Giorgio Gaber prima di diventare il Signor G

L'artista milanese è mancato l'1 gennaio 2003
Giorgio Gaber prima di diventare il Signor G

Quando si parla di, si scrive di, si ricorda Giorgio Gaber (mancato il 1 gennaio 2003 all'età di 63 anni), quello che viene elogiato rievocato celebrato è il Gaber del teatro-canzone, quello del "Signor G". Giusto, come no, doveroso, certo. Ma c'è anche un altro Gaber, quello che ha iniziato a scrivere e cantare canzoni sul finire degli anni Cinquanta e ha continuato fino alla fine degli anni Sessanta; ed è a quel Gaber che dedichiamo l'elenco di brani che segue.

Dopo gli inizi, che l'hanno visto collaborare con Enzo Jannacci, Luigi Tenco e Adriano Celentano, Gaber debutta come artista solista per la Dischi Ricordi con il 45 giri "Ciao ti dirò" (lato B: "Da te era bello restar"), accreditato a Giorgio Gaber e la sua Rolling Crew. Firmata da Giorgio Calabrese e Gian Franco Reverberi, "Ciao ti dirò" è uno dei primi brani rock in italiano; Gaber non fu accompagnato dal suo gruppo, ma da musicisti già sotto contratto per la Ricordi, tra cui Franco Cerri alla chitarra e Gianni Basso al sassofono, entrambi jazzisti.

Gaber raggiunge il successo nel 1960 con il brano lento "Non arrossire", composto insieme a Maria Monti, con il quale partecipa alla Sei giorni della canzone.

Sempre nel 1960 incide la sua canzone più conosciuta tra quelle del primo periodo, "La ballata del Cerutti", con il testo dello scrittore Umberto Simonetta.

Nel 1961 Gaber partecipa al Festival di Sanremo con "Benzina e cerini", scritta anche con Enzo Jannacci, e non accede alla finale.

Nel corso degli anni Sessanta i testi delle canzoni di maggior successo di Gaber sono firmati da Umberto Simonetta. Tra esse, "Trani a gogò" (1962), "Goganga", "Porta Romana" (1963).

Gaber torna a Sanremo nel 1964 con una delle sue canzoni delicate e intimistiche, come "Le nostre serate" e "Pieni di sonno": si intitola "Così felice", è scritta con Sandro Luporini, che diventerà il suo coautore per tutto il periodo del teatro-canzone, e riesce ad arrivare alla serata finale.

E' del 1966 la curiosa partecipazione al Festival di Napoli, dove Gaber si classifica al secondo posto con "'A pizza", che si classifica al secondo posto.

Nel 1967 Gaber partecipa di nuovo a Sanremo con una canzone scritta con Franco Battiato: “E allora dai”, una canzone di (ironica) non-protesta che iniziava con un parlato che enunciava: “Questa è una canzone di protesta che non protesta contro nessuno... anzi... siamo tutti d'accordo...”.

Sempre nel 1967 esce un 45 giri importante, per l'evoluzione artistica di Giorgio Gaber. Su un lato c'è una canzone strana, molto romantica ma non melensa, dalla struttura inusuale: “Al bar del Corso” (“alle ore tredici del giorno sedici del mese scorso al bar del Corso se c’eravate avrete visto...”) scritta da Herbert Pagani con Gianfranco Lombardi.

Sullo stesso 45 giri, sull’altra facciata, c’è “Suona chitarra”, una musica di Federico Monti Arduini (non ancora Guardiano del Faro) il cui testo, di Gaber, raccontava il disagio dell’artista costretto a cantare canzoni disimpegnate per non perdere l’apprezzamento del grande pubblico.

Nel 1968, Gaber è in mezzo al guado. Pubblica per la Vedette “Sai com’è”, forse il suo disco più “commerciale” (“Sai com’è, no com’è”, “Teresa perdonami”, “Ritratto di Anna”, “Torpedo blu”, “Ma pensa te”, “Pomeriggio”, “La pum-pum rumba”, “Il truccamotori”, “Zeppelin De Rossi”, “Goganga”, “La Balilla”, “C’era una volta il Clan”)…

…ma fa anche uscire, per la Ri-Fi, “L’asse di equilibrio”. Arrangiato da Giorgio Casellato, l’album contiene tre brani scritti da Gaber con Herbert Pagani (“Una canzone come nasce”, “L’asse di equilibrio” e “La vita dell’uomo”): “Canta” di Herbert Pagani e Tony De Vita; due canzoni firmate da Gaber con Federico Monti Arduini (“Parole parole” e “Suona chitarra”) e sei firmate interamente dal loro interprete: “Un uomo che dal monte”, “L’orologio”, “La Chiesa si rinnova” (in effetti composta insieme a Franco Battiato), “Eppure sembra un uomo”, “Immagini”, “La corsa”. Ecco, in “L’asse di equilibrio” ci sono già, e non solo in nuce, i temi e i toni che dal 1970 impronteranno i recital del “Signor G”.

Nel 1969 escono “Il Riccardo”, scritta con Umberto Simonetta, e “Barbera e champagne”, scritta con Sandro Luporini, sono due bozzetti milanesi per certi versi simili a “La ballata del Cerutti”. L’ambientazione è quella: le sale da biliardo e i bar della “vecchia Milano”. La prima, "Il Riccardo", è una divertente quanto acuta galleria di personaggi buffi, di macchiette.

La seconda, "Barbera e Champagne" è uno spaccato di vita: due uomini soli nello stesso bar, diversi per ceto e censo - l’uno beve barbera, l’altro champagne - ma accomunati dalla sofferenza d’amore, si conoscono, familiarizzano, discutono di politica e di calcio, quasi litigano, si riappacificano ballando cameratescamente un tango, finiscono buttati fuori dal bar e si salutano quasi da amici (“Giusto però vorrei vederla ancora / io sono direttore all'Onestà", / "Molto piacere, vede, io per ora / sono disoccupato, ma chissà...”). Ci sono complice comprensione e sorridente amarezza nel testo, sorretto da una musica intelligentemente popolaresca, che racconta la breve storia di una solidarietà maschile ed alcolica.

Nel 1966 Gaber aveva confezionato una divertita replica a “Il ragazzo della via Gluck” di Adriano Celentano intitolata “La risposta al ragazzo della via Gluck”, tragicomica storia di un giovanotto lasciato dalla fidanzata alla vigilia delle nozze perché il bilocale in cui pensava di vivere dopo averla sposata viene abbattuto “per una legge del Piano Verde” (“quel palazzo un po’ malandato va demolito per farci un prato”).

“Com’è bella la città”, un 45 giri del 1970, è invece, nel testo, un peana alla vita metropolitana (“vieni, vieni in città, che stai a fare in campagna? se tu vuoi farti una vita devi venire in città”).

E il testo, scritto con Sandro Luporini, si ripete sempre uguale per tre volte. Quel che cambia è l’intenzione, l’intonazione, l’espressione con cui Gaber lo canta: prima convinta e convincente, poi perplessa e interrogativa, poi ancora desolata e stranita, fino a un finale accelerato, isterico, velocizzato (sul modello di “La valse à mille temps” di Jacques Brel) che svela il senso della canzone: un’accusa all’alienazione urbana. E' forse l'ultima canzone-canzone di Giorgio Gaber, che sta per iniziare il bellissimo percorso del teatro-canzone e nella stagione teatrale 1970-1971 metterà in scena "Il signor G".

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