NEWS   |   Industria / 06/06/2005

Alberto Cottica, dalla musica a The Hub: 'Politici e creativi possono dialogare'

Alberto Cottica, dalla musica a The Hub: 'Politici e creativi possono dialogare'
Un musicista/economista bolognese, un imprenditore musicale piemontese, un critico d’arte/antropologo palermitano: insieme, Alberto Cottica (ex Modena City Ramblers, ora nei Fiamma Fumana), Valerio Soave (titolare della Mescal) e Alex De Lisi, già esponente della sinistra giovanile siciliana e oggi consigliere alla Provincia, coprono una bella fetta di Italia e di competenze multidisciplinari diverse. Parlando tra loro si sono messi in testa un’idea nuova (per l’Italia, almeno) e molto, molto ambiziosa: creare un “incubatore” di progetti e un luogo virtuale d’incontro, The Hub, destinato a far dialogare tra loro mondi finora lontanissimi, istituzioni e “creativi”, responsabili di politiche industriali e operatori dell’industria culturale, strutture e amministratori pubblici con uomini e imprese che si occupano di musica, cinema, arte, Tv, Internet.
De Lisi, nel sito Web che ospita la neonata società (www.thehubweb.net) la definisce un’ “azienda rock&roll”. “Nel senso, credo, che dietro si scorge un progetto” spiega a Rockol Cottica, il polistrumentista con laurea e master (a Londra) in economia che di The Hub è il padre putativo. “E poi perché questa è un’iniziativa che si basa su una stretta relazione tra persone. Non fossimo stati amici non ci saremmo mai lanciati in un’impresa del genere (Soave è da sempre il produttore discografico di Alberto, che ha conosciuto De Lisi in Sicilia nei primi anni ’90, ai tempi tragici delle uccisioni di Falcone e Borsellino, rimanendone così colpito da citarlo per nome in una canzone dei Modena City Ramblers, “La banda del sogno interrotto”). Il loro progetto comune nasce da una considerazione ben nota a tutti: in Italia chi fa musica e cultura fatica a trovare interlocutori tra chi gestisce la cosa pubblica e le sue risorse. “I tour all’estero con i Fiamma Fumana mi hanno permesso di verificare in più occasioni come funzionano le cose in altri paesi nonché la nostra sistematica carenza di rappresentatività sulla scena internazionale”, spiega Cottica. “Per dire: esiste uno European Tour Support che elargisce contributi per i concerti all’estero, ma gli artisti italiani non sono ammessi a parteciparvi: manca un Export Music Office sul modello di quelli che in paesi come in Francia esistono da almeno quindici anni. Con tutto il rispetto e la simpatia che provo per i loro sforzi, un paese come l’Italia non può continuare ad affidarsi a iniziative volontaristiche come quelle del MEI o di Arezzo Wave. Ci vuole una politica industriale, e per metterla in pratica ci vogliono gli economisti e non gli organizzatori di concerti perché ognuno deve fare il suo mestiere. Di qui nasce l’idea di metterci in gioco come possibile interfaccia, per vedere se dal confronto possano nascere idee e progetti, e se è possibile modificare una situazione che vede il potere d’influenza dell’industria culturale ridotto ai suoi minimi storici”. Esistono davvero le condizioni per farlo, viene da chiedersi? “Siamo per lo meno in una fase favorevole: da un paio d’anni, grazie anche agli scritti dell’economista americano Richard Florida (autore di “The rise of the creative class”), ha cominciato a fare breccia il concetto che la creatività può diventare un motore dell’economia, che vale la pena di investire sulle idee. L’industria creativa è nella posizione giusta per approfittare della situazione: è orientata per natura all’innovazione, e poi un’etichetta, un’agenzia pubblicitaria, una software house richiedono investimenti di capitale molto contenuti”. Il trio di The Hub non si nasconde le difficoltà: “I primi contatti sono stati incoraggianti, ma un problema è la diffidenza giustificata che esiste nei confronti del settore pubblico. Penso all’esperienza infelice della legge sulla musica, ai tempi in cui Walter Veltroni era vicepresidente del consiglio. Finì che David Zard, Jovanotti e De Gregori andarono in visita a Palazzo Chigi e che Veltroni stesso venne dipinto dai giornali come un mecenate delle belle arti: poi, con la fine della legislatura, tutto svanì in una bolla di sapone. Il fatto è che i politici non sono abituati a un rapporto alla pari, da persone libere, ma ad avere di fronte interlocutori che si presentano da loro col cappello in mano. Per questo c’è bisogno di persone che siano capaci di mediare tra i due linguaggi”.
Altro dubbio: non rischia di creare squilibri e incomprensioni, la presenza di un imprenditore culturale con potenziali interessi in gioco, tra i promotori di The Hub? “Valerio Soave è un imprenditore, è vero, ma è votato per natura alla mediazione e all’ascolto. The Hub è un progetto fondato sulla cooperazione, non sulla concorrenza, la Mescal è un socio di minoranza e noi non siamo chiusi alla prospettiva di cedere quote di capitale ad altri soggetti. Dei progetti che abbiamo presentato alla Comunità Europea siamo andati subito a discutere con FIMI: poi con loro non siamo riusciti a chiudere per una serie di motivi”. Uno di questi progetti, denominato Booster, ha avuto l’ok di Bruxelles. Finanziato da fondi comunitari per circa 700 mila euro, prevede la selezione di un gruppo di giovani professionisti o aspiranti tali nella regione Abruzzo e la loro “messa in opera” sul campo sotto la tutela e in collaborazione con imprese e personalità importanti del settore musicale nazionale: il tutto in vista di un evento vetrina della creatività musicale da tenersi nel 2007 a Pescara e dintorni. “Abbiamo consegnato a fine marzo il progetto esecutivo, dal 1° luglio dovrebbe partire la fase operativa. L’idea è di permettere a imprese e individui locali di crescere e di fare esperienza all’ombra di marchi e professionalità già affermate: portando, per esempio, piccoli organizzatori di concerti a misurarsi su eventi e produzioni più impegnative. I giovani creativi che avranno collaborato con noi lungo l’intero percorso avranno fatto un’esperienza che potrà servirgli per chiarirsi le idee ed aprirsi prospettive professionali future”. A questo ed altri scenari, spiega Cottica, si collega anche l’idea di sfruttare il know how del Tora!Tora! Festival: “E’ un’idea che è venuta un giorno a pranzo con Manuel Agnelli. Il Festival è nato per dare visibilità a una serie di gruppi che hanno fatto lo stesso tipo di gavetta e di percorso senza passare da Sanremo: ora sarebbe bello mettere quell’esperienza a disposizione di una nuova generazione di artisti, usare il marchio Tora! Tora! come un motore di sviluppo per il territorio che ospita il festival organizzando workshop, percorsi formativi, consulenze e quant’altro: ma anche per incoraggiare chi ha un’idea a giocarsela, a provarci. Se non funziona, pazienza: grazie lo stesso per averla portata e condivisa”. Ma non è il caso di essere precipitosi, ammette il musicista bolognese: “Abbiamo in ballo un paio di consulenze con i responsabili delle politiche culturali di grossi comuni. Ma per ora la cosa importante è parlare, incontrare gente, capire se questa idea può avere un futuro. Vedremo, c’è la possibilità che un progetto così visionario non arrivi da nessuna parte: ne siamo consapevoli ma abbiamo deciso di correre il rischio”.