Jeff Buckley  “La sua vera voce": la recensione di Riccardo Bertoncelli

Il parere del critico sul libro curato da Mary Guibert e David Browne
Jeff Buckley  “La sua vera voce": la recensione di Riccardo Bertoncelli

Abbiamo chiesto a Riccardo Bertoncelli la sua opinione su un libro di recente pubblicazione: "Jeff Buckley, la sua vera voce. Diari, oggetti e ricordi", a cura di Mary Guibert e David Browne; edito da Mondadori (400 pagine, 35 euro).
Ecco cosa ha scritto:


Mi stupisce questo librone su Jeff Buckley, mi stupisce per la bellezza ma anche per la voglia di testimoniare un culto che in tutta sincerità mi pareva in declino. Per quelli della mia età e per la generazione Nirvana Jeff è stato un maestro, un dono degli dei, ma è passato un quarto di secolo da quando morì in quello stupido modo nelle acque del Wolf River, a Memphis, ed è molto cambiata la scena musicale che lui così bene riuscì a illuminare nei '90. Non so quanti millennials lo conoscano, però forse mi sbaglio, e in ogni caso queste fitte pagine sono un doveroso companion a dischi che la storia rock ha ormai consacrato, a "Grace", a "Live At Sin-é".

Il libro lo ha voluto Mary Guibert, la madre che ha sempre tenuto accesa la fiamma del ricordo e qui ha spalancato gli archivi, ma a dargli ordine e forma ha provveduto David Browne, il miglior studioso del ragazzo e del padre Tim. Da qualche parte, a prender polvere in libreria o magari nei remainder, c'è una splendida biografia che Browne anni fa dedicò ai due intecciando le loro vite; cercatela, è un opportuno complemento a queste pagine, dove peraltro si parla di Jeff e Tim fa capolino solo ogni tanto, come un rimpianto, come una chimera, un'ossessione. 

I libri di memorabilia sono spesso esercizi di voyeurismo e non di storia, con le loro pagine autografe, le bozze, gli oggetti intimi, le curiosità nascoste che gli avidi fans divorano con gli occhi. Qui non è così, qui note puntuali accompagnano la riproduzione dei taccuini, la stesura originale dei testi, le scalette (tutto puntualmente tradotto in appendice) e il resto, lo scaffale dei libri musicali e non, le cassette della piccola ma enciclopedica collezione, gli strumenti, la sdrucita custodia di un vecchio sax diventata valigetta “per tenerci diari, souvenir, appunti, gioielli e un boa di piume azzurre”.

Alla fine, dunque, non solo una gioia per gli occhi ma anche una succinta ricca biografia, con notazioni inedite. Illuminanti soprattutto le prime pagine, con il lento schiudersi di Jeff, da un lato così determinato dall'altro con quante esitazioni; anche se la parte più commovente è quella finale, il difficile rapporto con i discografici, la strenua lotta per mantenersi libero e autentico, lo sguardo alla vita via via più amaro e malinconico.

Una delle ultime note, gennaio 1997, vale come epitaffio e compendio di tutta la sua storia. “Non scrivo la mia musica per la Sony. La scrivo per le persone che qualche casa più in là gridano e piangono davanti a uno stereo a tutto volume. C'è anche della musica che scriverò e non metterò mai e poi mai in vendita. È musica solo mia, è la mia vera casa; dalla quale tutte le cose nascono e dalla quale tutta la mia vita sorgerà incontaminata e imperturbata, piena espressione del mio corpo".

Riccardo Bertoncelli

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