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Marilyn Manson “aveva una stanza per torturare psicologicamente le donne”

Secondo quanto riferito, il cantante aveva una stanza insonorizzata nel suo appartamento di West Hollywood usata per rinchiudere, punire e picchiare le ragazze
Marilyn Manson “aveva una stanza per torturare psicologicamente le donne”

Stando a quanto riportato in un’inchiesta dell’edizione statunitense di “Rolling Stone” sulle accuse di abusi contro Marilyn Manson - lo scorso febbraio accusato di molestie dall'attrice Evan Rachel Wood, successivamente denunciato anche da altre donne - il cantante statunitense, all’anagrafe Brian Warner, aveva una stanza insonorizzata nel suo appartamento di West Hollywood “per torturare psicologicamente le donne”.

La stanza, originariamente una cabina di registrazione trasformata in una cella, veniva definita la “Bad Girls’ Room”, la stanza delle cattive ragazze, descritta - come riportato da “Rolling Stone” - da alcuni collaboratori e donne come “una cella di isolamento” che la voce di "The beautiful people” usava per rinchiudere, punire e picchiare le ragazze.

L’ex assistente di Manson, Ashley Walters, che qualche mese fa ha presentato una denuncia nei confronti della rockstar accusandolo di numerosi reati, ha spiegato che il cantante era solito parlare della stanza ad altre persone con “tono scherzoso e da millantatore”. Ryan Brown, un altro ex assistente di Marilyn Manson, ha negato di aver mai visto donne confinate nella cosiddetta "Bad Girls’ Room" negli otto anni in cui ha lavorato per lui, ma ha dichiarato: "Era risaputo che veniva chiamata così da tutti”.

Tra le persone contattate da “Rolling Stone” c’è anche la modella Ashley Morgan Smithline, che lo scorso luglio ha intentato una causa contro il 52enne artista con le accusa di, tra le altre, violenza e aggressione sessuale, inflizione intenzionale di stress emotivo, traffico di esseri umani e sequestro di persona.

La Smithline ha dichiarato all’edizione statunitense del magazine che Brian Warner l'ha ripetutamente costretta a rimanere per ore chiusa nella stanza, “grande come il camerino di un negozio di vestiti”, nel periodo in cui si frequentavano.  “All’inizio la faceva sembrare una cosa bella”, ha spiegato a “Rolling Stone” la modella - le cui accuse contro Manson sono state definite da questo come false. Ha aggiunto: “Poi è diventata punitiva. Gridavo, ma nessuno poteva sentirmi. All’inizio, quando cerchi di combattere lui si gode la scena. Ho imparato a non farlo, per non dargli soddisfazione. Cercavo di pensare ad altro”.

All’inizio del mese di febbraio, con una serie di post pubblicati su Twitter, Phoebe Bridgers aveva raccontato di quando ha fatto visita a casa di Marilyn Manson e lui le ha parlato di una “stanza degli stupri”. “Quando ero adolescente sono stata a casa di Marilyn Manson insieme ad alcuni amici”, aveva scritto la voce di “Motion sickness” in un tweet. E ancora: “Ero una sua grande fan. Ha fatto riferimento a una stanza della sua casa come la 'stanza degli stupri'. Ho pensato che avesse un pessimo senso dell’umorismo da confraternita. Ho smesso di essere sua fan. Sto dalla parte di chi si è fatto avanti”.

Oltre ad Ashley Morgan Smithline e ad Ashley Walters, altre due donne nel corso dei mesi passati hanno fatto causa a Marilyn Manson, tra cui l’attrice Esmé Bianco e una terza persona che ha scelto di rimanere anonima.

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