo ancora provando sul palco, qualsiasi cosa veniva decisa all'ultimo momento, non era facile suonare da voi in quell'epoca. In ogni caso ho dei bei ricordi. Un giorno all'Hotel Hilton di Roma chiesi di affittare un'auto e mi diedero una Ferrari verde!”.

In quegli anni metteste sotto contratto con la vostra etichetta, la Manticore, due importanti band italiane, P.F.M. e Banco Del Mutuo Soccorso. "Avevo incontrato Franz Di Cioccio proprio in Italia.

Mi aveva fatto ascoltare "Celebration", che secondo me poteva diventare un successo anche in Inghilterra. Pubblicammo il disco sulla nostra etichetta, vennero a fare dei concerti e il singolo entrò nella hit inglese. Li portammo con noi in America e anche lì stava per succedere qualcosa di importante, ma per essere davvero una band internazionale avrebbero dovuto trasferirsi. Preferirono non farlo e mi dispiace perchè erano e sono musicisti eccellenti. Sono rimasto in contatto sia con loro che con il Banco e ci è capitato di suonare negli stessi festival".

I vostri concerti sono rimasti nella storia per il gigantismo, come testimonia la foto che apre e chiude il libro, che ritrae le centinaia di persone che lavoravano ai vostri tour. “Oggi lo show di un artista di prima categoria, come Rolling Stones o U2, impegna lo stesso numero di persone, solo che noi lo abbiamo fatto per primi. Allora sembrava esagerato, ma ha segnato la strada per ciò che sarebbe arrivato dopo e di questo vado fiero, anche se la stampa ci definiva pomposi e stravaganti e dicevano che buttavamo i soldi. Investivamo nello show, spendevamo per portare la musica al pubblico.”

Il libro termina con l'ultimo grande concerto di ELP, nel 2010, al festival High Voltage di Londra. Che ricordi ha di quel momento? “Sapevo che sarebbe stato il nostro ultimo show.

Fu molto difficile prepararlo. Keith e Greg già non stavano bene, ci vollero cinque settimane di prove per eseguire brani che conoscevamo a memoria da 40 anni. Alla fine non fu il concerto che avremmo voluto, e il pubblico se ne accorse. Non ho mai ascoltato la critica, il pubblico è quello che conta. Sono quelli che comprano i biglietti e i dischi, e in quell'occasione volevano vederci insieme un'ultima volta. Lo sapevamo, dunque tutti e tre ci impegnammo al massimo. Una settimana dopo chiamai gli altri e dissi: amici, mi piange il cuore ma secondo me è meglio se chiudiamo qui. Non la presero bene, specie Greg, ma ci voleva qualcuno che lo dicesse e in quell'occasione toccò a me”.

Eravate rimasti in contatto negli ultimi anni? “Mi sentivo con Keith, avevamo un nuovo progetto insieme. La telefonata che mi comunicò il suo suicidio la ricevetti dopo un concerto in Italia, a Carrara. Con Greg non ci eravamo più sentiti negli ultimi quattro anni. Non voleva parlare della sua malattia”.

Si sarebbe mai aspettato che Emerson si togliesse la vita? “Lui aveva un grave problema a una mano, da anni. Lo avevo accompagnato io ad operarsi all'ospedale a Los Angeles, e sembrava avesse risolto ma il problema tornò e l'ultimo concerto fu molto difficile per lui. Poi la situazione peggiorò, dovette smettere di suonare e quella fu la causa. Era un musicista, non poteva sopportare di non mettere più le mani sulla tastiera. Quello che posso dire è che nel momento in cui anche io mi renderò conto di dover smettere, semplicemente prenderò un aereo e sparirò nel tramonto”.

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