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Idles: “Chiunque può essere un cingolato che supera il dolore”

La band, arrivata prima in classifica nel Regno Unito con “Ultra Mono”, torna con “Crawler”, un album sperimentale e poetico. Ne abbiamo parlato con Mark Bowen.
Idles: “Chiunque può essere un cingolato che supera il dolore”
Credits: Tom Ham

Gli Idles negli ultimi anni sono diventati una band culto. Con “Ultra Mono”, uscito l’anno scorso, il gruppo di Bristol si è preso la vetta delle classifiche nel Regno Unito. Un trionfo, una vendetta. Un gigantesco dito medio alla musica usa e getta, inconcepibile per il quintetto post punk supportato anche da band come Pearl Jam e Foo Fighters. In quello che è a tutti gli effetti il momento più alto della loro carriera, con un tour in America in corso, gli Idles, venerdì 12 novembre, pubblicano il nuovo album “Crawler”, prodotto da Kenny Beats.

Un disco inaspettato, ricco di sperimentazione sonora e che sul fronte testuale, alle invettive anti-sistema, privilegia un’indagine sull’esistenza umana, senza però perdere la forza e la violenza del suono. Si parte dalle storie personali di tossicodipendenza del cantante Joe Talbot per tracciare una riflessione sull’importanza del resistere ai traumi della vita, inginocchiandosi e strisciando nel buio, per poi avanzare come un cingolato verso la luce. Abbiamo parlato di “Crawler” su Zoom con Mark Bowen, chitarrista, co-produttore, architetto del suono e anima centrale del gruppo insieme a Talbot. Gli Idles suoneranno in Italia il 3 marzo 2022 al Fabrique. 

Mark, vedo un finestrino con paesaggi che scorrono. Immagino tu sia sul tour-bus. Come è andato il tour americano?
“Bellissimo. Una grandissima occasione per noi. Abbiamo suonato in posti fantastici e, viaggiando insieme sul bus, abbiamo avuto la possibilità di ammirare tanti panorami diversi. È eccitante e rigenerante dopo lo stop dovuto alla pandemia. Sai, in America hai sempre l’idea che ti possano percepire come la classica ‘band punk british’, in realtà non è così. Il pubblico americano è molto attento e caldo”.

“Crawler”, per suoni e testi, sembra un album capace di segnare un nuovo corso per gli Idles. È così?
“Dopo la pubblicazione di ‘Ultra Mono’ si sono create grandi aspettative: lo scorso disco ha consolidato la figura e il suono degli Idles, è un’effige perfetta di quelle che sono le radici e l’evoluzione della band. Siamo partiti in tour per presentarlo, ma già sapevamo, lavorando e scrivendo il nuovo disco, che non avremmo potuto e dovuto ripeterci. Molte canzoni di ‘Crawler’ sono arrivate grazie al contributo di più componenti, alcune sono al 50% mie e l’altro 50% è di Joe. Da subito abbiamo notato un modo più introspettivo nello scrivere”.

Che cosa lo rende così diverso dagli altri dischi?
“Joe ha messo dentro i brani frammenti della sua vita personale e si è posto nuove domande. L’identità degli Idles è presente, ma è declinata su altre strade. ‘Crawler’ è un disco da cui non si torna più indietro. ‘Ultra Mono’ è un macigno, è granitico. ‘Crawler’ è fluido, sorprendente”.  

Ci sono parti quasi rappate, momenti elettronici, altri glam rock, altri ancora hardcore. Perché così tanta varietà?
“Abbiamo scritto molto di più di un album punk. Dentro ci sono tante e diverse influenze, abbiamo sperimentato come mai prima. C’è il mio amore per l’elettronica, per la musica classica, la passione di Joe per l’hip hop e poi c’è il sound potente del gruppo: tutto questo forma la cifra stilistica del progetto. Prendi un pezzo come ‘Progress’, è un brano unico nella nostra storia: ci sono echi elettronici particolari plasmati dal gruppo, con i propri strumenti, come fossimo un’orchestra. L’idea di mischiare più mondi ci ha sempre affascinato, anche lavorare con Slowthai sulla nuova versione di ‘Model village’ va verso quella direzione”.

Quanto ha pesato la pandemia sul progetto?
“La pandemia ha influenzato in modo netto il disco, ma non poteva essere altrimenti. La musica degli Idles non esiste senza il contesto in cui questa prende forma, musica e realtà per noi sono strettamente legate. Il lockdown è stato un periodo durissimo. Non potevamo suonare. Eravamo bloccati. I testi ne hanno risentito. Per questo ‘Crawler’ è un album più poetico, intimo e profondo. Parla alle persone in modo esplicito attraverso nuove fotografie, pone nuovi quesiti, ma sempre con un linguaggio diretto”.

 Volete far sentire le persone meno sole?
“È la prima volontà degli Idles. Sono cresciuto ascoltando tanti artisti che, raccontando la loro visione del mondo, hanno trasformato la propria esperienza in un messaggio più grande rivolto a tutti. I nostri album precedenti parlano di problemi reali, ma forse meno personali. In ‘Crawler’ ci sono traumi e speranze, c’è il cerchio della vita e affiora una grande empatia, come mai era successo. C’è tanta riflessione sulla condizione umana”.

Ci sono anche i fantasmi della droga.
“Personalmente non ho avuto problemi di dipendenza, ma questo non c’entra perché lo stato d’animo che racconta Joe è lo stesso di molte persone. Hanno vissuto la stessa cosa. Quando un artista parla di sé con poesia e sincerità, può cambiare la vita anche agli altri, è un gioco di specchi”.

In “Crawler”, nonostante le ferite personali, il messaggio sembra essere: “resisti e vai avanti, come un cingolato”.
“Tante persone non corrono, non camminano, non riescono a farlo perché schiacciati dai problemi dell’esistenza. Sono in ginocchio, strisciano, si sbucciano le ginocchia. Noi celebriamo la vita, il cingolato che resiste e va avanti, raccontiamo chi è stato per terra, ma non ha mollato. Chiunque può riuscirci, è la volontà che conta e l’unico modo per procedere è accettarsi e amarsi. Joe nel brano ‘The End’ urla ‘la vita è bellissima, la vita è bellissima’. Lo fa con dolore, rabbia. È vero: la vita è bellissima, nonostante tutto”.

“The Beachland Ballroom” è un brano molto intenso. Come è nato?
“È una delle canzoni più importanti del disco. Era da tanto tempo che Joe ci ripeteva che voleva realizzare una sorta di 'Be My Baby' alla Idles. L’ispirazione arriva da lì. Al centro ha messo un uomo disperato che, però, non molla, non si arrende. È una canzone simbolo del nuovo percorso degli Idles e dell’idea che sta alla base del disco”.

“Ultra Mono”, l’album precedente, è arrivato primo in classifica nel Regno Unito. Voi siete la punta di diamante di un movimento più ampio di cui fanno parte anche i Fontaines D.C., gli Shame e altri. Che cosa significa tutto questo per voi?
“Il disco è arrivato primo grazie ai fans. È stato fantastico. Una band, prima. Credo che il ritorno dei gruppi musicali sia ciclico. Certo, molte cose cambiano nel tempo, oggi le band hanno tante influenze diverse e si differenziano l’una dall’altra. Quello che le accomuna è la sincerità con cui si approcciano alla musica e il fatto che al centro delle storie ci siano vicende personali. Nello specifico il mondo punk, per quanto variegato, racconta anche i problemi della mente di oggi, lo struggimento per l’esistenza, i dolori di tutti i giorni che soffocano le persone. È un grande momento per i gruppi”.

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