La più bella canzone di Natale mai scritta parla di miseria e alcol

“Fairytale of New York” dei Pogues rimane un classico senza tempo che ogni anno, in questo periodo, merita di essere rievocato perché porta a fare i conti con i nostri sogni.
La più bella canzone di Natale mai scritta parla di miseria e alcol

La più bella canzone di Natale mai scritta, per Nick Cave questo aspetto è insindacabile, non parla di Babbo Natale, vacanze, neve o regali, ma di persone ai margini della società che fra un sogno alcolico e un ricordo agrodolce, non smettono mai di tenersi aggrappati alla vita. “Fairytale of New York” è un brano natalizio del mitico gruppo irlandese The Pogues, pubblicato nel 1987, ed eseguito insieme alla cantante Kirsty MacColl. Il pezzo, una ballata in stile folk, è stato scritto da Jem Finer e Shane MacGowan e fa parte dell'album del gruppo intitolato “If I Should Fall from Grace with God”. L'arrangiamento è di Fiachra Trench. È stata votata come migliore canzone natalizia di tutti i tempi in vari sondaggi televisivi, radiofonici e giornalistici effettuati nel Regno Unito e in Irlanda e ogni anno, come un miracolo, ricompare nelle classifiche proprio in questo periodo di festa diventando attuale.

Fra verità e leggenda

Shane MacGowan l’ha scritta 34 anni fa. Ci sono varie leggende sulla realizzazione del brano: la prima vuole che MacGowan, restio a scrivere una canzone di Natale, ci abbia messo due anni a finirla e che per farlo si sia ispirato al film “C’era una volta in America” di Sergio Leone. La seconda evoca Elvis Costello: si dice che il produttore di “Rum, Sodomy & the Lash”, album dei Pogues del 1985, e all’epoca fidanzato con quella che diventerà la sua prima moglie, la bassista dei Pogues Cait O’Riordan, abbia gettato un guanto di sfida a MacGowan: “Vediamo se sei in grado di scrivere una canzone di Natale a forma di duetto”. Scritto il brano, Cait O’Riordan esce dal gruppo, di fatto facendo mancare un’asse fondamentale per la riuscita del pezzo: la voce femminile. Alla fine a cantarla è Kirsty MacColl, all’epoca moglie del produttore Steve Lillywhite.

Il brano descrive una sorta di sogno a occhi aperti di un immigrato irlandese alcolizzato che sta passando la vigilia di Natale smaltendo una sbornia chiuso in una cella a New York. Quando un altro ubriaco, chiuso con lui in prigione si mette a cantare una strofa della ballata irlandese “The Rare Auld Mountain Dew”, il narratore, cioè MacGowan, commosso inizia a sognare la donna amata che l’ha seguito in America sperando in un domani migliore, che però non si è ancora avverato. Ma non tutto è perduto: “Sento che questo sarà il nostro anno, quindi buon Natale, ti amo piccola, già vedo tempi migliori in cui i nostri sogni si avvereranno”. Il resto della canzone, che può essere interpretato anche come un monologo interiore e intimo, prende la forma di un botta e risposta tra il protagonista e la ragazza, che la vigilia di Natale, litigando, parlano delle proprie speranze giovanili distrutte dall'alcolismo e dalla dipendenza dalla droga.

La censura e la difesa di Nick Cave

La voce melodica della MacColl crea un forte contrasto con quella rauca e graffiata di MacGowan: le strofe sono segnate da un tono dolce-amaro e anche ironico: "Buon Natale stronzo! Prego Dio che sia l'ultimo insieme". I due si insultano, si prendono a male parole: per questo motivo la canzone, nella sua storia, ha più volte subito operazioni di censura. Una polemica riemersa anche qualche anno fa per alcuni passaggi in radio. La BBC in un comunicato disse: "Abbiamo trasmesso una versione modificata perché alcuni ascoltatori potrebbero trovare l'originale offensivo". Si sollevò un polverone a difesa del testo iniziale per evitare la rimozione delle parole finite sotto la scure della censura.

Anche Nick Cave difese a spada tratta il pezzo: “‘Fairytale’ è un atto lirico di portata e potenza vertiginose, e giustamente si prende il suo posto come la più grande canzone di Natale mai realizzata – scrisse Cave, rispondendo ad alcuni fan - si trova fianco a fianco a qualsiasi grande canzone, di qualsiasi epoca, non solo per la sua audacia o la sua profonda empatia, ma per la sua sorprendente brillantezza tecnica. Parla con profonda compassione agli emarginati e ai poveri. Non ha un tono paternalistico, ma dice la sua verità, nuda e cruda. È un dono magnifico per gli emarginati, gli sfortunati e i cuori spezzati. Noi empatizziamo con le difficoltà dei due personaggi ribelli, che vivono le loro vite solitarie e disperate contro tutte le promesse natalizie come casa e focolare, cibo, abbondanza e gratitudine. È un testo pieno di verità, e mi sono sempre sentito privilegiato a essere amico del suo creatore, Shane MacGowan”.

Un sogno che accomuna tutti

La potenza della canzone risiede nella visione del Natale dal basso, ma che non rinuncia a interrogarsi sul passato e sul presente affondando le mani nel tema della povertà e dell’immigrazione. E soprattutto nei sogni, ed è lì che subentra il gioco di immedesimazione nei protagonisti strampalati del brano. “Avrei potuto diventare qualcuno”, dice a un certo punto della litigata lui a lei, sottintendendo che se non lo è diventato è tutta colpa sua. Lei risponde: “Tutti avrebbero potuto diventare qualcuno”, facendo capire come la frustrazione per un rimpianto è una ferita che può accomunare tutti. Il finale è aperto: potrebbero tornare insieme, fare pace, vivere felici e contenti. Oppure continuare a insultarsi. Non importa. In quella fredda notte ai margini della società, anche chi crede di essere solo al mondo, per poco si è riscaldato l’anima con una canzone e un pugno di ricordi e propositi.  

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