Claudio Lolli, la storia di "Ho visto anche degli zingari felici"

Canzoni "che restano" di cantautori italiani scelte e raccontate da Federico Pistone
Claudio Lolli, la storia di "Ho visto anche degli zingari felici"

CLAUDIO LOLLI
Ho visto anche degli zingari felici

Quando Danilo Tomasetta attacca il vertiginoso assolo di sassofono, il cielo plumbeo di Claudio Lolli si apre in un’accecante prodigiosa stagione di musica e di colorata militanza.

I sostenitori del cantautore emiliano, prima di estrarre il long playing dalla custodia e affidarlo alla puntina di diamante ben spolverata con la spazzolina di carbonio, si godono la copertina, un patch di ritagli di giornale a rappresentare un campo nomadi dove sventolano bandiere rosse e, in bella evidenza, la fascetta con il prezzo politico imposto (dallo stesso Lolli) di 3.500 lire, un terzo in meno di un album normale dell'epoca. Il titolo, "Ho visto anche degli zingari felici", è preso a prestito dal film del 1967 “Skupljaci perja”, Grand Prix a Cannes e nomination all’Oscar, del regista jugoslavo Aleksandar Petrovic che, come scrive lo stesso Lolli nella riedizione del 2006, «Fantozzi avrebbe trattato molto peggio della Corazzata Potemkin». Una “boiata pazzesca”, insomma.

Ma quando la prima traccia comincia a prendere vita, la sensazione è di essere di fronte a una rivoluzione musicale: jazz, poesia e canzone d’impegno sociale si fondono in un incantesimo dove perfino la voce dimessa di Lolli riverbera di grazia e di sfumature sostenuta dalla fusion perfetta del Collettivo autonomo musicisti di Bologna.

È vero che dalle finestre 
Non riusciamo a vedere la luce 
Perché la notte vince sempre sul giorno 
E la notte sangue non ne produce
È vero che la nostra aria 
Diventa sempre più ragazzina 
E si fa correre dietro 
Lungo strade senza uscita

Lolli annota con scrupolo romantico tutti gli alibi (“È vero che non vogliamo pagare la colpa di non avere colpe e che preferiamo morire”) che umanamente si frappongono fra noi e la felicità, quella della libertà e dell’istinto, impersonati dalla selvatica “weltanschauung”, per dirla alla Guccini, il senso della vita dei rom accampati a Bologna.

Ma ho visto anche degli zingari felici 
Corrersi dietro, far l’amore e rotolarsi per terra
Ho visto anche degli zingari felici 
In Piazza Maggiore ubriacarsi di luna
Di vendetta e di guerra

L’album si dipana senza respiro e senza interruzioni, solo il disturbo di girare il disco per tornare al via con l’ultima traccia che è la ripresa di “Ho visto anche degli zingari felici”, un colpo di scena del tutto incompreso e incomprensibile dagli ascoltatori dell'epoca.

Siamo noi a far ricca la terra
Noi che sopportiamo 
La malattia del sonno e la malaria
Noi mandiamo al raccolto cotone, riso e grano 
E noi piantiamo il mais su tutto l’altopiano

Sembra un inno ai campesinos, al coraggio del ritorno alla terra e alle radici. Invece dietro questa zelante pianificazione agraria e sanitaria, c’è l'accusa al feroce sfruttamento coloniale dell’Angola da parte dei portoghesi del dittatore Salazar, nei versi presi a prestito dall’opera teatrale “Cantata del fantoccio lusitano”, composta dal drammaturgo tedesco Peter Weiss e messa poi in musica da Giorgio Strehler. Nonostante scempi e nefandezze, la conclusione resta quella già annunciata: “Ho visto anche degli zingari felici”.  

Questo testo è tratto da "La musica che resta" di Federico Pistone, pubblicato da Arcana, per gentile concessione dell'autore e dell'editore. (C) 2020 Lit edizioni s.a.s.  

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