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Zerocalcare, "Strappare lungo i bordi": la recensione di Fabio Bronski Ferraboschi 

Il musicista, autore e scrittore ha guardato la prima puntata della serie Netflix: ecco le sue considerazioni
Zerocalcare, "Strappare lungo i bordi": la recensione di Fabio Bronski Ferraboschi 

Fino alla prossima puntata

    

Affermare e negare nello stesso tempo lo stesso identico concetto dà una sorta di potere cosmico che non mi apparterrà mai.
    Sono fatto di polvere, io.

    Come anche coloro per i quali la stessa cosa può essere 
sì ma anche no,
bella ma anche brutta, 
dozzinale ma particolare, 
non mi hanno mai fatto quella gran simpatia anche se riempiono le antologie e i trafiletti dei quotidiani.
    Sono uno che vive una volta sola, io.

Quindi il fatto di criticare qualsivoglia piaccia cosa lo faccio in primo luogo perché mi ha suscitato interesse e in secondo luogo perché o mi ha talmente entusiasmato o mi ha talmente fatto schifo che non posso che esprimerne un profondo elogio o il più fermo disprezzo.
    Sono uno che soffre di diverticolite, io.

Allora…
Zerocalcare…
Dunque…
Ah sì.

    Frigido nei confronti di qualsiasi novità perché le novità ti inducono allo sforzo per me immane di doverti fare i cazzi di qualcun altro e che su nove casi su dieci sono una rottura di palle nonché una inutile perdita di tempo non remunerata, anche di Zerocalcare per parecchi anni non me ne è fregato un cazzo.

    Non me ne fregava un cazzo quando vedevo i suoi libri nel reparto fumetti delle librerie, ad esempio.

    E non me ne fregava un cazzo neanche quando Lucio Vallisneri, ottimo scrittore, globetrotter, nonché coltissimo e trendyssimo selecter musicale, da sempre me ne parlava collegandolo al programma “Propaganda Live” condotto da Diego Bianchi.

    Non me ne fregava un cazzo nemmeno quando Lucio Vallisneri, che sa essere insistente quando vuole, mi regalava una copia di “Macerie Prime Sei Mesi Dopo”, importante opera di Zerocalcare che, dopo averla superficialmente sfogliata  e dopo avere detto grazie per il regalo, finiva diretta nello scaffale delle cose di cui non me ne fregava un cazzo. 

Sì, ne ho uno ed è pienissimo, ahimè.

Con il passare dei mesi, quando vedevo comparire il nome di Zerocalcare sulle riviste d’approfondimento culturale inerenti “la Repubblica” che ne sponsorizzavano le gesta e ne decantavano le lodi, mi si innescava il desiderio irrefrenabile di disdire il mio abbonamento on line al suddetto quotidiano.

Ma Lucio Vallisneri, che è anche un po’ smemorato, quest’anno per il mio compleanno mi ha regalato di nuovo Zerocalcare: “Macerie Prime Sei Mesi Dopo”, e così una volta aperto il pacco ero sgomento.

E mi sono chiesto perché io non contassi più nulla nella vita delle persone a me care.

Io a Lucio gli avevo regalato un trapano e l’intera serie universale di chiavi di Bricoman, ad esempio, che era un regalo che aveva apprezzato tantissimo essendo indaffarato a sistemar casa assieme a suo figlio.

 Forse in cuor suo non aveva apprezzato affatto quel regalo e aveva detto: adesso gliela faccio vedere io, e zac! mi aveva rifilato pure la sua copia di Zerocalcare: “Macerie Prime Sei Mesi Dopo”.

     Comunque sia, anche la seconda copia di Zerocalcare: “Macerie Prime Sei Mesi Dopo” andò a finire intonsa nella stessa postazione dell’altra. Anzi, sopra l’altra. Così non facevo il malaugurato errore di trovarmela tra le mani, ma rimanevano in attesa del proprio turno per accendere il barbecue in giardino, cosa che avevo già fatto con libri dello stesso scaffale che però mi avevano provocato acredine.

    Poi ebbi un attacco di diverticolite.

Era una malattia che avevo sempre avuto e che mi si era acutizzata negli ultimi anni diventando un vero problema di salute.

    E lo diventò fino a rendere necessario un intervento chirurgico da effettuare nel corrente mese di novembre.

    Arrivò il gran giorno in cui venni ricoverato in ospedale, dopo sei mesi di vero e proprio digiuno.
    
    E mentre ero sdraiato nel lett,o aspettando che le ore che mi separavano dall’operazione passassero, guardavo sul tablet tutte queste pubblicità della nuova serie di Zerocalcare su  Netflix, e lì il signor Zerocalcare fece il suo primo punto attirando la mia cinquantaduenne attenzione.

    “Strappare lungo i bordi”.
    
    Il titolo faceva molto pop art e decisi che se non avessi lasciato le penne sotto i ferri o non mi fossi svegliato con una deviazione inguinale del retto avrei guardato ‘sta cazzo di roba, che tanto di meglio non avrei avuto da fare.

    Mi risvegliai il lunedì dall’intervento, e verificato che tutto fosse ancora al suo posto feci esperienza di una cosa che in vita mia avevo avuto la fortuna di non prendere mai in considerazione: il dolore post operatorio.

    Fino al giovedì successivo non chiusi occhio e non riuscii a formulare un pensiero filato senza fitte addominali lancinanti. 
    Per fortuna il mio vicino di letto era una persona più silenziosa di me.

    Poi quel giovedì, grazie a tutte le amorevoli cure di tutto il personale medico della dott.ssa Neri del reparto di chirurgia dell’Ospedale Civile di Sassuolo, riuscii a fare rifunzionare il mio sistema intestinale.

Preso benissimo da questo grandioso progresso e dalle energie che da esso scaturirono, al pomeriggio accesi il tablet e schiacciai play.

Dovetti fermarmi varie volte perché troppo era il dolore ai punti per le risate.

Era ok.

E come con tutte le cose che mi piacciono subito, proseguii nella sua scoperta con un atteggiamento che diventava sempre più entusiasta.

Un vero piccolo miracolo.

Era rinfrancante per gli occhi, il cervello e lo spirito.

Era un cartone punk, nichilista, pop, divertente.

Solo un’altra serie televisiva mi aveva dato la stessa sensazione ed era “After Life” di Ricky Gervais.

Finalmente mi stavo godendo qualcosa di nuovo e importante ma che non avesse la pretesa di essere un nuovo Vangelo, come quando escono serie blasonate o come quando pubblicano i dischi gli artisti famosi che non ti piacciono più da tempo perché hanno perso quella freschezza inspiegabile del loro capolavoro e vivono di rendita da anni non riuscendo più a creare nulla di simile. E il paragone con il passato ti perseguita in ogni attimo della loro disamina.

Un sorriso mi si stampò in volto per i giorni a venire.

Ed è questo il compito dell’arte alla fine: rinfrancare il cuore. 

Ed erano anni ormai che non mi succedeva più.

    Avevo finalmente conosciuto Zerocalcare ed ero felice di averlo fatto.
O forse l’avevo soltanto conosciuto nel posto giusto e nel momento giusto.

    Detto questo non sono così buonista, io.
Sopravvivo ai dolori post operatori, io.

PAUSA.

 

Primo.

Allora Zerocalcare è bravo ma non è né geniale né originale.

C’è stato Andrea Pazienza. E lui era geniale e originale.

E sono consapevole che lo sappia anche Zerocalcare.

Come anche Paolo Sorrentino non ha queste qualità.

C’è stato Federico Fellini e lui invece le aveva.

Ma Andrea Pazienza non c’è più, e nemmeno Federico Fellini.

Adesso ci sono Zerocalcare e Paolo Sorrentino.

Un ventenne mi potrebbe guardare e dire: andiamo a prendere un gelato o vaffanculo, avendo ragione in entrambi i casi.

Ci sono i cinquantenni come me e ci sono i ventenni e il dibattito può arrivare a sfinire i coglioni di chiunque in pochissimi minuti.

Ognuno ha il proprio spirito del tempo a dominare la scena.

Secondo.

Il Coatto-Romanesco è un modulo espressivo che a molti non piace, i romani ne vanno pazzi, a me non dispiace.

Per noi amanti del naif e della provincia exotica, la suburbia e la metropoli con le loro epiche decadenti sono state sempre zone morte, cattedrali nel deserto, roba triste. 
Detto questo, dopo un momento di grande ispirazione tra gli anni ’90 e i primi Duemila, “la Provincia” è tornata ad essere “la provincia” cioè un posto dove non succede nulla.
    Quindi ben venga il Coatto-Romanesco a patto che sia un codice estemporaneo per esternare concetti complessi in maniera diretta, efficace, divertente come in questo caso. 
    

Terzo.

Ci sono un tot di robette qua e là che non mi tornano, ma nessuna così forte da farmi ripensare alla decisione di avere battezzato quest’opera come un qualcosa di entusiasmante.

Cose fastidiosette tipo la pippetta sulle donne e il cazzo.
La gran menata sull’extra comunitario che non ha aiutato Zero a cambiare la gomma della macchina.
Poi la troppo lunga saga similtronodispade dell’appartamento di Zero.
Poi la battuta che pronuncia alla fine del penultimo episodio il Secco su Sarah che dorme nel letto di una morta, che brucia completamente la simpatia per il personaggio facendolo diventare un coglione definitivo.

E poi Ron, dai… Ron no.

Detto questo,

è un film (un cartone, una serie, un boh?) per tutti o quasi tutti;
è un film (un cartone, una serie, un boh?) che non scassa il cazzo, cosa non da poco di questi tempi;
è un film (un cartone, una serie, un boh?) che tratteggia una personalità sceneggiatrice invadente ma non invasiva.
E poi non ha risvolti politici, cosa che temevo con una enorme diffidenza per tutta la durata dell’opera e che fa capolino facendo temere il peggio, ma poi scompare non facendo perdere il filo della narrazione.

    Ma quindi è un film (un cartone, una serie, un boh?)  cult?

Si lo è. 

    Ma quindi è un film (un cartone, una serie, un boh?)  che potrebbe diventare una serie blockbuster?

Sì, lo è.  Come “Narcos” o “La Casa Di Carta”.
In queste ore tutta l’Italia lo starà sicuramente guardando. 

E se una multinazionale come Netflix (che Zerocalcare critica scannerizzandola in maniera lucidissima all’interno dell’opera) ha scelto di produrre e sponsorizzare un’opera come questa è perché questo potenziale lo ha sicuramente intuito.

        Ma quindi è un’opera generazionale?

    Sì, lo è. E tratta il tema delle relazioni, anzi il tema della paura delle relazioni che ha condizionato una intera generazione oggi trentacinquenne/quarantenne. Parla della sua visione nichilista del futuro e della crisi dei propri sogni nel disincanto di una presa di coscienza di una realtà che non concede respiro.
Parla in ultima analisi di chi sente che è troppo dura da vivere questa roba qua e decide di andarsene. Tratta del suicidio. Tema tabù che segnerebbe un cambio di passo notevole all’interno della cultura pop italiana nel caso questo film (cartone, serie, boh?) diventasse un grande successo commerciale.

Tra poco mi dimetteranno dall’ospedale e nel frattempo chiamerò Franco Zanetti per proporgli questa recensione scoordinata e lui mi dirà sicuramente: Ciao come va?

E io: Ciao Franco sono in ospedale per farmi operare di diverticolite e niente mentre stavo gestendo il mio dolore post operatorio ho visto la nuova serie di Zerocalcare “Strappare Lungo i Bordi” e mi è piaciuta un botto e vorrei proporti una recensione…
E lui: Eh?
E io: Sai Zerocalcare…
E lui: Sì, ma stai bene?
E io: Sì sì tutto a posto, mi dimettono oggi forse, tutto superato… Niente ti dicevo…
E lui: Sì, ma si può parlare anche di musica?
E io: Minchia sì, c’è una colonna sonora da paura con una piccola debacle su un pezzo di Ron, ma per il resto è fortissima. E’ firmata per la parte originale da Giancane, e poi ci sono tutta una serie di cose fighe, dai The Wiyos ai Generation X ai The Band Of Horses, e poi un gruppo emo punk sconosciuto che però ha dei pezzi incredibili e si chiama Gli Ultimi.
C’è un pezzo, “Un battito ancora”, che ha un testo semplicissimo dove non c’è niente di banale, figo davvero.
E lui: Vabbé mandamela lunedì che sono al lavoro. Ma sei sicuro di stare bene? mi raccomando, eh?
E io: Vai tranquillo, il peggio è andato…
E lui: Allora ci sentiamo, riguardati… Poi magari quella cosa su Ron…
E io: Massì, togliamola va’, perché farsi del male, ti saluto Franco, a presto.
E lui: A presto.

    Intanto ringrazio Zerocalcare per i bei momenti che “Strappare Lungo i Bordi” mi ha regalato e perché mi ha staccato dallo humor nero post operatorio e mi ha fatto pensare che c’è ancora della bella gente là fuori e che le fanno fare pure le serie su Netflix.
    E vorrei ringraziare la dott.ssa Neri e tutti gli operatori del reparto chirurgia dell’Ospedale
Civile di Sassuolo per essersi presi la briga di salvarmi la pellaccia.

E adesso stiamo calmi fino alla prossima puntata.

Fabio Bronski Ferraboschi


 

Fabio Bronski Ferraboschi è un autore, musicista, produttore, nato a Reggio Emilia nel 1969.
La sua attività inizia nel 1990 quando assieme ad altri fonda L’Esagono Recording Studio, uno studio di registrazione che ricopre un ruolo chiave per la musica pop rock indie italiana di tutti gli anni Novanta.

Nel 2000 fonda uno studio più orientato alla produzione musicale chiamato Busker Studio dove ancora oggi lavora.

Fa parte della line up ufficiale della band I Rio dal 2006.

Dal 2014 assieme al frontman de I Rio, Fabio Mora, ha costituito il progetto di bluesautorato Mora & Bronski pubblicando tre dischi e suonando nei più importanti festival del settore.

Ha seguito la produzione artistica del disco d’esordio del giovane e timido cantautore Guido Dritto.

La sua canzone scritta a quattro mani con Cristiano De André “Invisibili” ha vinto nel 2014 il premio come miglior testo “Sergio Bardotti” e il premio della critica “Mia Martini” al festival di Sanremo.

Il suo brano “Settembre” interpretato da Miriam Masala ha vinto il premio della critica al Premio Lunezia del 2017 classificandosi al terzo posto.

Ha pubblicato un libro di racconti ("Scritti Puliti" – 2010) e due libri di poesie ("Moleskipersi" – 2013, "Stalking Cappuccino" – 2017).

Al momento attuale è un ex diverticolitico convalescente.
 

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