Parlano i poliziotti che fermarono l'ultimo concerto dei Beatles

Quel fatidico 30 gennaio 1969...
Parlano i poliziotti che fermarono l'ultimo concerto dei Beatles

Concludendo la nostra recensione del documentario in tre puntate "Get Back", che testimonia la lavorazione dell'album che sarebbe diventato "Let it be", scrivevo:

"Nei titoli di coda della terza parte del documentario vengono rivelati i nomi dei quattro agenti di polizia di Londra che cercano di far cessare il concerto sulla terrazza. Li scrivo qui, per consegnare i loro nomi alla storia: erano gli agenti Ray Dagg, Ray Shayler, Peter Craddock e il sergente David Kendrick. Se io fossi un giornalista di "Mojo", cercherei di rintracciarli per raccogliere la loro testimonianza".  

Non il mensile "Mojo", ma il tabloid Daily Mail ha rintracciato Ray Shayler, uno dei quattro, che ora è in pensione e vive con la moglie Wendy a Bexhill-on-Sea, nel Sussex.

"Avevo 25 anni e lavoravo nella stazione di polizia West End Central.

Intorno all'ora di pranzo arrivò una chiamata di protesta, perché al 3 di Savile Row c'era un disturbo della quiete pubblica. La stazione di polizia era a meno di 300 metri da lì, e dalle finestre anch'io potevo sentire il suono. Pensai: caspita, è molto alto. Alla chiamata aveva risposto un collega più giovane di me, che aveva appena finito la scuola di polizia, così pensai di andare con lui per dargli una mano. Lui era preoccupato - era un giovane agente da poco entrato in servizio - e pensai che si sarebbe potuto trovare in difficoltà. Io avevo già tre anni di esperienza, pensai di potermi rendere utile.
Mentre ci avvicinavamo a Savile Row vedevamo gruppi di persone lungo i marciapiedi, che ascoltavano la musica che proveniva dall'alto del palazzo. Naturalmente sapevamo che al 3 di Savile Row c'erano gli uffici della Apple, e capimmo che quelli che suonavano erano i Beatles.
Inizialmente, quando bussammo alla porta, non ci fecero entrare, e fui costretto ad insistere spiegando che avevamo ricevuto molte lamentele.
Dopo essere entrati, aspettammo un po', ci fecero rimanere nell'atrio, ci fecero parlare con un paio di persone, poi arrivò un tizio alto e robusto - che poi identificammo come Mal Evans - che dopo molti tentativi di rimandare il nostro intervento ci fece salire all'ultimo piano, sulla terrazza. E lì c'erano i Beatles che suonavano.
Fu un momento interessante, lo riconosco. Non ero precisamente un fan dei Beatles; avevo alcuni loro dischi, a casa, ma da quando erano andati in India non mi piacevano più molto. Comunque, io in quel posto c'ero andato per servizio, e pensai: 'Devo far smettere questo rumore'.
I Beatles ci videro arrivare ma continuarono a suonare. Dissi a Mal che, per quanto quella musica fosse piacevole, bisognava che smettessero, perché si stavano rendendo colpevoli di disturbo della quiete pubblica. Chiesi per quanto tempo ancora avrebbero suonato, Mal mi rispose: ancora una canzone. Io pensai: beh, se sarò punito per non essere riuscito a farli smettere subito tanto vale che ne suonino ancora una. E risposi: Allora fate ancora quella e poi smettete. Non fu un litigio, ma una discussione civile.
I Beatles finirono di suonare e ci passarono davanti per scendere le scale. John e George non ci dissero niente, Paul si scusò e Ringo disse scherzosamente: 'Per favore, non ammanettatemi!'.
Se i Beatles l'avessero presa male e si fossero rifiutati di smettere, le cose sarebbero potute andare diversamente. 
Ma la faccenda si era risolta, e tornato in ufficio non feci nemmeno rapporto.
Qualche mese dopo, quando una delle canzoni che suonarono quel giorno, 'Get back', andò al numero uno in classifica, il filmato girato dalle telecamere, nel quale ci sono anch'io con i miei colleghi, venne trasmesso più volte a 'Top of the Pops'. Eravamo stati delle comparse non pagate...".

Ray Shayler, che oggi ha 77 anni, non ha visto "Get Back" in televisione ("Mi hanno mandato dei DVD ma non li ho ancora guardati"); e non ha più visto nemmeno McCartney, che pure ha una casa a Peasmarsh, a meno di quaranta chilometri da Bexhill-on-Sea. Ricorda divertito che la moglie, che all'epoca dei fatti era una grande fan dei Beatles, fu molto invidiosa di lui quando, tornando a casa quella sera, le raccontò l'episodio.
"Ma non sono stato io a costringerli a smettere di suonare. Mi sono limitato a far presente che sarebbe stata una buona idea se non avessero continuato".
E non rimpiange di non aver arrestato i Beatles.
"Ora, se invece fossero stati i Rolling Stones..." aggiunge ghignando.

Se il "Daily Mail" ha rintracciato Ray Shayler, è stato il "Times" a trovare e intervistare l'altro membro della coppia di poliziotti che per primi intervennero in Savile Row. E' l'agente Ray Dagg, nato a Chelsea, anche lui oggi pensionato nella campagna inglese, che come il suo collega si è ritrovato al centro dell'attenzione quasi 53 anni dopo quell'evento accaduto nel gennaio del 1969, quando aveva solo 19 anni.

Al giornalista che l'ha intervistato, Dagg ha espresso stupore:

"Stavo solo facendo il mio lavoro, non pensavo che ne sarebbe venuto fuori tutto questo pandemonio.

Quel che ricordo è che, quando con Shayler siamo arrivati alla Apple, mi sono reso conto che ci stavano filmando, e l'ho avvisato di stare attento a come si comportava. Quando ho minacciato di portare tutti in guardina se non avessero smesso di suonare stavo bluffando; è vero che avevo solo 19 anni, mi ero arruolato seguendo l'esempio di mio padre ed ero di carattere facilmente infiammabile, ma ero consapevole che avrei potuto passare dei guai se avessi effettuato un arresto indebito. E non ero nemmeno un fan dei Beatles, non avevo nessun loro disco, preferivo Simon & Garfunkel. Prima che uscisse il film 'Let it be' mi vennero offerte 3.000 sterline per la mia 'involontaria' partecipazione, il doppio del mio stipendio annuale, ma fui costretto a devolverle a un fondo per le vedove e gli orfani degli agenti. Forse avrei fatto bene a prenderle e a dimettermi subito, non dopo sei anni. Comunque, se quelle immagini filmate di cui sono protagonista dovesero essere quelle per le quali sarò ricordato, beh, non è male - meglio che essere dimenticato!".
 

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